Spiritualità: In principio, la Parola




“La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture
come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo,
non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia,
di nutrirsi del pane di vita dalla mensa
sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo,
e di porgerlo ai fedeli…”

(Dei Verbum 21)







“… Il primato della santità e della preghiera
non è concepibile che a partire
da un rinnovato ascolto della parola di Dio…
… In particolare è necessario che l’ascolto della Parola
diventi un incontro vitale,
nell’antica e sempre valida tradizione
della lectio divina,
che fa cogliere nel testo biblico la parola viva
che interpella, orienta, plasma l’esistenza…”

(Novo Millennio Ineunte, 39)

… Attingiamo alle nostre sorgenti …

Padre Dario e madre Eusebia non hanno scritto libri, non hanno riempito il mondo di parole, hanno intessuto tutta la loro vita di gesti concreti di amore e di tenerezza. Hanno incontrato Dio! Dio li ha toccati ed essi hanno risposto “sì”, semplicemente, come Maria.

Quasi spaventati della loro audacia, erano fiduciosi e consapevoli che ai santamente audaci Dio non nega mai il suo aiuto. Hanno seguito con gioia Gesù, onorati di riconoscerlo e servirlo negli ultimi.

Penetrati nel cuore del vangelo, con freschezza e letizia di cuore hanno ripetuto alla lettera i suoi gesti e le sue parole. Dio ha rivelato a loro il suo cuore ed essi lo hanno raccontato a tutti i piccoli che hanno visto lungo il loro cammino. Dal loro amore a Dio e ai fratelli sono sbocciati con grande naturalezza i più svariati fiori della loro carità e i miracoli si sono attuati in tutta semplicità.

Padre Dario e madre Eusebia sono vangelo vissuto. I dotti e i sapienti del tempo non hanno visto, non hanno capito, hanno ostacolato e combattuto. Nulla di grandioso agli occhi del mondo ha segnato la loro storia. Ma una folla di piccoli e di semplici hanno intravisto il mistero dell’amore di Dio sul volto di un uomo e di una donna che si sono lasciati purificare insieme dalla croce. Padre Dario e madre Eusebia sono un racconto dello Spirito. La loro testimonianza rivela a noi, che viviamo oggi in una realtà arida e difficile, il luogo dove trovare l’antico pozzo a cui attingere l’acqua viva che fa bene al cuore.

… Padre Dario e madre Eusebia: vangelo vissuto …

Padre Dario e madre Eusebia si sono accostati alla Parola di Dio, nella meditazione e nel vissuto quotidiano, come a Parola viva, con un incontro immediato con Gesù. E Gesù li ha resi intimamente partecipi dei suoi sentimenti, dei suoi gesti, dei suoi atteggiamenti interiori.

Padre Dario è stato particolarmente toccato dalla compassione di Gesù davanti alle folle perdute, come pecore senza pastore. Come Gesù, egli vedeva ciò che altri non vedevano: una folla immensa di sofferenti cui nessuno pensava.

In questa Parola di Gesù è radicata la sua stessa chiamata: “… Commosso allo spettacolo miserando di tanti poveri ammalati, affetti da malattie insanabili, respinti dagli ospedali e abbandonati perfino dai parenti nelle proprie case…”, padre Dario ha maturato l’urgenza interiore di dare inizio alla famiglia delle “Figlie di sant’Eusebio di Vercelli”, perché esercitassero il ministero della carità verso gli ultimi e abbandonati.

Da qui è partita la sua audace ricerca di una casa che potesse accogliere i rifiutati dalla società. Pur avendo trovato diversi alloggi idonei allo scopo, egli stesso ha dovuto vivere l’esperienza del rifiuto: “… non potemmo averne nessuno, perché appena si veniva a conoscenza dei nostri intendimenti, ci venivano negati quasi con orrore… La vicinanza di poveri infermi che possono essere infetti a causa di malattie ripugnanti, non è certo alla maggior parte gradita, né affatto desiderata… Povero…, senza denaro, senza conoscenze, conscio della mia pochezza… povero ciabattino da piazza non avevo di meglio che pregare ed attendere…”. E’ l’esperienza di Maria e Giuseppe a Betlemme: “… non c’era posto per loro nell’albergo…”.

“Raccogliete i frammenti perché nulla vada perduto…”. Come Gesù, anche padre Dario sapeva cogliere, al di là delle apparenze, la fame e la sete più profonda delle folle del suo tempo. La sua missione sacerdotale lo spingeva non solo a raccogliere in casa i frammenti di umanità abbandonata e rifiutata, ma a rispondere all’appello della chiesa che sollecitava ad andare incontro alle masse “… per portare in mezzo al mondo quell’alito di cristiana fede, carità e pietà che deve riformare la società presente ormai troppo distaccata da Dio… Il servizio degli ammalati nelle proprie case è appunto uno di quei mezzi che può infondere nelle famiglie private quei sensi cristiani o spenti o del tutto dimenticati…”.

Padre Dario insisteva che le sue figlie affrontassero una formazione solida e vigorosa e si dedicassero a una preghiera intensa e continua. Si trattava di affrontare una missione delicata, difficile, impegnativa, esposta a continui rischi e pericoli. La loro formazione avveniva sul campo, attraverso la carità esercitata e vissuta in tutte le sue espressioni: benevolenza, bontà, dolcezza, consolazione, pazienza, buone maniere, spirito di sacrificio, letizia. Dovevano evangelizzare con la loro vita.

Quando padre Dario mandava qualche sua figlia al capezzale di un miscredente, di un libero pensatore o di una persona ostile alla chiesa – allora la massoneria era di casa – raccomandava: “… non parlare di Dio, ma trasmetti Dio con la tua carità, fino a suscitare nell’altro il desiderio di Dio…”. E lui stesso accompagnava la veglia con l’adorazione e l’intercessione notturna.

Così scriveva alle prime sorelle: “… non dobbiamo perderci di coraggio perché, come dice la Sacra Scrittura: ‘vis vi unita fortior’: la forza unita ad altra forza diventa più forte…”. La carità e l’intercessione, unite, erano evangelizzazione piena, al punto da operare miracoli continui di conversione. Dal mistero di Dio Amore, contemplato nella meditazione e nella preghiera, scaturiva il fuoco della missione, che riconduceva molti lontani alla comunione con Dio.

Volevano riprodurre l’esempio di Gesù, venuto non per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori. Fino al sacrificio estremo della croce, Gesù ha compiuto la missione ricevuta dal Padre: radunare tutti i figli di Dio che erano dispersi. E la vita di padre Dario e madre Eusebia è stata tutta segnata dalla croce, portata in silenzio e con amore, per la salvezza dei fratelli.

Come Gesù che “… passò facendo del bene a tutti…”, anche padre Dario, con madre Eusebia e le prime sorelle, hanno aperto il loro cuore e le porte della loro casa “… a qualsiasi persona in stato di bisogno, senza alcuna discriminazione di età, sesso, condizione sociale, razza e fede religiosa…”. Erano convinti che ogni uomo è nostro fratello, ogni uomo è figlio di Dio Amore, ogni uomo è portatore di Dio Amore.

Tuttavia la loro predilezione era per i più deboli, per coloro cui nessuno pensa, per coloro che non hanno voce, per coloro che vengono rifiutati da tutti. Questa attenzione alla preziosità di ogni persona umana continua a offrire un recupero di valori umani e spirituali, che possono contribuire alla costruzione della civiltà dell’amore, secondo il pressante invito di Paolo VI, nostro amato cardinale protettore.

“Gesù passò facendo del bene a tutti…”: questa Parola continua ancora oggi ad attirare il nostro cuore. Accende in noi il desiderio di continuare a fare della casa madre il cuore della nostra famiglia religiosa perché sia faro di irradiazione come ai tempi dei nostri fondatori. Ci stimola ad una apertura di carità sulla misura di Gesù, di sant’Eusebio e dei nostri fondatori. Lo spirito di famiglia che, alle origini, regnava fra tutti, continua a caratterizzare quello che, oggi, osiamo chiamare il nostro “villaggio della carità”. Che tutti coloro che bussano alla nostra porta possano trovare ascolto, aiuto, consolazione, serenità, come è il cuore di Dio Amore.

La carità potrà fiorire e irradiarsi in espressioni sempre nuove, creative, invadendo la città e il mondo, se tutti insieme, come famiglia allargata, continueremo ad attingere alla sorgente viva della Parola. Solo la Parola vissuta personalmente e comunitariamente ci dona, al di là dei nostri limiti, la prontezza e la disponibilità a rispondere il nostro “sì”, come Maria, ai nuovi esclusi di oggi. Solo un grande amore fecondato dallo Spirito, è capace di guarire le loro ferite.

Diventa così vero l’inno comunitario, espressione del nostro carisma, che ci riporta costantemente alla missione di Gesù: “… lo Spirito del Signore è su di me. Lo Spirito del Signore mi ha consacrato e inviato a portare il lieto annuncio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore …” (Is  61,1-2 in Lc 4,16-21).

Madre Eusebia, nel momento più buio della prova, ha ricevuto dalle autorità della città, l’invito a mettersi a sevizio dei carcerati, come  messaggera di consolazione durante la loro detenzione, come buona samaritana alla loro dimissione dal carcere, offrendo il calore di una casa e il sostegno per il reinserimento nella società.

Oggi, con stupore, scopriamo che ancora viene chiesto al nostro villaggio della carità di diventare una vera alternativa al carcere, per ricuperare alla serenità, alla pace, alla fiducia, alla misericordia, i cuori spezzati. Ci sembra di poter affermare che la nostra risposta è frutto della Parola e dell’esercizio assiduo della Lectio Divina. Ma anche la accresciuta sensibilità nei confronti delle persone più fragili è motivo di ringraziamento a Dio Amore che inonda tutti.

Vedere e servire Gesù nel piccolo, nel povero, nel debole, nel sofferente, è stata la nota caratteristica di tutta la vita di madre Eusebia. Tale ministero sacerdotale lo ha trasmesso anche alle sue figlie, nel quotidiano.

Sul letto di morte così ha sintetizzato il suo messaggio evangelico: “… figlie, ciò che fate, fatelo volentieri per amore di Dio. Ricordatevi che Gesù riterrà fatto a sé quello che fate a chi è sofferente; anche un solo bicchiere d’acqua, dato in suo nome, sarà ricompensato. Ricordatelo sempre…”.

Così testimonia suor Elia: “… in seguito ad una osservazione fatta ad una suora che aveva trattato sgarbatamente un povero ammalato, la Madre ci tenne una esortazione sulla carità. La vidi con le braccia aperte, come Gesù in croce, e ricordo che ci disse: ‘Figlie, se vi venisse la tentazione di trattar male un nostro caro sofferente, non fatelo, piuttosto venite a picchiare me, perché essi sono la pupilla degli occhi di Dio’. E ciò dicendo i suoi occhi lacrimavano…”.

“… Lo avete fatto a me…” (Mt 25,35-40): è un’altra Parola di Dio che caratterizza il nostro carisma di carità nella chiesa.

… Beviamo alla sorgente viva della Parola …

Il carisma è vivo e genera vita nuova nella misura in cui si alimenta costantemente alla sorgente viva della Parola di Dio.

Padre Dario è stato toccato dall’esperienza spirituale di sant’Eusebio e del suo cenobio. Una esperienza fortemente evangelica che ci riporta al vissuto della prima comunità di Gerusalemme.

I primi cristiani erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli. Questi, trasformati in creature nuove dall’esperienza della Pentecoste, trasmettevano con la parola e con la vita i detti e i fatti di Gesù. La testimonianza della presenza del Risorto in mezzo alla comunità era così viva da non avvertire immediatamente il bisogno di scrivere i vangeli. La stessa comunità cristiana era il vangelo vivente di Gesù annunciato con la vita. E la Parola di Gesù si diffondeva. Coloro che la accoglievano si facevano battezzare e ogni giorno lo Spirito aggiungeva nuovi membri alla comunità.

La Parola e il Cenobio eusebiano…

Questo clima di vangelo vissuto aveva ispirato il cenobio di Vercelli, dove Eusebio era la regola vivente. I cenobiti e le vergini, contagiati dal suo esempio e dalla sua santità, imparavano a vivere insieme in un cuor solo e un’anima sola, a mettere tutto in comune, a formarsi alla carità e alla missione.

Sappiamo che Eusebio nacque in Sardegna. La tradizione indica in Cagliari la città natale di lui. La sua infanzia e prima adolescenza sono quasi del tutto sconosciuti. San Girolamo e sant’Ambrogio testimoniano che Eusebio lasciò l’isola in giovane età e fu alunno della scuola ecclesiastica di Roma, dove fu ordinato “Lettore”. Come Lettore doveva leggere brani della Sacra Scrittura alle assemblee dei fedeli, radunati nei giorni festivi e nelle veglie notturne in preparazione delle solennità e delle commemorazioni dei martiri.

Da testimonianze di personaggi ecclesiastici contemporanei o di poco posteriori, veniamo a conoscere la elevatezza spirituale di Eusebio lettore. Nella sua residenza di Roma si era imposto una austera disciplina di mortificazione e di penitenza e, con l’assidua orazione e contemplazione, si preparava inconsapevolmente al ministero pastorale che lo attendeva dopo la elezione a vescovo di Vercelli.

A Roma conobbe sant’Atanasio, il grande confessore e strenuo difensore della verità pura e piena sul mistero della Trinità, ma anche testimone della vita monastica della Tebaide e soprattutto della vita del grande Abba Antonio. Questa amicizia ebbe una forte e duratura incidenza su tutta la sua vita e sul cenobio da lui fondato.

Tra i suoi compagni di scuola e di ministero nel Lettorato, Eusebio conobbe e frequentò come amico colui che, in età matura, divenne vescovo di Roma: Papa Liberio. La stima reciproca era così grande che il papa, in circostanze gravi per la fede cattolica, si rivolse spontaneamente a Eusebio, divenuto vescovo di Vercelli, per sceglierlo suo legato e rappresentante, come risulta da alcune lettere che Liberio scrisse a Eusebio e che sono giunte fino a noi.

Eusebio Lettore non solo conobbe e approfondì le Sacre Scritture, ma ne fece il fondamento della sua vita spirituale e contemplativa: a Roma offrendo ai fedeli, radunati in assemblea liturgica, la lettura orante della Parola; a Vercelli, scegliendo per sé e per il suo cenobio uno stile permanente di vita santa.

Durante l’esilio, un giovane ecclesiastico di Antiochia, Evagrio, subì il fascino spirituale di Eusebio al punto da volerlo seguire nel viaggio di ritorno a Vercelli per essere formato alla scuola del suo cenobio. Evagrio divenne, poi, vescovo di Antiochia, successore di Pietro, di Ignazio… Nel suo viaggio da Antiochia a Vercelli, Eusebio portò con sé i vangeli e il commento ai salmi, scritti in greco da Eusebio di Cesarea: un materiale prezioso per il suo cenobio.

Eusebio Lettore della Parola che diventa preghiera e vita, ora si fa traduttore della Parola, anzi il primo traduttore, insieme ai suoi cenobiti, dei vangeli e dei salmi dal greco in latino. E’ il prezioso “Codice A” gelosamente custodito nel tesoro del duomo di Vercelli, come una reliquia.

La traduzione latina è stata fatta non per motivi di studio, ma ai fini della preghiera e della formazione dei cenobiti e delle vergini, per l’evangelizzazione della città e delle campagne, nella lingua parlata dal popolo. Nel secolo IV la Parola e i testi liturgici erano scritti in greco, una lingua conosciuta solo dai dotti, mentre la lingua corrente era il latino. Il cenobio eusebiano ha avvertito l’urgenza di evangelizzarsi per evangelizzare. Per questo ha capito l’importanza di tradurre i testi liturgici nella lingua che tutti potevano comprendere. E’ motivo di sorpresa scoprire che la stessa cosa è avvenuta, ai nostri tempi, per la “Sacrosantum Concilium” al Vaticano II, allorché si è passati dal latino come unica lingua ufficiale della chiesa cattolica (non più compresa dal popolo di Dio) alle lingue correnti dei vari paesi del mondo.

La Parola ha illuminato sant’Eusebio particolarmente sul mistero della Santissima Trinità. Accanto ad Atanasio, egli è uno dei più grandi confessori della fede nicena nel mistero dell’incarnazione di Gesù, vero Dio e vero Uomo. La comunione fraterna sul modello della comunione trinitaria e la  divinizzazione dell’uomo operata dalla Pasqua di Cristo sono la base della vita del cenobio e il contenuto di tutta la loro evangelizzazione.

I cristiani della chiesa eusebiana si erano formati sulla solida roccia della Parola, rettamente compresa e autenticamente vissuta, al punto da reggere nella fedeltà, anche durante la bufera della eresia ariana che aveva travolto la chiesa occidentale e orientale e aveva confinato nel lungo esilio il loro Padre e Pastore. La conferma che i suoi figli erano rimasti saldi nella retta fede sarà il più grande motivo di consolazione e di speranza per Eusebio in esilio. Ma la forza dei figli veniva anche dall’eroica testimonianza del loro vescovo, disposto a dare la vita per la purezza della fede, trasmessa dagli apostoli e maturata al Concilio di Nicea sotto la guida dello Spirito.

Oggi, guardando a distanza questo evento, con stupore e commozione scopriamo che si tratta di una esperienza eccezionale del IV secolo: l’intera comunità cristiana della chiesa eusebiana si mantiene fedele nell’universale naufragio della fede, in cui sono crollati vescovi e fedeli di tutta la chiesa di allora, salvo pochissimi confessori e testimoni fino al martirio.

Con la luce di oggi osiamo dire che il cenobio e la comunità cristiana di Eusebio vivevano permanente-mente la misura alta della vita cristiana. Era una vera e propria “missione permanente”. Tale era la fama della loro santità che era diventata consuetudine delle diocesi di vasta parte dell’Italia, con sede vacante, bussare alle porte del cenobio eusebiano per scegliere il proprio vescovo.

La Parola e i nostri Fondatori …

Dalla testimonianza unanime delle prime sorelle, nulla stava più a cuore a padre Dario del verificare quotidianamente se le sue figlie facevano bene la meditazione, se essa diventava il loro nutrimento costante lungo la giornata, soprattutto se la mettevano in pratica nell’amore fraterno e nella carità verso i poveri.

La meditazione, allora, era letta in comune, su testi che commentavano la Parola di Dio e particolarmente il  vangelo. Tutta la chiesa viveva ancora l’esilio della Parola. Si era lontani dalla “Perfectae Caritatis” che esorta i consacrati ad avere quotidianamente fra le mani le Sacre Scritture. Il contatto con la  Parola non era diretto bensì mediato da commenti.

Tuttavia l’insistenza a radicare la vita sulla Parola e sul vangelo è particolarmente significativa e vitale. Padre Dario, madre Eusebia e le prime sorelle solevano ripetere alle giovani in formazione: … Eucaristia e peccato possono convivere, ma non possono stare insieme meditazione e peccato … La meditazione – oggi diremmo la Parola – ha il potere di formare, di convertire, di sanare, di cambiare, di santificare la vita.

Nel 1925 padre Dario, colpito da paresi, si trovava nella comunità di Varese. Due volte alla settimana si recava a Baveno per le cure termali. Suor Fedele, che ebbe la fortuna di accompagnarlo qualche volta, così testimonia: “… sul battello mi faceva la meditazione, parlava tutto di vita interiore, di cose spirituali, ed io ero tanto felice. Una volta siamo andati al Sacro Monte di Varese. Ha celebrato la s. messa ai piedi della Madonna. Abbiamo pregato per la sua guarigione. Nessuno era più felice di noi …”

Suor Maria, a sua volta, scrive:  “ … il Padre amava tanto il silenzio, il raccoglimento e, lungo il giorno,  incontrandole per le corsie, chiedeva or all’una or all’altra sorella : ‘… dimmi la meditazione di questa mattina. Che cosa ti ha suggerito Gesù? Che cosa gli hai promesso di fare?’

E Suor Speranza aggiunge: “ … quando lo incontravo, il Padre mi chiedeva. ‘… hai pregato? Hai meditato? Che proposito hai fatto?’ Poi soggiungeva: ‘abbi fede e fiducia nel Signore, è l’unico modo per vincere le tentazioni e superare le difficoltà’.  Le sue parole penetravano nel mio cuore come gocce di balsamo spirituale e mi infondevano tanta gioia e serenità per continuare il mio cammino”.

A sua volta, suor Flavia così scriveva: “… la bontà del Padre è rimasta profondamente scolpita nel mio cuore. Tutte le volte che parlo di lui alle sorelle, mi sento ancora commossa dopo vent’anni. Il Padre parlava poco, preferiva ascoltare, ma le sue parole hanno lasciato nell’animo mio un’impronta incancellabile… Mai andavo dal Padre senza riportare degli utili insegnamenti e forte persuasione. Ero contenta ogni volta mi si presentava l’occasione di parlargli…”.

Possiamo asserire che il vangelo impregnava le parole di padre Dario. Per questo incideva, con la sua luce e la sua bontà, nel cuore delle figlie e nel cuore dei suoi tesori che, esultanti, lo chiamavano “Padre” ogni volta che lo incontravano. Padre Dario era vero padre nello spirito: una caratteristica che da sempre lo ha contraddistinto nel suo ministero sacerdotale. Egli guidava nelle vie di Dio con la parola suasiva, ma ancor più efficacemente con l’umiltà e la santità della vita.

La Parola, oggi, ci conduce…

Il nostro carisma di carità è un piccolo granello di senape che, nel solco della chiesa di oggi, attraverso di noi, ha la possibilità di svilupparsi, approfondirsi, espandersi. La sua vitalità dipende dalla nostra capacità di radicarci sempre più in profondità nelle nostre sorgenti e di aprirci al dinamismo dello Spirito che conduce la chiesa oggi.    La nostra famiglia religiosa ha conosciuto dall’interno, per esperienza, il passaggio dal clima che caratterizzava la chiesa prima del Concilio alla nuova primavera del Vaticano II.

Non finiremo mai di ringraziare il Signore di aver vissuto i fermenti di rinnovamento, che si avvertivano nell’aria e che facevano fremere di vita e di speranza il nostro cuore. Abbiamo vissuto il passaggio da una visione statica della consacrazione a un dinamismo, che avvertivamo inarrestabile. Era lo stesso spirito delle prime comunità cristiane. Lo spirito del cenobio di sant’Eusebio. Lo spirito della buona novella. Il vangelo!

Lo Spirito ci ha condotte, con grande sorpresa, alle nostre sorgenti e ha spalancato la nostra famiglia alle ricchezze della chiesa. I documenti conciliari li abbiamo sentiti nel sangue, li abbiamo fatti nostri, ci hanno immerso in orizzonti nuovi. Abbiamo respirato aria nuova. Lo Spirito ci ha fatto approdare all’esigenza di incarnare il vangelo nella vita con la freschezza che scoprivamo in padre Dario, madre Eusebia, e nelle prime sorelle. Coglievamo alle nostre origini un clima che ci riportava alle prime comunità cristiane.

Da questo vissuto sono scaturite le nostre costituzioni rinnovate, tutte permeate di vangelo. Un testo che tutte sentivamo ispirato, perché confermato con profonda gioia e commozione dalle sorelle più anziane, che avevano vissuto con i fondatori. Commozione che era convalida di fedeltà, nella novità dello Spirito.

Da allora, tutto è stato segnato dalla Parola. Abbiamo constatato, con convinzione e gratitudine a Dio, che la Parola aveva il potere di toccare i cuori, di convertire, di ricreare il clima comunitario favorevole al dialogo e all’ascolto vicendevole.

Attratte dalla Parola, fin dagli anni ’80, abbiamo avvertito l’esigenza di iniziare, timidamente, un cammino esperienziale di Lectio Divina comunitaria, ritrovandoci settimanalmente, a piccoli gruppi, attorno alla Parola della domenica. Ci lasciavamo guidare da coloro che scoprivamo nostri maestri nel vivere la Parola.

La Parola ci illuminava il volto di Dio Amore. Un volto che scoprivamo in modo nuovo e che incideva gradualmente nella nostra mentalità, nel nostro modo di pregare e nel nostro modo di servire i poveri e i sofferenti. Ci sentivamo sempre più vicine e più in sintonia con i nostri fondatori e con la chiesa di oggi.

Sotto la spinta del Concilio, abbiamo orientato la nostra meditazione direttamente sulla Parola di Dio della liturgia del giorno. Passo dopo passo, siamo  approdate alla Lectio Divina come cammino formativo, personale e comunitario, che vuole abbracciare tutta la vita.

“In principio, la Parola…” (Gv 1,1): abbiamo cominciato a porre la Parola a fondamento della nostra vita consacrata. La Parola è diventata progressivamente il centro, il cuore, la roccia, la nostra trasformazione in Cristo, personale e comunitaria. La Parola ci riporta costantemente al momento originario della nostra chiamata. Abbiamo imparato a riconoscere e a credere all’amore che Dio ha per noi, rispondendo con il nostro “Eccomi!”…

Con il XIII° capitolo generale del 2006 è avvenuto, per tutte noi, un ulteriore passo nella conversione di mentalità. Fin allora avevamo vissuto la sensazione di essere noi ad andare verso la Parola. Lo Spirito Santo ci ha aperto un solco nuovo. Ci ha fatto prendere coscienza che è la Parola che ci conduce. E’ la Parola che ci vive. La Lectio Divina è Opera di Dio (è Opus Dei) in noi.

La Lectio Divina ci  ha aiutate a passare da una spiritualità individuale alla spiritualità di comunione. Ha suscitato in noi l’esigenza interiore di ritornare alla semplicità evangelica delle vergini eusebiane e della prima comunità di Gerusalemme, dove tutti erano un cuor solo e un’anima sola, suscitando in noi sorpresa, commozione, gioia per le nostre vere origini riscoperte. Ci ha fatto intravedere la strada per vivere rapporti trinitari fra noi e con tutti.

Guardando alla Trinità, noi spontaneamente ci siamo orientate alla luce di tre icone: il ‘mistero’, la ‘comunione’, la ‘missione’. E’ questo il cammino della chiesa del terzo millennio. Noi lo abbiamo accolto come dono del Risorto, vivo e presente in mezzo a noi riunite nel suo amore. Un dono pregustato e un cammino ancor tutto da percorrere, ma verso il quale, insieme, abbiamo deciso di muovere i nostri passi.

E’ così che, accanto alle costituzioni rinnovate nel capitolo speciale del ‘70, si aggiunge un orizzonte nuovo di spiritualità, che evolve il nostro carisma in profondità e in estensione, fino a considerare questo, come un nuovo capitolo speciale per la nostra famiglia religiosa, nel solco della chiesa del terzo millennio.

La Lectio Divina continua ad alimentare il nostro carisma di tutta la Parola vissuta nella chiesa, dalle prime comunità cristiane fino ad oggi. Pur nella povertà e piccolezza della nostra famiglia religiosa, lo Spirito continua ad allargare all’infinito i nostri orizzonti. Ci invita a dilatare il nostro sguardo in tutte le direzioni. Riconosciamo che ovunque c’è un vissuto autentico di vangelo, qui lo Spirito Santo è all’opera per l’edificazione di tutti, e quindi anche nostra.

La Parola ha compiuto un cammino nella nostra storia. La Parola continua a formare la nostra comunità. Soprattutto la ‘communicatio’ è comunione di cuori, è unità di pensiero, è intesa nell’operare, è adesione libera e spontanea. Si respira pace e gioia, frutti inconfondibili dello Spirito.

L’augurio è che ogni Figlia di sant’Eusebio, plasmata dalla Parola, possa ritornare alla freschezza della primitiva risposta alla chiamata. Tutte, alle origini, abbiamo scelto Dio come il nostro “Tu”, come il nostro “Tutto”. Come rispondere, con la stessa freschezza, alla chiamata di ogni giorno?

Camminando insieme verso l’incontro con Dio e sostenendoci a vicenda nella fedeltà. Lo Spirito continua a confermarci nella consapevolezza che è Dio che guida la storia della nostra famiglia religiosa. E’ Dio che guida la nostra storia personale. E’ Dio che ci mostra come la nostra piccola storia è ben inserita nel grande progetto della Storia della Salvezza, che abbraccia l’umanità passata, presente e futura, insieme con tutta la creazione.

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