Spiritualità: Le nostre sorgenti


Nella nostra famiglia religiosa rifulga,
quale più singolare distintivo, la “carità”
che Cristo ci lasciò in testamento.
Amiamoci come sorelle
e accostiamo chi soffre
con una carità profondamente umana,
arricchita dei frutti dello Spirito,
quotidianamente invocati:
misericordia, gioia, umiltà,
pazienza, spirito di sacrificio, bontà.

(Dalle Costituzioni Manoscritte)



… La sete …

Le giovani che bussano, oggi, alla porta delle “Figlie di sant’Eusebio di Vercelli” manifestano la sete di incontrare Dio. Desiderano abbeverarsi alle sorgenti pure: della Parola, dell’Eucaristia, di una testimonianza fraterna di amore reciproco, che continua a rendere vivo e presente Gesù in mezzo a noi, nella sua permanente compassione verso i più poveri e sofferenti. Chiedono soprattutto di conoscere le nostre origini: i fondatori, le prime sorelle, le radici eusebiane ed evangeliche del nostro carisma, da cui si sentono misteriosamente attratte.

… Chi sono le Figlie di sant’Eusebio? …

Una famiglia religiosa nata a Vercelli il 29 marzo 1899, dal cuore di padre Dario Bognetti, sacerdote diocesano di Albano Vercellese (1865-1930), e di madre Eusebia Arrigoni, nativa di Chiaravalle milanese (1868-1939).

… Perché ci chiamiamo e siamo Figlie di sant’Eusebio? …

Tutto nasce dall’esperienza spirituale di un sacerdote che si sente figlio di sant’Eusebio, padre Dario Bognetti. Nel suo itinerario di formazione al sacerdozio si lascia sempre più attrarre ed affascinare da sant’Eusebio, non come persona del passato, ma come vivo, presente e operante nella sua vita e nella futura opera. Scrivendo a suor Francesca (Luigina Arrigoni) e alle sue prime compagne, già radunate a vita comune a Milano, così si esprime: “ … lasciandoti fra le braccia amorose di Gesù Crocifisso e al fianco sempre di sant’Eusebio…”. E ancora: “ … Coraggio, niente ci sgomenti. Iddio lo vuole… Con solo due stanze quantunque grandi si è un po’ alla stretta, specialmente per il nostro scopo… Carissime mie figliuole, spedite pure quando credete bene il mobilio al domicilio di Casa Rivera Corso Palestro e partite tranquille, allegre in Domino, sant’Eusebio penserà a tutto…”. E qualche giorno dopo, facendo sua l’esperienza di santa Teresa, scrive ancora a suor Francesca: “ … Son sicuro che tutto avrai disposto per la partenza, sì, coraggio, sant’Eusebio lo vuole, niente vi turbi, niente vi sgomenti, Dio non muta, con la pazienza tutto si acquista, a chi possiede Dio nulla manca, solo Dio basta”.

Senza alcun dubbio o esitazione, per padre Dario la nuova famiglia che nasceva nella chiesa di Vercelli doveva prendere il nome di: “Figlie di sant’Eusebio, ministre degli infermi”. La scelta di sant’Eusebio come patrono e protettore non era di carattere devozionale. E’ stata vissuta fin dalle origini come continuità ideale del cenobio femminile delle vergini eusebiane del IV secolo. Per questo la superiora doveva chiamarsi suor Eusebia e sant’Eusebio è considerato il vero ispiratore della comunità.

… Sant’Eusebio ci conduce alle nostre vere sorgenti …

Sfogliando i breviari di padre Dario, conservati nell’archivio della casa madre di Vercelli, vi troviamo racchiusi i suoi ricordi più cari: molteplici immagini di giovani sacerdoti suoi amici, vivi e defunti, e una breve sintesi storica di sant’Eusebio. Sono rivelatori del suo culto per il sacerdozio e dell’amore a sant’Eusebio, suo vivo modello.

Al cuore della casa, nell’ambiente della quotidianità, cui accedevano: suore, poveri, sacerdoti, educande…, padre Dario e madre Eusebia hanno collocato la statua più significativa di sant’Eusebio, in atteggiamento da pellegrino. Porta nella mano destra il pastorale e nella sinistra l’evangeliario, a cui sono sovrapposti tre sassi, simbolo della Trinità. I fondamenti della fede e della vita di sant’Eusebio diventano, così, nutrimento spirituale per le figlie di ieri, di oggi e di domani. Tutto parte dal vangelo. Padre Dario e madre Eusebia direbbero: dalla meditazione. Oggi diciamo: dalla Parola, che rivela e attua il disegno della Trinità: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio per riunire a sé tutti i suoi figli che erano dispersi”.

La Trinità discende sulla terra, attraverso l’incarnazione di Gesù e, attraverso la sua morte, risurrezione e ascensione al cielo,  riporta l’umanità e l’intera creazione nella comunione trinitaria.

I tre sassi sono segno anche del martirio, segno della Trinità vissuta e amata fino al martirio. Tutto parte dalla Trinità e tutto ritorna alla Trinità. Per la Trinità Eusebio ha sofferto e dato la vita. Per questo la diocesi di Vercelli, per una concessione privilegiata, lo venera non solo come Pastore, ma anche come Martire e, al primo di agosto, anniversario della sua nascita al cielo, usa i paramenti rossi.

Sulle prime pagine del manuale di preghiere delle Figlie di sant’Eusebio di Vercelli, stampato da padre Dario nella tipografia interna dell’Istituto, installata fin dalle origini per il recupero dei ragazzi meno dotati, si legge:

“Sant’Eusebio V. M., Patrono di Vercelli, Fondatore del primo Istituto Monastico, Protettore delle Figlie di sant’Eusebio”. E subito dopo:

“Dalla lettera di sant’Eusebio V. M. ai vercellesi, ai novaresi, ecc…, scritta dall’esilio di Scitopoli (Palestina):

“… Godo, fratelli e figli, della vostra fede, godo della salvezza che segue alla fede, godo dei frutti copiosi, come l’agricoltore che si adopera con ogni cura a coltivare piante elette…

… Vi prego e vi scongiuro di custodire la fede con tutta vigilanza, di conservare tra voi la concordia e di attendere costantemente alla preghiera.

… Per la misericordia di Dio supplico che ognuno di voi in questa lettera trovi il proprio saluto, perché a tutti singolarmente, come solevo fare, non mi fu possibile scrivere, per la condizione in cui mi trovo. Con questa mia lettera, dunque, mi rivolgo a tutti i fratelli (sacerdoti e diaconi), alle sante sorelle (sanctae sorores: sono queste le prime monache di sant’Eusebio da lui fondate in Vercelli sotto la direzione della sorella santa Eusebia), a tutti i figli e le figlie, di ogni sesso ed età…”.

E’ così che padre Dario e madre Eusebia, lasciandosi condurre dallo Spirito, hanno scelto come modello il Cenobio eusebiano. Ed Eusebio  li ha condotti fino alle sorgenti originarie della chiesa. Alla prima comunità di Gerusalemme. Ci troviamo di fronte a esperienze di vita in cui, non una regola scritta, ma la testimonianza vivente di persone toccate dallo Spirito attira attorno a sé una comunità che vive l’amore reciproco secondo il comandamento nuovo di Gesù. Lo rende visibilmente presente: nell’ascolto della Parola, nella frazione del pane, nell’amore reciproco, nella comunione dei beni, nella preghiera assidua e costante.

E’ così per gli apostoli, per Eusebio, per padre Dario e per madre Eusebia. E’ l’esperienza dell’Amore, vissuto in tutte le sue espressioni: verso Dio, nella comunità e nello slancio missionario verso tutti, e per noi in modo particolare verso i piccoli e i sofferenti. Questo Amore diventa annuncio luminoso del Risorto che vive con i suoi, ovunque due o tre sono riuniti nel suo amore. La letizia e la semplicità di cuore sono i frutti di una vita evangelica che affascina tutti coloro che, osservando dall’esterno, giungono ad esclamare con profondo stupore: “… guarda come si amano e come ognuno è disposto a donare la vita per gli altri …” ( Tertulliano).

… La presenza del Risorto nella comunità …

E’ questo il messaggio e la luce che si sprigiona dal dipinto nella lunetta all’ingresso della chiesa di casa madre, fatta costruire dai fondatori e inaugurata  l’8 dicembre 1927. Gesù risorto, in un unico abbraccio, unisce: poveri, malati, meno dotati, giovani studenti e suore … in un’unica famiglia. La famiglia dei figli di Dio. Gesù è il vero ‘Padre’ e tutti in lui e attorno a lui si sentono  fratelli senza distinzione e  senza distanza.

Così si viveva nei primi anni della nostra grande famiglia eusebiana: al primo posto c’erano i piccoli e i deboli, trattati con dignità sacramentale, come “la pupilla degli occhi di Dio”. Padre Dario, sempre a contatto con le sue “perle”, asciugava la bava della loro bocca con il suo stesso fazzoletto e godeva che i suoi piccoli affondassero la mano nelle sue tasche profonde, dove erano sicuri di pescare un mentino, una caramella, una ciliegia, ricevuti come provvidenza alla fine del mercato… Madre Eusebia, con cuore grande, accoglieva i suoi “tesori” perfino nella propria camera, quando non c’era posto nelle corsie dei poveri. Li assisteva con le proprie mani e insegnava alle giovani suore, impaurite e impressionate di fronte a deformità umanamente ripugnanti, a trattare quelle piccole membra doloranti come il Corpo stesso di Gesù. Ne nasceva un ardore e una gara nel servizio, che dava ali allo spirito e toccava i cuori di tutti. Le giovani studenti, prima di andare a scuola, aiutavano a lavare le scodelle degli ammalati… Lo spirito di famiglia era una realtà molto concreta, vissuta con naturalezza e spontaneità. Tutto era tra loro comune!

Entrando in chiesa si rimane subito attratti dalla figura dominante del Cristo Pantocrator, dipinto al centro dell’abside, con le braccia allargate, in atteggiamento di accoglienza di tutti i figli di questa unica famiglia in preghiera. Porta ben visibile un cuore dorato: rivelazione della grandezza e della tenerezza del cuore di Dio verso i suoi figli più poveri e sofferenti. Padre Dario ha scoperto i poveri attraverso la contemplazione del cuore di Dio. Qui, in questo cuore, ha pregato a lungo e ha imparato a guardare ai piccoli, ai deboli, agli abbandonati, con gli occhi e il cuore di Dio. Qui, in questo cuore, ha percepito che essi sono ‘la pupilla degli occhi di Dio’. Qui, in questo cuore, ha conosciuto, come ispirazione divina, la vera grandezza dell’Opera a cui erano chiamati.

Chi ha conosciuto la casa madre delle origini, sa che era costituita da un complesso di case povere, da vere e proprie catapecchie. Eppure, con entusiasmo e gratitudine, si continuava ad esclamare: la nostra grande Opera! Nella Notte del Natale 1898, padre Dario, alzando l’Ostia consacrata, benediceva già le sue figlie ancora lontane e chiedeva al Verbo Incarnato: “… fate che questa nostra grande e difficilissima intrapresa, che non sarà per altro che per manifestare ancora quanto sia grande il vostro cuore verso i poveri infelici, noi la possiamo veder trionfare”. Dunque, non il plauso, non il successo umano, non la grandezza esteriore, ma il trionfo dell’Amore di Dio verso tutte le sue creature più deboli: questo ricercava il cuore amante di padre Dario.

E su questa strada, con madre Eusebia e le prime sorelle, trovava due potenti sostegni: la Madonna di Oropa e sant’Eusebio, dipinti negli altari laterali, perché rimanessero simboli permanenti delle radici eusebiane della nostra famiglia di consacrate nella chiesa.
 
… Amore a Dio e amore ai poveri: un unico amore …

Padre Dario e madre Eusebia hanno desiderato e voluto la loro chiesa di casa madre, gioiello d’arte del fondatore della “Scuola Beato Angelico” di Milano, per esprimere il senso mistico del loro culto a Dio e ai poveri. La chiesa ha un’anima: la preghiera. Ha una presenza: Dio. Ha una comunità: le consacrate e i poveri e sofferenti che lì si radunano.

Ricercatori di “Dio solo”, hanno intuito che l’arte è preghiera, così come il servizio ai più poveri e rifiutati è preghiera. Dio li ha costantemente attratti, come Assoluto e come presenza nascosta nel più povero, amato e servito come “la pupilla degli occhi suoi”: un unico amore, impresso come programma di vita all’ingresso della loro casa: “Il culto dei poveri forma parte del culto di Dio, essi si devono onorare come santi altari” (Crisostomo).
Padre Dario, nella lettura orante del breviario quotidiano, si abbeverava alla fonte della Parola e dei Padri della chiesa. A questa scuola si formava. A contatto soprattutto con i Padri che, come Eusebio, hanno testimoniato, in unità di vita, la loro fede nella Trinità e il loro amore ai poveri, ha imparato come vivere il comandamento nuovo di Gesù nella sua nuova famiglia. Attingendo ancora all’esperienza spirituale del Crisostomo, ha sentito l’esigenza di imprimere sul muro del chiostro della comunità un’altra scritta programmatica: “Quanto è bello e piacevole vivere insieme come fratelli” (Salmo 132).

In questa stessa luce madre Eusebia, nel suo testamento spirituale, scriveva: “… raccomando che tutte le mie figlie siano unite, unanimi nel fare il bene e si conservino scrupolosamente fedeli al precetto della carità che è il vincolo della perfezione cristiana”.

Ci sentiamo onorate di ricevere in eredità una consegna così grande e preziosa: quella di continuare il clima della Comunità di Gerusalemme, descritta negli Atti degli Apostoli, sul modello del cenobio eusebiano, come ci hanno trasmesso padre Dario, madre Eusebia e le prime nostre sorelle. Questo è anche il solco della chiesa del terzo millennio, che invita tutti i cristiani a ritornare alla semplicità evangelica delle origini.

… Una vita come dono …

Gli Apostoli, sant’Eusebio, padre Dario, madre Eusebia… non hanno scritto. Hanno vissuto. Unico modello per tutti è Gesù. Egli è Dio e si fa uomo per noi, vive con noi e per noi, dà la vita per noi e continua a vivere in mezzo a noi.

Così Eusebio scrive ai vercellesi dall’esilio: “Io non cesso neanche un istante di spendere la mia vita e di offrire la mia stessa anima per la vostra salvezza…”.

Padre Dario, uomo che si è fatto tutto dono, esorta madre Eusebia e le prime sorelle ad apprendere l’attitudine del dono da Gesù Crocifisso, con una contemplazione e una preghiera quotidiana e ripetitiva che tocchi il cuore e lo apra alla volontà di Dio. Solo così Dio può chiedere quello che vuole e le sorelle sono pronte al dono totale e fiducioso di sé.

Guardando al Crocifisso, lo Spirito ci dona di comprendere fino a che punto Dio è Amore, fino a che punto Gesù ci ha amati. Tutti siamo amati da Dio. Questa consapevolezza cambia radicalmente il senso della vita e la stima per la preziosità di ogni persona umana. Solo riconoscendoci amati da Dio, ci possiamo amare gli uni gli altri come Gesù ci ha amati. L’amore di Cristo ci spinge ad essere amore. La carità è il nostro carisma: siamo figlie di sant’Eusebio, figlie della carità, figlie di Dio Amore.

… Una vita per gli altri …

Padre Dario ha fondato il suo sacerdozio sull’eucaristia e sulla carità, che è eucaristia della vita.  Con madre Eusebia e le prime sorelle ha incarnato, in tutta  la sua esistenza e in tutta la sua missione, l’icona della “lavanda dei piedi”, l’icona del servizio sacerdotale e mariano, nello spirito in cui l’ha vissuta e proposta Gesù nell’ultima cena (Gv 13).

L’apostolo Giovanni ha presentato tutta la vicenda umana di Gesù come una piccola vita, a contatto con piccola gente, tra episodi di meschinità e di contese, conclusa poi da una morte oscura. In tutto questo egli dice: … ho visto la Gloria di Dio! … (Cfr. C.M. Martini).

Sembra di cogliere in questa luce la grandezza che si nasconde sotto il velo della vita di padre Dario e di madre Eusebia, profondamente segnata dall’oscurità, dalla prova, dalla croce. Sta proprio qui il mistero del servizio, del nascondimento, del dono di sé.

Sentiamo pure noi il bisogno di invocare, come i nostri fondatori: … Signore, mostraci il tuo volto!...

Per vivere il carisma della carità abbiamo bisogno di contemplare a lungo il Figlio dell’uomo, che conversa con gente semplice, che sceglie di vivere in una situazione di insignificanza totale. Non è solo lo scandalo della croce che stupisce, ma lo scandalo dell’intera vita di Gesù: “… che cosa può venire di buono da Nazaret? …” (Gv 1,46).

Che cosa poteva venire di buono da don Dario Bognetti, che non eccelleva negli studi e che, dagli stessi suoi confratelli nel sacerdozio, non era considerato fra i dotti, i sapienti e gli intelligenti? Non solo il disprezzo, l’umiliazione, ma anche la calunnia e una vera e propria persecuzione hanno ripetutamente tentato di fare affondare la comunità iniziata da padre Dario e da madre Eusebia e la grande Opera da essi intrapresa.

Gesù ha esultato di gioia nello Spirito perché il Padre ha nascosto le proprie cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli.  Padre Dario e madre Eusebia, autentici piccoli del vangelo, avevano la chiara consapevolezza che “… il Signore suole servirsi dei meschini per la sua grande Opera…”. Questa certezza interiore dava coraggio alle figlie e faceva esultare di  gioia i poveri e i piccoli, ignari delle tempeste incombenti. Essi vedevano la famiglia di sant’Eusebio aumentare nel numero e crescere nell’amore.

L’icona del servizio è Gesù, il servo sofferente, che si carica di tutti i dolori dell’umanità e dà la vita per la salvezza di tutti. Al culmine della carità di padre Dario e di madre Eusebia sta il loro amore ai nemici, il ripagare con la più squisita carità coloro che li facevano soffrire. Essi seguono fino in fondo l’esempio di Gesù, l’esempio degli apostoli, la via tracciata dal loro grande Padre Eusebio nella comunione e nel martirio: … poche parole, molti fatti, partecipazione alla croce di Cristo.

… Amore reciproco …

Come garantire la continuità e la crescita nell’amore? Come garantire la presenza continua del Risorto fra noi?

Anzitutto padre Dario e madre Eusebia ci additano l’icona della lavanda dei piedi (Gv 13,12-17). E’ l’invito del nostro Signore e Maestro al servizio reciproco, umile e disagiato. In secondo luogo ci propongono come primo fondamento  della nostra regola di vita il comandamento nuovo di  Gesù: “ … amatevi come io vi ho amato…” (Gv 15,12). Gesù ci chiede di donare la vita le une per le altre.

La lavanda dei piedi e il comandamento nuovo prolungano in tutta la vita il significato della cena eucaristica. Per questo nelle prime comunità cristiane, nei Padri della Chiesa, in sant’Eusebio, così come in padre Dario e madre Eusebia, l’Eucaristia e la Carità sono strettamente unite.

Quando Gesù dona il comandamento nuovo, si riferisce specificamente ai suoi amici. A loro chiede di amarsi a vicenda come egli li ha amati. I discepoli, a loro volta, dovranno portare questo amore a tutti gli uomini, fino agli estremi confini del mondo.

Qui sta il segreto del Cenobio di sant’Eusebio, qui il segreto dello spirito di famiglia vissuto dai fondatori:   “ … da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se vi amerete l’un l’altro come io vi ho amato … Padre, che tutti siano una cosa sola come noi, affinché il mondo creda …”. L’accento è totalmente puntato sulla comunione fraterna, sorgente autentica della missione.

Di qui l’assurdità del dividerci tra noi per qualsiasi motivo. L’unico modo di fare comunione è quello di metterci a servizio le une delle altre. La prima espressione apostolica è la bontà di cuore tra noi. Questo amore ci spaventa perchè è esigente e concreto. Da questa carità  evangelica vissuta all’interno della comunità fiorisce poi la carità verso i fratelli, particolarmente verso i sofferenti e gli ultimi, coloro che nessuno vuole.

La comunione fraterna ha la forza di creare attorno a sé amici di Dio, in cammino verso di lui, ovunque li incontriamo. Ma questa carità non è frutto della sola nostra benevolenza umana, bensì è dono di Dio, è opera di Dio in noi. E’ l’amore stesso di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato donato. Ed è lo Spirito che dà vitalità alle potenzialità di affetto e di benevolenza universali, già esistenti in tutti.

… In formazione continua …

Con lo sguardo rivolto costantemente alla prima comunità apostolica di Gerusalemme, come sant’Eusebio, come padre Dario e madre Eusebia, accogliamo la sollecitazione dello Spirito a scegliere insieme come comunità, la misura alta della vita cristiana, a tendere alla santità personale e comunitaria. E’ ciò che la chiesa del terzo millennio chiede oggi a tutti (cfr. NMI).

I nostri fondatori hanno continuamente  sollecitato le loro figlie alla santità e alla fedeltà alla Parola attraverso la preghiera e la meditazione quotidiana. La santità non è concepibile se non a partire da un rinnovato ascolto della Parola di Dio. Siamo chiamate a mettere decisamente al centro della vita la Parola. La profezia è:   “ … in principio, la Parola …” (Gv 1,1). La Parola è il fondamento della nostra vita consacrata costruita sulla roccia. E’ sorgente di vita nuova.

La meditazione  quotidiana, tanto raccomandata da  padre Dario, diventa per noi oggi, soprattutto dopo il Sinodo sulla Parola,  ‘Lectio Divina’ nel quotidiano. E’ l’unico cammino continuo di formazione, completo, serio e severo. Impegna tutta l’esistenza. E’ una reale trasformazione in Cristo, personale e comunitaria.

Padre Dario, con la sua testimonianza sacerdotale, tutta incentrata sull’eucaristia quotidianamente celebrata, adorata e vissuta nella carità, ci insegna a fare, a nostra volta, dell’eucaristia il cuore della vita. Il fervore delle sue celebrazioni ci rivela il dono per eccellenza ricevuto da Gesù: il dono di se stesso, della sua persona, della sua opera di salvezza.

La comunione eucaristica è l’esperienza più forte di tutta l’esistenza. Sant’Eusebio e i Padri della chiesa hanno messo in forte rilievo l’eucaristia come sorgente costante della nostra divinizzazione. Nella comunione eucaristica si attua il mistero della nostra unione con la divina Trinità e con tutta l’umanità, nel Cristo Totale. Nell’eucaristia la santità di Dio discende tra di noi, affinché noi, unite a Gesù, possiamo ascendere alla comunione con Dio. L’eucaristia è potenza trasformante:  “… diventiamo ciò che riceviamo!” (San Leone Magno). E’ centro di irradiazione. La sua dinamica ci penetra e da noi vuole propagarsi agli altri ed estendersi a tutto il mondo. L’eucaristia forma la chiesa, plasma la comunità e i singoli per la salvezza di tutti. Se noi ci rendiamo conto che Dio è presente e ci comportiamo di conseguenza, anche i nostri fratelli potranno essere attratti dalla luce della divina presenza e dal fulgore del mistero che realmente unisce cielo e terra.

Nella prima comunità di Gerusalemme, nel cenobio di Eusebio, nella famiglia di padre Dario e madre Eusebia, alle origini, si viveva con un cuor solo e un’anima sola e lo Spirito poteva operare prodigi di luce e di bene. La comunione era la caratteristica formazione di tutti.

La Parola e l’Eucaristia ci aiutano a vivere la spiritualità di comunione, ci educano a vivere rapporti trinitari fra noi e con tutti. La comunione nasce dalla consapevolezza del mistero di Dio Amore che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto delle sorelle che ci vivono accanto.

La formazione diventa “communicatio” per contagio. Ci aiuta a rinnovare quotidianamente la nostra fede nella promessa di Gesù: “… dove due o tre sono riuniti nel mio amore, io sono in mezzo a loro …” (Mt 18,20). La spiritualità di comunione è vivere la presenza continua del Risorto fra noi, come avveniva spontaneamente nella prima comunità di Gerusalemme. Il Risorto fra noi ci trasforma e ci fonde in unità.

Lo stare con Gesù diventa formazione. Il vivere insieme nella comunione diventa formazione. Il contagiarci a vicenda nella santità diventa formazione. E tutto questo illumina, riscalda, irradia, trasforma i cinque continenti e tutta la creazione. A gloria del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, che in unità ci guidano alla meta e ci rendono partecipi della loro eterna comunione d’amore. Amen!

Leia também