Alla scuola dell'unità


“alla scuola dell’unità”
 P. Brendan Leahy –   3 e 4  marzo  2012



Con Benedetto XVI alla scuola dell’unità...

            Sono contento di essere qui tra voi. E’ un dono per me. E’ stata una gioia trovare le sorelle che mi hanno accolto con grande festa. Sento sempre in questa casa una grande gioia, una gioia che credo viene anche dalla vostra comunità, ispirata dall’amore reciproco, dai vostri fondatori e dalla vostra vita insieme. Si sa che, certamente, ci saranno dietro tante sofferenze, però in fondo cercate il regno di Dio e in questo si sente la gioia. Vi rin-grazio, perché quando arrivo, sento questa gioia.
            Mi sento un po’ onorato, perché sono alla presenza delle delegate per il capitolo, che celebrerete fra poco. Come delegate per un capitolo godete di una grazia particolare. Io stesso prego di essere anche un po’ degno di questo, perché è importante quello che voi fate. Sarà un momento anche di discernimento, con Gesù e con lo Spirito Santo. Da parte mia cerco di tra-smettere qualche esperienza, di dare un aiuto, per quanto è possibile. Però, in fondo, la grazia è sempre vostra.


            Incominciamo subito con questo accordo fra di noi: di fare, anche di questo momento di preparazione, un momento di “scuola”, come viene indicato già dal tema di questi giorni. Qualche volta, dire scuola, mette le persone un po’ in crisi perché per tanti, con la mentalità di una volta, dire scuola non era inteso in senso positivo. Adesso forse è un po’ diverso. Noi vogliamo dire “scuola” con la vita, la scuola che ognuno di noi è per l’altro, come dono.
            Così, all’inizio di queste due giornate insieme, ci promettiamo di fare la nostra parte perché sia veramente una scuola matura, dove c’è Gesù Maestro-Guida. E se c’è Gesù Maestro fra noi, certamente ci sarà luce, ci sarà sapienza, ci sarà gioia, ci sarà semplicità. Come inizio vorrei proporre di fare insieme questo patto: dire sì, viviamo perché questi giorni diventino scuola dell’amore reciproco fra noi, con Gesù Maestro fra noi. Gesù Maestro: che cosa vuol dire? Né io, né tu, né l’altro…  è il maestro. Gesù è  Maestro fra noi! Poi… Gesù Maestro in me, in te e in ciascuno.
            Ho pensato di iniziare con un testo che forse già conoscete, perché è uscito recentemente. Leggendolo, mi sono detto: questo è fatto per il nostro stare insieme in questa scuola. E’ il testo del messaggio del Papa per la Quaresima 2012. E’ molto bello, molto ricco. Ho pensato di farne una pic-cola meditazione, per iniziarci in questa scuola, per facilitare che Gesù sia il Maestro fra noi.
            Non leggo tutto il messaggio, ma qualche passo, con qualche commento. Il titolo del massaggio, il Papa lo ha preso da Eb 10,24: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”. Il Papa mette in rilievo tre elementi di questa Parola: l’attenzione all’altro – la reciprocità – la santità personale. Sono tre elementi collegati fra loro.
            “Fare attenzione all’altro”. Dice il Papa che il verbo greco, usato da Paolo per esprimere l’attenzione all’altro, ha diverse sfumature: osserva-re bene l’altro, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà.  Dice ancora il Papa: “Prestare attenzione  prima di tutto vuol dire fissare lo sguardo su Gesù, però anche essere attenti a Gesù negli altri”. Quindi essere attenti, osservare, essere consapevoli, accorgersi di una realtà: la realtà di Gesù che deve crescere in lui, in lei, in quella persona.
            In ognuno di noi Gesù è in crescita e sarà in crescita per sempre. Ma in questa vita terrena cresce fino all’ingresso nella prossima vita, la vita eterna. Qui, sulla terra, ognuno di noi è chiamato ad aiutare quel Gesù che c’è nell’altro a crescere… aiutare Gesù che forse, in qualcuno, deve nascere di nuovo da un’esperienza, oppure deve progredire in qualche aspetto della vita d’amore. Aiutare Gesù a morire, in qualche momento, sia personal-mente, per un’esperienza, per un fallimento, per un attaccamento che deve superare… sia comunitariamente. Aiutare Gesù a morire in noi. Infine, aiutare Gesù a risorgere: aiutare una persona che passa una prova… una persona che è disorientata… una persona che non sa come fare. Qualche volta ci vuole tanta pazienza, ma sempre con questo atteggiamento di aiu-tare l’altro a risorgere… e poi a progredire. Mi piace tanto l’attenzione al fratello, alla sorella, in questa prospettiva. Io sono molto attento a guardare l’altro per vedere come posso aiutarlo a nascere, crescere, progredire, morire e risorgere.
            Dice ancora il Papa: essere attenti gli uni verso gli altri è non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli e delle sorelle. Molte volte  è facile dire così: quella persona la conosco da tanti anni, è così, a questo punto tutto è inutile… abbiamo cercato, abbiamo provato, non cambierà mai, ha questo, quell’altro difetto… Forse è anche un po’ vero che c’è quel difetto, quel limite, ma non per questo dobbiamo essere indifferenti alla persona.
            Specialmente per voi, qui delegate per il capitolo, è  molto importante vivere così i rapporti tra voi, per far crescere tutte. Se voi crescete, tutta la famiglia religiosa cresce. Voi siete qui elette come rappresentanti delle sorelle. Però non siete radunate come rappresentanti di un partito politico, non siete qui come rappresentanti di un sindacato… Quando si entra in un capitolo, si entra in un altro momento di Dio, che è una realtà in se stessa.
            Venite sì come rappresentanti, però poi, in qualche modo, nel capitolo, venite trasformate, semplicemente per essere membri di una nuova esperienza che Dio vuole fare tra voi. Questo vuol dire che voi dovete costruire questo momento nuovo, non tanto come ‘rappresentanti’, ma come ‘partecipanti’ di questa esperienza di Dio.
            Perciò non potete mostrarvi estranee: … io ho i problemi del mio Paese, della mia comunità, del mio apostolato, vorrei rappresentare questa o quell’altra sorella… sì, va bene anche questo. Però questo è un altro mo-mento di Dio e noi dobbiamo entrare in ciò che ora Dio farà emergere.
            Dice il Papa: “Oggi risuona con forza la voce del Signore, che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell’altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere custodi dei nostri fratelli, delle nostre sorelle”. Mi ha colpito molto il termine ‘custodi’. Anni fa, quando ero in cammino verso il sacerdozio, mi sono trovato insieme ad altri seminaristi. Qualcuno ha fatto una considerazione che mi ha molto colpito: Noi siamo chiamati ad essere custodi della fiamma di Gesù fra noi”. Questo mi è tornato alla memoria pensando a voi.
            Ognuno di noi, qui, è investito in qualche modo da un carisma, che certamente viene da Gesù, nello Spirito Santo, attraverso i vostri fondatori. Quindi, ognuna di voi è chiamata a custodire questo carisma, questa fiamma di vita, che si è accesa nell’esperienza carismatica della vostra fondazione e che continua in voi, non semplicemente come memoria storica, ma come una realtà attuale di oggi. L’esperienza carismatica dei fondatori continua e voi siete quelle che sono chiamate oggi ad essere  “custodi della fiamma”. 
            Essere custodi della fiamma non vuol dire essere custodi di certe strutture, di certe pratiche, di certi servizi apostolici. Non entro in merito a questo discorso perché verrà affrontato come vostra grazia per il capitolo. In generale, voglio dire semplicemente: prima di tutto siete chiamate ad essere custodi della fiamma del carisma e della vita carismatica che è nata da quel carisma. Anch’io, adesso, sono chiamato a custodire la fiamma. In qualche modo tutti, come cristiani, sono chiamati ad essere custodi della fiamma, nel senso che dice il Papa in questo contesto: custodi della fiamma dell’amore reciproco, della vita della reciprocità, dell’amore al fratello. In particolare voi dovete essere custodi della fiamma del carisma, nella sua esperienza originale e profonda di vita. Di vita più che di apostolato o di altre cose.
            “La voce del Signore chiama ognuno di noi ad instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell’altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell’amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio”. E’ vero che Dio mi ama immensamente, ma Dio ama immensamente anche te, anche l’altro. Credere all’amore di Dio vuol dire credere anche all’amore di Dio per quell’altra persona, per ciascuna persona. Dio ha un disegno d’amore su quella persona ed io sono chiamato a facilitare perché venga alla luce.
            C’è un’altra frase del Papa molto bella: “Essere fratelli, sorelle, in umanità, e in molti casi nella fede, deve portarci a vedere nell’altro un vero alter ego, un vero altro me, amato in modo infinito dal Signore”.
            L’anno scorso sono stato in Messico, presso una scuola ubicata in una città poco distante dalla capitale. Era una scuola di 500/600 studenti, in un quartiere molto povero socialmente, con droga e altri problemi, che alcune di voi certamente conoscono meglio di me. E’ stata una bella esperienza. Si sentiva che fra tutti gli insegnanti c’era buonissima intesa. Mi hanno raccontato una piccola esperienza, che mi ha fatto impressione. Due ragazzi erano bravi a scuola. Arrivato il momento della maturità, gli inse-gnanti hanno detto: questi studenti sono bravissimi, sarebbe bene offrire loro l’opportunità di andare all’università. Si sono messi alla ricerca e hanno trovato la possibilità di una borsa di studio per l’università. E’ sorto il problema: a chi dare la borsa? Hanno fatto discernimento insieme.
            Uno dei due ragazzi aveva la mamma ammalata. Hanno pensato di dare la borsa di studio a lui, perché aveva già delle spese per curare la mamma ed era più in necessità. E’ stato bello: tutti erano contenti di questa scelta, anche il ragazzo che non ha ricevuto la borsa di studio. Dopo una settimana circa, il ragazzo che aveva vinto la borsa di studio è ritornato dagli insegnanti e ha detto loro: ho visto che non mi serve più, vorrei restituire la borsa. Gli insegnanti hanno reagito: come mai? perché? hai l’occasione di frequentare l’università…
            Ma il giovane ha risposto: come sapete, la mamma è ammalata, sono riuscito a trovare un piccolo lavoro, che mi dà qualche soldo per aiutare a casa. Ci ho pensato: forse è meglio dare al mio compagno la possibilità di andare all’università. Gli insegnanti volevano assicurarsi che facesse una scelta buona: lo hanno stuzzicato, lo hanno stimolato. Alla fine il ragazzo ha concluso dicendo: voi, qui a scuola, ci avete sempre insegnato le cose buone della vita, anche l’importanza dell’amore cristiano. Ho imparato che “l’altro è un altro me”.  E’ giusto che la borsa di studio vada al mio compagno, perché è un altro me. Gli insegnanti sono rimasti toccati dalla sua maturità!
            In fondo questo è vero anche per noi. L’altro è un altro me. La sua preoccupazione è la mia preoccupazione. La sua gioia è la mia gioia. Il suo apostolato è il mio apostolato. La sua difficoltà è la mia difficoltà. La sua domanda è la mia domanda. Noi non siamo estranei l’uno all’altro. Come dice il Papa: per il Corpo mistico, l’altro è davvero un altro me. Gesù in te, Gesù in me, questo è il Corpo mistico.
             Veramente questo messaggio del Papa mi sembra un tesoro. Desidero mettere in rilievo una citazione di Paolo VI : “Oggi il mondo soffre soprattutto di una mancanza di fraternità. Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nell’accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità fra gli uomini e fra i popoli”.
            Credo che proprio qui c’è uno specifico che gli ordini religiosi possono dare al mondo oggi. Come vi dirò nella prossima comunicazione, credo  che oggi è il momento degli ordini religiosi. Il mondo ha bisogno di una terapia di rapporti, di fraternità, di comunità. Il mondo è malato in questo senso. E noi abbiamo, nelle nostre comunità, una grande risorsa: la testimonianza dei rapporti veri, autentici… l’altro è un altro me!
            Il Papa continua: “L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui, per lei, il bene sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di anestesia spirituale”. E’ una espressione molto forte. Facilmente, dopo tanti anni, può sorgere, in noi tutti, la tentazione di avere un po’ il cuore indurito da questa anestesia spirituale. Invece c’è grande bisogno di una freschezza anche nella vita spirituale fra noi.
            Continua il Papa: “Anestesia spirituale che rende ciechi alle sofferenze altrui”. A questo punto cita due esempi della Bibbia, che cono-sciamo bene: la parabola del buon samaritano e del povero Lazzaro. Il Papa si chiede: “Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’ante-porre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni”. Anche per entrare in capitolo è molto importante non anteporre a tutto i nostri interessi e le nostre preoccupazioni. Nel libro di Isaia, Dio dice: “Ecco, io faccio una cosa nuova”. Il capitolo è sempre un momento nuovo.
            Il Papa prosegue: “Mai dobbiamo essere incapaci di avere misericordia verso chi soffre. Mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalla nostre cose e dai nostri problemi, da risultare sordo al grido del povero”. Anche questo diventa una misura costante: il povero…
            Cito un altro punto, che il Papa ha messo in rilievo e che ha fatto notizia su diverse riviste: “Il prestare attenzione al fratello, alla sorella, comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna.
            Oggi, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore, non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima, per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo (Prov.): ‘Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio. Istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere’. Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato. E la tradizione della chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di ammonire i peccatori. E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana.
            Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire, che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di con-danna o di recriminazione. E’ mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello.
            L’apostolo Paolo afferma: ‘Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza, e tu vigila su te stesso per non essere tentato anche tu’. Nel nostro mondo, impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. ‘Persino il giusto cade sette volte’, dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli. E’ un grande servizio, quindi, aiutare e lasciarsi aiutare, a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona, come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi”. E’ un brano molto bello sulla correzione fraterna.
            Dobbiamo vedere insieme cosa vuol dire correzione fraterna anche per noi, come comunità, come famiglia religiosa, come capitolo. Si tratta sempre di capire insieme come viviamo questo aspetto dell’amore. Il Papa dice:Con dolcezza, mai per recriminazione o altri motivi”, per amore dell’altro, per assicurare che l’altro progredisca nella santità, per aiutare l’altro ad essere felice. Come possiamo vivere di più la correzione fraterna fra di noi? Nell’amore! Per essere custodi di quella fiamma che Dio ha messo nelle nostre mani: la fiamma del carisma, la fiamma della vita, al centro della  famiglia religiosa. Adesso tocca a chi è delegata al capitolo custodire la fiamma.
            L’ultimo punto del messaggio del Papa, che voglio mettere in rilievo è: “Possiamo vivere la correzione fraterna solo nella reciprocità”. Ovviamente nessuno di noi può dire: sono io quello che riesco a correggere tutti gli altri. A quel punto siamo fuori strada. Ma, insieme, nella reciprocità, come possiamo aiutarci? Concretamente, semplicemente, come posso correggere e come posso lasciarmi correggere? Non è mai troppo facile, per-ché siamo quelli che siamo, ma nell’amore, sì, è possibile… solo nell’amore!
            Il Papa conclude: “Purtroppo è sempre presente la tentazione del-la tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di trafficare i talenti, che ci sono donati per il bene nostro e altrui (il talento del carisma, il talento della famiglia religiosa, il talento del voto che abbiamo fatto, il talento della vita consacrata, il talento della vita in comunità, il talento di ogni fratello, e sorella che abbiamo). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali, utili per il compimento del piano di Dio, per il bene della chiesa e per la salvezza personale. I maestri spirituali ricordano che, nella vita di fede, chi non avanza retrocede”. Ognuno di noi, qui, ha ricevuto doni, ricchezze spirituali e materiali. Perciò, prima di tutto, deve ringraziare nel suo cuore per questi doni.
            “Cari fratelli e sorelle, accogliamo l’invito, sempre attuale, a tendere alla misura alta della vita cristiana. La sapienza della chiesa, nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: gareggiate nello stimarvi a vicenda”.
            Questa potrebbe essere una proposta anche per questi giorni, per questa preparazione che vivete in vista del capitolo. Ognuna può anche farlo nel proprio cuore, ma insieme, viviamo secondo l’invito del Papa: “gareggiate nello stimarvi a vicenda!”.



Annunciare Dio, oggi, in modo nuovo...

            Iniziamo con una considerazione che ci introduce nel tema specifico in programma per questi giorni: “Alla scuola dell’unità”. E’ importante capire l’unità dalla sua fonte: nel mistero pasquale.
            Vorrei incominciare con una citazione abbastanza lunga e un po’ complessa, però interessante, di Dietrich Bonhoeffer. Questo martire luterano è stato ucciso durante la seconda guerra mondiale. E’ un grande teologo, un grande personaggio, un grande uomo di cultura, che ha dovuto resistere al nazismo e ha scritto un famoso diario, che poi è stato pubblicato. Ho trovato un articolo, scritto da un mio amico teologo tedesco. Egli cita una lettera di Bonhoeffer scritta al suo figlioccio nel giorno del suo batte-simo. Veramente ha ricevuto un carisma, un dono di profezia, una capacità di guardare lontano, il coraggio di dire le cose che ha visto. In questa lettera annuncia al figlioccio che tutto sta per cambiare e dobbiamo prepararci al cambiamento. La lettera è del ‘44. Lui è ormai in prigione ed è abbastanza chiaro che sarà ucciso.
            Dice così: “Oggi sarai battezzato cristiano. Su di te saranno pronunciate tutte le antiche grandi parole dell’annuncio cristiano. E l’ordine di battezzare datoci da Gesù Cristo verrà eseguito su di te, senza che tu ne comprenda nulla. Ma anche noi siamo di nuovo risospinti del tutto agli inizi del comprendere: che cosa significhi riconciliazione e redenzione, vita in Cristo e sequela di Cristo. Tutto questo è così difficile e così lontano che quasi non possiamo più parlarne.
            Nelle parole e nei gesti tramandatici, noi intuiamo qualcosa che è del tutto nuovo. Qualcosa che sta completamente cambiando, senza poterlo ancora afferrare ed esprimere. La nostra chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, come fosse fine a se stessa, è incapace di essere portatrice, per gli uomini e per il mondo, della parola che riconcilia e redime. Perciò, le parole di un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire. E il nostro essere cristiani, oggi, consisterà solo in due cose: nel pregare e nel fare ciò che è giusto tra gli uomini”. Queste sono le due cose: l’unione con Dio e il regno di Dio fra noi.
            “Ogni pensiero, ogni parola e ogni misura organizzativa, per ciò che riguarda la realtà del cristianesimo, devono rinascere da questo pregare e da questo fare”.  Bonhoeffer parla della situazione della fede protestante in Germania: ormai era chiaro che la chiesa protestante stava per cambiare molto. Egli dice: tu bambino non capisci ciò che succede nel battesimo, ma forse anche noi non abbiamo capito bene che cos’è il battesimo, qual è la nostra vocazione primaria. Abbiamo tanti lavori, tante organizzazioni da fare, però il mondo, oggi, ha bisogno di queste due cose: la preghiera, cioè l’unione con Dio e la giustizia, cioè il regno di Dio fra noi. Sono queste due cose che parlano oggi al mondo. Il mondo ha bisogno oggi di sentire la Parola, ma non sa come fare a sentirla.
            La lettera continua: “Quando sarai cresciuto, la forma della chiesa si sarà notevolmente modificata. Questa rifusione non è ancora alla fine e ogni tentativo di aiutarla prematuramente a sviluppare nuove forze sul piano organizzativo, si trasformerà solo in un ritardo della sua conversione e della sua purificazione”. Queste cose sono molto forti. Si dice che la chiesa del futuro sarà totalmente diversa ed è inutile cercare noi di inventare chissà che cosa a livello organizzativo. Dobbiamo invece abbandonarci per lasciarci portare nella conversione e purificazione che Dio vuole da noi.
            “Non è nostro compito predire il giorno. Ma quel giorno verrà, in cui degli uomini saranno chiamati nuovamente a pronunciare la Parola di Dio, in modo tale che il mondo ne sarà trasformato e rinnovato”. Quindi Bonhoeffer ha previsto un modo nuovo di essere chiesa, un modo nuovo di vivere il Vangelo insieme, un modo nuovo di testimoniare.
            Questo richiama il famoso commento di Karl Ranher: “il cristiano del futuro o sarà un mistico – cioè avrà alle spalle un’esperienza di Dio personale e comunitaria – o non ci sarà”. E’ molto forte questa espressione: o abbiamo un’esperienza da dare o non diamo niente. Perché ormai si sa che il cristianesimo ha bisogno di una svolta nuova per incidere nella società, nel mondo attorno a noi. Questo teologo usa una immagine interessante: … dice: forse finora eravamo un pochino come in un acquario. I pesci piccoli nell’acquario imparavano a nuotare guardando semplicemente gli altri. Ma ad un certo punto arriva il grande mare e tutto cambia. Perché non è una zona protetta, una zona con confini conosciuti. Ormai arriva il mare della libertà, dell’individualismo, della scelta totale, cioè ognuno fa la proposta di fede che vuole o è libero di rifiutarla. E’ tutto un altro contesto. Non è più l’acquario.
            La vocazione, oggi, già dal battesimo, è più una scelta libera, una decisione personale, che un inserirsi in una tradizione plurisecolare. Ormai si sa che anche per noi, per l’esperienza che abbiamo, sarà sempre di più così.
            Oggi c’è, quindi, la sfida dell’annuncio. “Dove si trovano persone talmente esperte di Dio da trascinare altri nella loro vicinanza con Dio, affinché essa diventi nostra vicinanza con Dio?”. Questa forse è la nostra chiamata: essere esperti di Dio, perché viviamo un’esperienza comunitaria di Dio, per poi poter dire Dio, donando Dio. La gente è disposta a seguire, se sa dove trovare questa esperienza.
            Come possiamo noi annunciare Dio, annunciare la Parola di Dio? “L’annuncio non è solo un evento linguistico – io vi dico delle cose – si tratta di altro. Si tratta di rendere partecipi di un’esperienza. E ciò è soprattutto un avvenimento carismatico. Per questo il nostro tempo è un tempo degli ordini religiosi. Perché è un tempo di carismi, di esperienze carismatiche, di comunità carismatiche, di comunità che vivono Dio e così possono donare Dio. A volte, le comunità religiose, sperimentando l’invec-chiamento, non sembrano credere che questo tempo di radicale mutamento potrebbe diventare la loro ora. Eppure i conventi e le comunità in cui si respira preghiera, amore reciproco, sono ricercati e hanno un’attrattiva. Dove viene vissuto veramente l’amore reciproco, dentro o fuori dai confini delle comunità, anche parrocchiali, là si aggregano persone disposte a loro volta a mettere in gioco la loro vita. Ma tutto questo è legato alla nuova radicalità nella 'sequela Christi’.
            Questo è il primo punto che vorrei mettere in luce: oggi bisogna annunciare Dio in modo nuovo. Come si può dire Dio oggi? Si dice Dio oggi donandolo: nella forma di rapporti nuovi, di comunità nuove e anche con esperienze carismatiche, tipiche degli ordini religiosi. Bisogna credere che il tesoro, il dono che voi avete come comunità è veramente prezioso per l’oggi della chiesa, per l’oggi dell’umanità.


 

L’unità e il Mistero Pasquale...

            Da dove nasce l’unità? Che prospettive dobbiamo avere nel guarda-re e nel capire l’unità?
            L’unità nasce da Gesù. Questo è chiaro. Si sa che il kerigma iniziale di Pietro e dei primi Apostoli inizia con la proclamazione: “Gesù di Nazaret voi l’avete inchiodato sulla croce, ma Dio lo ha risuscitato e noi ne siamo testimoni”. Questa è la cosa importante. L’unità iniziale è nata dalla testimonianza di un evento: di Gesù morto e risorto. Nella chiesa dobbiamo sempre ricordare questo: Gesù Cristo morto e risorto ci precede. Sempre Lui ci precede. Non è la chiesa al centro. Non è la congregazione al centro. Al centro è Gesù Cristo,  Colui che ci precede.
            Ma come è presente Cristo morto e risorto? In ogni angolo del mondo, in ogni situazione, Cristo morto e risorto è presente con la sua forza unificante. Infatti Paolo dice: “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome. Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra”. E ancora: “In Gesù sono ricapitolate tutte le cose”. Quindi, credere alla risurrezione vuol dire credere che Gesù risorto già abbraccia tutto il mondo e già sta lavorando per unificare tutti. Cioè, Gesù è il Presente con la sua forza unificante sempre.
            Ricordiamo la frase della G.S. 22, ripetuta molte volte dal beato Giovanni Paolo II. Molti ritengono che sia la frase più importante del Vaticano II: “Cristo è morto per tutti. Perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al Mistero Pasquale”. E’ una frase molto forte, ogni volta che la leggo è una conversione per me. Gesù ha dato questa possibilità a tutti…
            Non solo noi diciamo: dobbiamo aiutarci a crescere in Gesù, a progredire in Gesù, a morire con Gesù, a risorgere con Gesù e lo possiamo dire tra di noi. Ma è ancor più forte capire che dobbiamo dirlo rispetto a tutti, perché Gesù risorto abbraccia tutti. Ogni persona è un candidato a questa vita riconciliata, a questa vita di unità. Ognuno. Gesù è già arrivato da quella persona: in Brasile, Perù, Australia, Cina, India… Dappertutto, Gesù risorto è già arrivato nel cuore di quella persona, sta lavorando per unirlo, per associarlo al Mistero pasquale. Quindi in ognuno c’è questo processo di morte e di risurrezione.
            Ne viene una conseguenza immediata: noi non andiamo verso un mondo lontano da Dio, ma verso un mondo che, nel suo intimo, è stato già raggiunto dal Crocifisso risorto ed è tutto avvolto dal suo Spirito.
            Questa è la prima luce: Gesù risorto ci precede, come ha preceduto i discepoli di Galilea, fuori della città santa, fuori dell’ambito sacro, nel mondo del quotidiano, in una terra che era disprezzata, perché considerata semipagana. Cristo è lì.
            Allora che cosa dobbiamo fare noi? Prima di tutto a noi tocca essere testimoni della sua signoria cosmica e farla sempre più emergere nella vita dell’umanità. Noi siamo quel seme, nell’umanità, che fa capire agli altri ciò che sono, la loro realtà, il dono che hanno, il tesoro che c’è in loro. Noi siamo quella comunità catalizzatrice, che sprigiona in altri la vita redenta, che c’è in loro, se la accolgono. Noi siamo coloro che hanno accolto, hanno detto sì a questa vita e vogliono suscitare vita attorno a questa vita nuova. Noi siamo testimoni di questa realtà, che per tanti è invisibile, non la vedono o è offuscata dalle circostanze.
            Se siamo testimoni di questo fatto, vuol dire che siamo chiamati ad essere i primi ad esercitare questo mistero della morte e risurrezione: in noi, fra noi. Per sprigionare negli altri questa nuova vita, siamo chiamati noi per primi ad essere testimoni di questa nuova vita: testimoniare che la morte e risurrezione avviene in noi e fra noi. In che senso?
            E’ vero che Cristo è risorto. Per fede sappiamo che abbraccia tutto il mondo cosmico. E’ vero, secondo la fede, che è presente con la sua forza unificante dappertutto. Solo che noi, guardando il mondo, vediamo chiara-mente anche la realtà concreta dell’umanità lontana da questa chiamata. Al posto della reciprocità, dell’unità, del dono mutuo, domina piuttosto la rottura, la sopraffazione, la ricerca di sé.
            Di qui gli scontri, i conflitti, l’abuso… Al punto che Jean Paul Sartre, famoso filosofo francese, ha potuto scrivere: “L’inferno sono gli altri”. Qualcosa di vero c’è in questo. Noi siamo creati ad immagine di Dio uno e trino, siamo chiamati ad essere dono l’uno per l’altro, c’è in noi la forza, solo che domina quell’altra legge, di cui parla Paolo in Rom 7: rischiamo sempre di voler sì vivere il dono di noi stessi all’altro, di voler vivere la reciprocità, però in noi c’è anche la spinta a voler vivere la mia identità, la mia libertà. Per cui sento questo conflitto interiore.
            Arriviamo qui al punto centrale: “Ogni rapporto vero con un altro richiede, in qualche modo, una vera e propria morte a sé. Cioè un farsi nulla per far spazio all’altro. Un passaggio per la porta stretta dello spogliamento di sé, che noi esseri umani, che siamo limitati e mortali, non siamo capaci di compiere con le nostre forze. Perché? Perché abbiamo paura della morte. Non solo della morte alla fine della vita, ma di ogni vero perdere di fronte al fratello, alla sorella. Ogni atto d’amore disinteressato richiede, infatti, un dimenticarsi, un proiettarsi verso l’altro, che per il nostro sentire è un vero annullamento, è una vera morte, di cui abbiamo paura”.
            E così ci sono in noi due spinte che, a livello umano, sono contraddittorie e non conciliabili. Portiamo in noi, come anelito, come chiamata, l’impronta di Dio Trinità d’amore. Il sogno che abbiamo di essere in armonia con gli altri, di essere una comunità viva con gli altri, con il mondo che ci circonda. D’altra parte, nello stesso tempo, c’è in noi la sete di essere liberi, di realizzare noi stessi, senza condizionamento alcuno. Vogliamo la relazione, ma temiamo per la nostra identità. Questo, in fondo, è un fenomeno mondiale. E’ vero: il Risorto ha raggiunto tutti, offre a tutti la possibilità di associarsi al suo Mistero Pasquale, ma c’è in ognuno questa reazione: voglio un rapporto, ma c’è in me la paura della morte nell’amore.
            E’ questa la testimonianza che possiamo dare noi. Questo il ruolo delle comunità cristiane che fanno capire al mondo come funziona il dono e la libertà, il morire e l’identità. Perché? Perché noi conosciamo che, con la morte e risurrezione di Gesù, se lo accogliamo veramente in noi e se viviamo di conseguenza in rapporto con Lui crocifisso, abbandonato e risorto, cambia la situazione.
            Siccome Gesù crocifisso abbandonato ha preso dimora nel passaggio oscuro di quella morte, che porta ogni dono radicale di sé, così ci ha aperto la via. Con Lui possiamo con-morire e con-risorgere. E’ la nuova possibilità di vita che ci offre il Crocifisso risorto, facendoci dono del suo Spirito. Con Lui è possibile trascendere se stessi nel dono radicale di sé, a Dio e agli altri e proprio in questo trovare se stessi, cioè risorgere. Sotto la spinta della forza unificante del Cristo, presente nello Spirito, noi formiamo un brano di questa umanità riconciliata, unificata da Cristo risorto, che dà a noi l’identità vera. In Lui, se viviamo con Lui morto e risorto, troviamo la forza di uscire da noi stessi, e di trovarci persone piene, integre, realizzate. E di questo credo che le comunità possono essere veramente testimoni di vita nuova.
            Per dirla con Paolo: “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna. Poiché tutti voi siete una sola persona in Gesù Cristo”. Dall’esegesi si sa che, in fondo, Paolo vuol dire: voi siete Cristo, vivendo questa dinamica. E in Cristo siamo realizzati. Sì, morti per amore, ma nell’amore, in Cristo, con un’identità nostra, vera, compiuta, piena, se lo viviamo bene.
            In Efesini 2,14-16, Paolo dice: “Gesù crocifisso e risorto ha fatto dei due (ebrei e pagani) un popolo solo, abbattendo il muro di separazione, che era frammezzo, cioè l’inimicizia, per creare, in se stesso, dei due un solo uomo nuovo”. E’ questa l’unità. In Cristo, il mondo riconciliato in uno, in Lui, nuovo. Questa unità è offerta a tutti, se vogliono accoglierla. Ma non sanno come accoglierla, non sanno come fare, non la vedono. Tocca alle comunità, tocca alla chiesa, farla vedere: funziona… è così… è possibile…
            Con un linguaggio figurativo, Isaia descrive così l’unità: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà”. E’ la visione del mondo riconciliato di Isaia, che poi si realizza in Gesù Cristo.
            La situazione dell’umanità, per Gesù, è già cambiata. Gesù ha già risolto tutto. Perché Gesù è già entrato in ogni buio, in ogni oscurità. Ormai Gesù si è fatto ‘casa’ proprio lì, in questi momenti di oscurità, di buio. E, da lì dentro, offre la risurrezione, cioè una partecipazione alla vita trinitaria. E’ con Gesù, con il Padre, nello Spirito santo, che noi viviamo il rapporto con gli altri.
            Il teologo tedesco, Gilbert Greshake dice così: “Il fine ultimo si chiama unità, o meglio ancora trinitizzazione di tutta la realtà. Quel-lo che Dio è, come Dio trinitario, noi lo possiamo e lo dobbiamo diventare. Per cui unità, trinitizzazione sono oggi le parole che la tradizione chiama salvezza, liberazione dalla nostra realtà umana, dai condiziona-menti negativi della divisione e del peccato, e piena realizzazione, che inizia di qui e si compirà in cielo”.
            Liberazione a tutti i livelli: fra ricchi e poveri, fra ignoranti e dotti, fra uomini e donne, fra nord e sud… cioè fra tutte le divisioni che ci sono. Queste divisioni sono nostre, perché sono le divisioni di Gesù. Gesù si trova in queste divisioni con la sua forza di unificazione. Tocca a noi sprigionare questa forza unificante, vivendola noi, nei nostri rapporti come comunità, così che la nostra comunità diventi una forza unificante attorno a noi, per gli altri. Per gli ammalati, per i ricchi, per i poveri, per gli uomini, per le donne, per i divorziati, per i separati, per qualsiasi genere di sofferenti. A tutti, tutti, tutti… quelli che si trovano nella divisione, in qualche modo, dovremmo dare noi la terapia della riconciliazione, dell’unità, della trinitizzazione, che cerchiamo di vivere, morendo e risorgendo.
            Dice la LG : “In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia. Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini, non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo”. Questa è ‘l’economia della salvezza’. L’economia della salvezza è bella perché ha dentro la parola ‘casa’. Dio, in Gesù, volle creare una casa nell’umanità, per far capire agli altri come fare casa, come creare casa, come essere casa di riconciliazione.  
            In tutta la Storia della Salvezza, Dio ha sempre questo metodo: forma un popolo per arrivare a tutti. Già Israele aveva un destino universale. La chiesa è sì un popolo particolare, ma ha la missione universale. Ogni espressione di chiesa, una famiglia religiosa, un ordine religioso, è un particolare, ma ha sempre una missione universale. Non può essere, se non ha questa dimensione. Per forza, perché Gesù crocifisso risorto, la fonte della nostra esperienza, vuole che ‘tutti siano uno’, che tutto il mondo sia riconciliato, non solo alcuni, non solo quelli che fanno parte della chiesa. No, Gesù vuole ‘tutti uno’.
            Per cui anche noi, come espressione di chiesa, come famiglia religiosa, abbiamo nel carisma, la dimensione universale. Ogni carisma, se è dallo Spirito Santo, indubbiamente contiene in sé la dimensione universale. Come ha fatto Gesù. Gesù è stato un uomo, in un paese, abbastanza sconosciuto, ha vissuto in un arco molto particolare di tempo, però fu il Redentore di tutto il mondo. Questa è sempre la logica di Dio: dal particolare arriva a tutti, se il particolare vive bene questa realtà che è Lui.
            Già Ireneo tanti secoli fa ha detto: “questo è lo scandalo dell’incarnazione”. Perché è scandalo pensare che un uomo, limitato in un arco di tempo, in un paese particolare, sia davvero Redentore universale. E’ uno scandalo costante: questa povera chiesa può davvero dire che ha una missione universale. E’ uno scandalo sentire la chiesa parlare così, ma è proprio così. Anche noi, come famiglia religiosa, come apostolato, possiamo dire: … siamo limitati… siamo solo noi… siamo quattro gatti… Sì, è vero, però se crediamo veramente nel carisma, arriviamo a tutti. E’ nella logica di Dio, dal limitato, dal particolare, arrivare all’universale.
            Si può dire questo anche per la nostra vita personale: chi sono io? Sono un uomo che vive in questo mondo per 60, 70, chissà per quanti anni, ma pochi relativamente alla storia. Eppure attraverso di me, attraverso te, attraverso ciascuno, Dio vuole dire una parola, che nessun altro può pronunciare al mondo. E questa parola ha un impatto universale. Vivo tutta la mia vita in questa comunità, magari nella mia piccola cella, però, da quel particolare, Dio dice una parola universale, che va al di là della nostra umanità, della nostra condizione particolare. Ognuno di noi è una parola di Dio. Nessun altro può pronunciare quella parola di Dio.
            Questo ha delle conseguenze enormi: ognuno è una parola di Dio… ognuno… non solo noi… sì, perché c’è l’unica Parola di Dio, che è il Verbo di Dio, il Figlio di Dio. Ma Dio, nel formare, nel creare il mondo, guarda a suo Figlio e crea tutte le cose. Morendo per amore, crea il nuovo mondo. Dice san Giustiniano: “sparge semi della Parola dappertutto”. Ciascuno di noi è creato in vista della Parola, come espressione di quell’unica Parola che è il Verbo di Dio. Ognuno di noi, in questo senso, è un’espres-sione unica di Cristo. Perché Cristo, Verbo di Dio, contiene in sé una ricchezza infinita di colori, di espressioni. Ognuno di noi è una espressione particolare di quella ricchezza infinita del Verbo di Dio. Ma solo ‘nell’insieme’ lasciamo che il Verbo venga pronunciato. E’ ‘insieme’ che ogni parola si fortifica, si realizza, perché ogni parola deve vivere la logica che vive il Verbo. Il Verbo di Dio vive sempre per… per il Padre… per noi… per tutti…
            Se noi, come parole di Dio, viviamo questa dinamica del ‘vivere per’, allora siamo realizzati. Se invece ci fermiamo a dire: no, la mia gloria, custodisco la mia parola, la mia identità… a quel punto rimaniamo, sì, una parola di Dio, ma purtroppo essa viene offuscata, viene nascosta, non viene pienamente detta.
            Dio invece, oggi, ci vede sempre come parola di Dio. Dio ci vede sempre così, perché ci ama. Dio ci vede al positivo, sempre. Questo deve avvenire anche fra di noi: vederci sempre al positivo! Tocca poi a noi corrispondere veramente a questo disegno di Dio: essere parola di Dio nella dinamica della reciprocità. Perché questo ci rende parola più tra-sparente.
            Per concludere, desidero sottolineare che la chiesa, allora, è un popolo riconciliato. Diceva Agostino: “la chiesa è un mondo riconciliato”, un popolo dell’unità. Dice la LG: “La chiesa è un popolo nuovo, un nuovo Israele, un popolo che ha il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati, con l’Eucaristia, il centro mistico della nostra vita, con il dono dall’alto che viene attraverso i sacramenti, la Parola che ci fortifica, la comunità stessa che ci forma”. Questo viene dall’alto e la nostra corrispondenza è lasciar attualizzare questa realtà fra di noi, nei nostri rapporti.
            Potremmo dire che la chiesa, nel disegno di Dio, è un evento di unità trinitaria. La chiesa è un’onda di comunione che parte dal cuore della Trinità ed è destinata ad arrivare a tutta l’umanità. Il teologo  Gilbert Greshake dice: “La chiesa è segno e strumento del fine di tutta la creazione: la trinitizzazione della realtà”. La trinitizzazione: cioè trasformare tutto il mondo in rapporti trinitari, come partecipazione in Dio. In Dio c’è la realtà trinitaria: Dio uno-trino. In Gesù questa onda di comunione viene comunicata, prima di tutto con l’avvento del regno di Dio tra i suoi discepoli, poi, con il Risorto, questa onda di comunione, sempre più, arriva già a tutto il mondo come invito. Ma poi la chiesa è quel popolo che, dentro il mondo, palpita di questa vita, lascia vedere questa vita, manifesta come funziona.
            E arriviamo al Vaticano II, che dice: “La chiesa, il popolo di Dio, è, in Cristo, sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Questo è molto forte. Vi invito a leggere i documenti del concilio, vale la pena leggerli di nuovo ora che celebriamo il 50° anniversario dell’apertura del Vaticano II. I documenti non cambiano. C’è sempre lo Spirito in quei documenti. Avete certamente letto la lettera del Papa per l’anno della fede. Egli dice: “questi documenti del concilio non hanno perso niente della loro forza, anzi…”. Ed è vero. Lo constatiamo se leggiamo oggi questi documenti: lo Spirito Santo spinge fortemente la chiesa a riscoprire la sua vera identità, la sua missione nel mondo: essere sacramento - cioè contiene la realtà - e segno - cioè contiene la missione - di questa realtà comunitaria di unità trinitaria, nell’oggi della chiesa, nell’oggi del mondo.
            In un articolo di Piero Coda, che mi è molto piaciuto, ho letto questa immagine: se tu guardi un bel panorama, per esempio in montagna, lo vedi bellissimo. Basta un piccolo spostamento, forse di qualche centimetro, e tu vedi lo stesso panorama da tutt’altra prospettiva. Non è la realtà che cambia, la montagna è sempre la stessa, ma quel panorama è tutto nuovo, tutto diverso. Dice Piero Coda che così è avvenuto anche per il Vaticano II. La chiesa non cambia. La chiesa è quella di sempre: ci sono i sacramenti, gli ordini religiosi, i sacerdoti, i ministeri… Non occorre cambiare tutto. Però la prospettiva cambia. E la prospettiva di oggi è la sottolineatura dello Spirito Santo che definisce la chiesa: “sacramento e strumento di unità”,  di comunità trinitaria. “E’ sacramento di unità - afferma Cipriano, Padre della chiesa – perché la chiesa è un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. 
            In questo senso dice il concilio che “la Chiesa è per tutta l’umanità un germe validissimo di unità, di speranza e di salvezza”. Cioè la chiesa è sacramento di salvezza, perché la salvezza, capita oggi, è l’unità, è la comunione, è la riconciliazione, è la koinonia.
            Noi siamo chiamati ad essere esperti proprio di questa unità, per trasmetterla ad altri. Poi possiamo fare tutti gli apostolati che vogliamo. Lo specifico di un apostolato è importante, ma è secondario rispetto a questo aspetto fondamentale. Se viviamo il nostro apostolato con questo spirito di fondo, allora l’apostolato diventa il mezzo per trasmettere ciò che siamo, la nostra realtà. Viviamo ed esprimiamo la realtà-chiesa, facendo ciò che facciamo.      
Dialogo per crescere insieme …

*          Credo che dobbiamo sempre riscoprire il valore del dialogo. Per me comunicare è sempre una conversione. Hanno introdotto la causa di beati-ficazione di un sacerdote del movimento focolari, padre Dario. Parlando di lui ci si domanda: che cosa aveva di speciale? Forse nulla. Nel suo diario ritorna spesso sui rapporti come valori primari della vita. Insiste sulla qualità del rapporto. Questo mi mette davanti a Dio ogni volta che lo leggo. Siamo tutti presi da mille attività. L’unica cosa da fare è assicurare i rapporti. Dobbiamo fare i nostri lavori, ma con attenzione ai rapporti. Dice-va padre Dario: … quando faccio l’esame di coscienza alla sera mi chiedo solo: come sono stati i miei rapporti oggi?
°          Desidero comunicare  un’esperienza vissuta recentemente. Ci siamo recate a visitare una famiglia che non vedevamo da tempo. Abbiamo incontrato una mamma che ha avuto 22 figli, di cui 7 sposati. Ha dovuto affrontare situazioni difficili nella sua vita. L’ho vista sempre con il sorriso. Siccome era da tanto che non visitavamo questa famiglia, mi sono accorta della presenza di altri bambini piccoli. Ho chiesto: chi sono?… sono i figli di mia figlia separata. Vivono con me perché lei lavora… Come fate a mante-nere tutti? La risposta mi ha stupita: è Dio che fa crescere! Questa cosa mi ha toccato fortemente. E’ stata la parola di Dio in quel giorno per me.
*          La GS 45 dice una cosa nuova: la chiesa non deve solo insegnare al mondo, deve anche imparare dal mondo. E’ vero, noi andiamo verso il mon-do, dove c’è già Gesù ed è al lavoro. In quella mamma c’è già Gesù che parla, che unifica, che riconcilia, che opera. Noi abbiamo riconosciuto il dono che Gesù ci dà per essere un seme, un esempio… non necessariamente migliore degli altri… ma un punto dove altri possano riconoscere e dire: … ah sì, questa è anche la mia esperienza, vissuta, letta dalla vostra esperienza. Quella mamma parlando con te, ha scoperto anche la sua luce dentro. Quanto è importante per noi essere consapevoli e aiutare gli altri ad essere consapevoli! E’ vero che Gesù crocifisso-risorto c’è dappertutto. Per cui ogni incontro può essere un incontro con lui. E noi, come comunità, siamo quelli che dicono: sì, vogliamo renderlo visibile tra di noi, nella nostra vita di comunità. Dobbiamo aiutarci reciprocamente a leggere i segni dei tempi, leggere insieme le situazioni concrete, credendo che Gesù risorto ci guida ed è presente dappertutto. E’ vero però che non ogni cosa è Lui. Dobbiamo aiutarci e aiutare a discernere ciò che è Lui e ciò che non è Lui
°          Nella comunità in cui vivo accogliamo persone anziane. Un giorno un’ospite mi ha detto: … fate troppo… vi stancate… ho risposto: è il nostro lavoro… e lei: è vero, però, insieme alle cure, lei fa come il buon samaritano. Questa è stata la parola di Dio per me. Nel nostro lavoro è importante porre attenzione ai rapporti.
*          In fondo è l’amore che conta, quell’amore che riusciamo a dare nel-l’attimo presente. Magari riusciamo a dare solo il 50%, ma quel 50% è il nostro 100% in questo momento. E’ importante dare questo, né più né meno. Quello che sentiamo che possiamo dare. L’importante è dare. Nella comu-nità dove mi trovo ora un fratello mi ha raccontato un’esperienza. Erano in due a lavorare su di un progetto, fino a sera tardi. Uno di loro mi ha confi-dato: a un certo punto mi sono sentito stanco. D’altra parte il mio fratello voleva finire il lavoro. Ho capito: sono stanco, sono inutile, a questo punto non mi viene più nessuna idea, però se cerco semplicemente di amare, anche nella stanchezza, faccio la mia parte. Così hanno concluso il lavoro. Il giorno successivo, il fratello si è scusato con l’altro fratello: guarda, ieri sera, forse sono stato inutile, ero così stanco che non potevo più dare niente. Ma l’altro mi ha risposto: no, ho notato che eri stanco, però ho capito anche che tu stavi amando e questo mi ha dato tanta luce. Qualche volta non possiamo fare tante cose, ma nell’amore possiamo cogliere questi segni e dare il nostro contributo in quello che possiamo.
°          Personalmente mi chiedevo sempre: come posso essere missionaria di Cristo in un contesto così piccolo? Si vorrebbe fare sempre di più, ma non si riesce, la gente risponde o non risponde, capisce o non capisce… Mi sen-tivo molto limitata, come vivere questa dimensione missionaria? Finché, durante un corso di esercizi spirituali, grazie alla Parola di Dio, lo Spirito mi ha fatto capire questa Parola: “Essere in Cristo”. Questa parola “in” mi ha aperto un orizzonte totalmente nuovo. Quello che sono, lo sono “in Cristo”. Umanamente non potrei mai arrivare a una dimensione così universale, mondiale. Però, “in Cristo” ho trovato il mio posto, come disce-pola e missionaria. In Cristo vivo l’universalità. Cristo in me vive la storicità della sua offerta.


Sguardo nuovo … testimonianza nuova …

            Con il dono del Cristo risorto, c’è già una forza unificante al lavoro nel mondo. E questo ci invita, prima di tutto, ad avere uno sguardo nuovo, a cogliere quella presenza effettiva di Cristo che già ci precede nel suo unificare, riconciliare. C’è in ognuno il desiderio naturale della vita trinita-ria di Dio. C’è in ognuno il desiderio della vita comunitaria, realizzata nell’amore reciproco. C’è già in ognuno, il Cristo risorto che spinge verso questa realtà, che dà la luce, che rassicura che questa è la direzione giusta.
            Da una parte ci è chiesto uno sguardo nuovo sul mondo intero, uno sguardo universale. D’altra parte c’è la consapevolezza che noi siamo chia-mati ad essere una testimonianza viva di ciò che il Cristo crocifisso e risorto fa quando viene accolto nel nostro cuore, nella nostra comunità. Ciò che altri vedono in modo sporadico, e ogni tanto in modo interiore, noi dovremmo vedere sempre: essere una presenza stabile di visibilità.
            Questi sono i due punti che volevo mettere in rilievo: uno sguardo nuovo, universale, grande, largo, di ciò che Gesù già fa. Una comprensione sempre rinnovata che noi dovremmo essere la realtà viva di ciò che altri, sì, vedono e cercano di mettere in pratica, ma che noi vogliamo sul serio rendere visibile, concreto.

la “città”: un nuovo segno di Dio…

            Ho letto recentemente un breve studio sulla “città”. Oggi si sa che le città attirano quasi i due terzi dell’umanità. Ormai la maggioranza degli uomini nasce, cresce, spera, si unisce, si divide, dentro i confini della città. Possiamo chiederci: perché la gente preferisce vivere in città? Non è questo anche un segno di Dio, un segno dei tempi, un segno del cammino dell’u-manità?
            Che cosa cercavano già, agli albori della storia, le prime famiglie, quando si sono unite nel villaggio? Indubbiamente la scelta era di arric-chirsi della vicinanza dell’altro. Non semplicemente un bisogno funzionale per sopravvivere. Era una scelta di consapevolezza interiore. La città: non come semplice convivenza tra simili per motivi funzionali. Per es. gli animali si uniscono per cacciare insieme. Non è questo lo scopo della convivenza umana nella città.
            C’è piuttosto un desiderio di creare vere comunità, non solo per essere l’uno con l’altro, ma l’uno per l’altro. Si cerca di avere uno spazio relazionale al di là dei vincoli di sangue. Possiamo dire che questa è la brama dell’umanità, di ciascuno, con tutte le difficoltà che ci sono oggi nel vivere in città, però c’è questo desiderio. In pratica questo è un seme della Parola. Un segno che il Risorto sta unificando l’umanità.
            Però, per dare un’anima a questo movimento, ci vogliono brani di umanità, dove il Risorto veramente trova casa, dove Cristo crocifisso risorto forma piccoli laboratori di come può essere la vita nelle città. Perciò la missione che abbiamo è grande, anche nel nostro piccolo. E’ la missione di cogliere, con sguardo contemplativo, i segni del Risorto nel mondo e di essere noi laboratorio di ciò che Gesù fa, se lo invitiamo fra noi, perché lo realizzi.
            Desidero segnalare alcuni passi da compiere, se vogliamo vivere alla scuola dell’unità:

*          Primo Passo: uno sguardo nuovo sul mondo. Gesù Cristo già ci precede nel mondo, già c’è. Si tratta, in questo senso, di cogliere la viva-cità del mondo attorno a noi. C’è una frase molto bella di Giorgio La Pira, sindaco carismatico di Firenze, che dice: “Le città sono esseri viventi”. Il mondo fuori di noi, la città non è morta, non è statica, non è ‘niente’. E’ un essere vivente. E’ il luogo dove Cristo risorto sta agendo, lavorando, muo-vendo.
            Quindi, tocca a noi, come primo passo, avere uno sguardo al Risorto, cogliere i segni della sua presenza. Quei segni della vita trinitaria che già esistono, in qualche modo, in maniera incolta, iniziale, in maniera forse da sviluppare, ma ci sono già.

*          Secondo Passo: credere che la città nuova voluta da Dio, il mondo nuovo riconciliato voluto da Dio, c’è già. Tocca a noi aiutare tutti a fare la propria parte, a corrispondere a Dio, a rispondere al Risorto nella sua funzione unificante. Un professore, un sindaco, una casalinga, uno studente, qualsiasi persona incontriamo, con lo sguardo del Risorto, possiamo vedere quella persona come una Parola di Dio. Una Parola che ha qualcosa da dire, non solo a me, ma anche al mondo di oggi. Tocca a noi fare in modo che questo disegno di Dio emerga da ogni persona. Siamo chiamati ad aiutare ogni persona a seguire le proprie chiamate: da casalinga, da studente, da professore, da operaio… Quindi, sguardo al Risorto che già ci precede, vedere tutto nuovo, facilitare altri ad emergere nella propria vocazione in Cristo risorto.

*          Terso Passo: costruire rapporti nuovi, rapporti rinnovati ogni giorno. Se viviamo noi la creatività dell’amore, che viene dal Cristo risorto vivente in noi, possiamo mettere in moto un dinamismo nuovo, vedere sempre nuovi i nostri rapporti con tutti: con le diverse vocazioni, con le diverse generazioni. Possiamo costruire giorno dopo giorno rapporti nuovi ed essere creativi nell’attuarli.
            In ciascuno di noi c’è questa chiamata, questa possibilità. Per es. un mio confratello ha pensato di aggiungere sempre una immagine umoristica quando invia un messaggio ai fratelli e questo per migliorare il rapporto. Ci sono mille modi per farlo. Tutti possiamo vedere, ogni giorno, come è possibile migliorare oggi il rapporto con l’altro, con gli altri, con tutti gli altri, fra di noi, ma anche al di fuori di noi. Quale sfumatura di migliora-mento vedo possibile attuare oggi?

*          Quarto Passo: Lo sguardo a Gesù crocifisso, abbandonato e risorto, da dove sorge la Chiesa. Dobbiamo ricordarci sempre la sorgente da dove è iniziato tutto. Non lo ripeteremo mai abbastanza. Questo sguardo ci porta a preferire, a scegliere, a guardare in particolare i minimi, le pietre scartate, le persone dimenticate, le persone che non hanno voce. L’annunzio evangelico, duemila anni fa, è cominciato dagli esclusi.
            C’è una condizione che ci aiuta a scorgere, senza inganni, la voca-zione della nostra famiglia religiosa e di noi tutti: incominciare dai poveri, da coloro che non sono ritenuti protagonisti. Possiamo dire che forse questa è la novità che la chiesa vive in modo nuovo oggi. Si sa che tutti noi stentiamo un po’ a entrare in questo momento, ma è un momento nuovo, il momento di rendere gli esclusi partecipi della stessa esperienza di chiesa che viviamo noi. Si tratta di renderli soggetti attivi della nostra vita, di ascoltare Gesù maestro anche in loro.

*          Quinto Passo: essere noi comunità viva, con Gesù risorto tra noi, nel nostro amore reciproco, per essere segno, strumento di questa luce, di questa presenza riconciliante, unificante, nel mondo. Dobbiamo essere noi una comunità di reciprocità, che genera reciprocità. Voglio dire: dobbiamo essere una comunità di amore reciproco tale che genera attorno a sé reciprocità, sia tra noi, sia con gli altri. Un amore, un’unità d’amore reciproco, così forte, che altri vogliano amarci e diventare, attorno a sé, a loro volta persone di amore reciproco: con noi e fra tutti. Essere comunità che genera comunità.
            Mi pare che questo è il passo che lo Spirito Santo chiede a noi oggi. Di coltivare non solo il castello interiore, ma anche quello esteriore. Teresa d’Avila ha messo magistralmente in rilevo il “castello interiore”, cioè l’unione con Dio dentro di me, l’unione con Gesù maestà nel castello interiore, dove Lui abita, nel cammino di intimità con Lui, di unione con Lui, di vita della Parola con Lui. Tutto questo rimane, perché importante.
            Però oggi, c’è il passaggio a ciò che Chiara Lubich chiama “castello esteriore”. La nostra vita da cristiani deve anche costruire l’abitazione di Dio fra gli uomini. Non solo in me, interiormente, ma fra di noi, fra noi come comunità e fra noi anche nel mondo. E ciò in tutti i campi del mondo: il mondo del lavoro, il mondo della politica… deve diventare uno spazio dove, in qualche modo, Dio fra gli uomini sia tangibile. Non solo i cieli nuovi, ma anche la terra nuova, dove c’è Dio fra gli uomini. Credo che questo sia il momento attuale della chiesa.
            Certo dobbiamo coltivare tutte le pratiche di pietà, gli esercizi spirituali, la disciplina spirituale, per vivere l’unione con Dio dentro di noi. Questo è giusto e necessario. Però, forse oggi, c’è da compiere anche questo altro passo. Estendere il cammino spirituale: da un lavoro semplicemente personale, a un’espansione di vita cristiana, che giunge a costruire il castel-lo esteriore.
            Si tratta di perdere il mio Dio per il Dio nel fratello. Il Dio che vive dentro di me, per costruire il rapporto di Dio fra gli uomini. Questo perdere Dio per Dio, si trova anche nella tradizione. Basta pensare a tanti santi, che voi conoscete meglio di me. Per esempio: perdere Dio nell’intimità, per servire Dio nell’ammalato. In questo senso si tratta di estendere tutto que-sto attorno a noi. Si tratta di costruire sempre di più castelli esteriori, non semplicemente, e non tanto, come frutto della nostra carità ‘per’ gli altri. Non solo questo. Non io soltanto vivo la carità per gli altri, do ai poveri… si tratta piuttosto di costruire ‘con’ gli altri il luogo, lo spazio, dove Dio possa essere presente fra noi, nei nostri rapporti.
            Siamo chiamati sempre più a costruire questo castello esteriore, che in fondo è la chiesa. Ma la chiesa non solo nella sua veste religiosa, ma anche nella sua veste laica, nella sua veste pubblica, nella sua veste-mondo. Credo che questa è la transizione di oggi. L’unità come sguardo, l’unità come vita, l’unità come progetto di missione. Vita trinitaria in noi, vita trinitaria fra noi, in comunità, vita trinitaria da costruire dapper-tutto.

Dialogo per crescere insieme …

°          Ci viene chiesta una conversione di mentalità e di atteggiamento. Quando parliamo di apostolato, di missione, siamo sempre noi i protago-nisti, invece ci viene chiesto uno sguardo contemplativo di missione. Non è facile avere questo sguardo nuovo sulla realtà. Guardando il telegiornale, tutto sembra presentato in modo catastrofico. Alla luce di Gesù, che muove la storia verso l’unificazione, abbiamo bisogno di imparare un modo nuovo di leggere la realtà.
°          Non è facile vivere la correzione fraterna e ricreare ogni giorno rapporti nuovi. I rapporti si guastano lungo il cammino. Come fare per non lasciarli deteriorare, per non creare nuove barriere, divisioni, difese, chiu-sure? E’ importante dire la verità. Però come dirla? Non è facile rispettare l’altro nella sua libertà, perché subentra facilmente il giudizio e non si dà all’altro la possibilità di risorgere.
*          Quello della correzione fraterna è un argomento delicato. Nella vita cristiana presuppone sempre l’amore reciproco. E’ inutile voler correggere un altro. Chi mi ha dato il diritto di correggere un altro? Non posso mai dire di avere il diritto di correggere l’altro. Quando però c’è l’amore recipro-co, allora si può vivere questa dimensione: io vivo l’altro, l’altro vive me… come dico le cose per me stesso, così le dico per gli altri. La correzione fraterna è espressione di amore reciproco. Se non c’è l’amore è inutile tenta-re di correggere. E’ inutile incominciare. Questa è la prima cosa: solo quando c’è l’amore reciproco, in quel contesto, si può fare la correzione fraterna. Se non c’è amore reciproco, è persino pericoloso fare la correzione fraterna.
            Un cristiano, certo, deve dire la verità. Davanti a Dio si deve sem-pre dire la verità. Se poi questa verità diventa per l’altro una correzione, tanto meglio. Ma questa è un’altra cosa. Ognuno di noi deve vivere davanti a Dio nella verità: questo lo dobbiamo fare sempre. Non possiamo mai scendere a compromessi nella verità, a livello personale. Se questa verità diventa una correzione per l’altro, va bene, ma è una cosa sua. Per la corre-zione fraterna, invece, si tratta di una cosa voluta dalla comunità, voluta dalle persone nell’amore reciproco, voluta da persone che si aiutano fra di loro nel cammino spirituale.
            Mi ispiro ad una immagine di Chiara. Alle volte ci sono problemi che incontriamo nella vita cristiana. Uno di questi è il peso di noi stessi, il peso della nostra umanità. Ciascuno è quello che è, ha la sua umanità, il suo carattere, i suoi limiti… Uno potrebbe cercare di correggere limite per limite, difetto per difetto. Ma questo diventa un peso ancora peggiore, perché comporta non poca fatica. E’ come trovarsi di fronte a una grande montagna: non riesci proprio a passare, cerchi di costruire una galleria, ma è ancor più difficile. Chiara dice: per me un modo ottimo di fare è trovare una scorciatoia… perdere te stesso nell’amore per l’altro. Questo è saggio, perché nell’amore, se è vero, anche tu vieni in qualche modo purifi-cato. Le virtù che devi vivere per amare gli altri, vengono formate, purifi-cate in te.
            Però è vero che altre volte trovi nell’altro un peso. L’altro è una piccola montagna, l’altro non è facile. Non è facile convivere con l’altro. E lì certamente è importante puntare su Gesù. Tu parli con Gesù in quell’altra persona. Così che i tuoi rapporti sono sempre rapporti da Gesù a Gesù, da Gesù a Gesù. Forse l’altro non vuole sentire che tu parli d’altre cose, però tu parli con Gesù.
°          Ci vuole l’umiltà. E’ importante non assumere atteggiamenti da maestro, ma di amore e di uguaglianza. L’umiltà mi dice che l’altro è un altro me..
*          L’altro è un altro me, perché è Gesù. E io parlo con Gesù. Gesù ritiene detto a sé quello che noi diciamo al fratello: “ciò che hai detto, ciò che hai fatto all’altro, lo hai detto, lo hai fatto a me” (Mt.25). Quindi noi parliamo con Gesù nell’altro, sempre. E per questo parliamo nella verità. Parliamo con Gesù, non per correggere, non per niente, noi parliamo con Gesù. Se poi l’altro si sente corretto, se sente che ha qualcosa da modificare, questo è semplicemente frutto dell’amore a Gesù. Noi non avevamo nessuna intenzione di correggere l’altra persona. Infatti, se vogliamo correggere l’altro, questi può pensare: chi sei tu che vieni a correggere me? Non va bene agire così. Però ho il dovere di parlare con Gesù nell’altra persona. Questo sì, in questo non posso compromettermi. Parlare con Gesù sempre,  mai per correggere l’altro.
            Altra cosa invece è la pratica della correzione fraterna, che si può fare in comunità, ma deve essere voluta dalla comunità stessa. Può avvenire dove c’è amore reciproco e dove c’è l’invito reciproco ad entrare in questa dinamica di aiuto reciproco. La correzione fraterna va fatta assolutamente solo quando c’è amore reciproco. Se si avverte che i rapporti sono a pezzi, allora è meglio non farla, perché non c’è l’amore. E se non c’è l’amore, non viene fuori la verità, non viene fuori la luce. Invece, se c’è l’amore, questa pratica porta grande luce.
            Vi comunico come facciamo noi la correzione fraterna. Prima di tutto ci dichiariamo l’amore reciproco fra noi e lo facciamo esplicitamente.  Invochiamo lo Spirito santo, perché è un grande amico, che ci dà l’amore e anche occhi per vedere. Segue un breve momento di raccoglimento. Poi comunichiamo con grande semplicità. Dipende da quanti siamo e dal tempo che abbiamo: o tiriamo a sorte oppure ci scambiamo tutti la correzione fraterna. Ognuno dice qualcosa di negativo che ha visto nell’altro, qualcosa che forse non era pienamente Gesù nell’altro. Può essere una cosa anche piccolissima… facciamo il turno e poi, in un secondo momento, diciamo quello che abbiamo visto di positivo, quello che abbiamo visto di Gesù nell’altro. E così andiamo avanti l’uno dopo l’altro fino alla fine. E’ un’espe-rienza bella e semplice.
            Dopo si prova una grande gioia, una grande profondità, si sente unione con Dio, grande luce e grande libertà. Secondo la mia esperienza, questo avviene perché uno si sente guardato da Gesù e non semplice-mente dagli altri. Non è uno sguardo umano, ti senti guardata da Gesù, da Gesù fra noi per l’amore reciproco, da Gesù maestro e guida. E’ Gesù che fa la correzione fraterna. Rinnoviamo l’unità fra noi, quindi un momento per vedere come posso crescere. Gesù mi dà la gioia di vedere come lo vivo, mi fa vedere che lo vivo già. Poi, nella gioia andiamo avanti senza fare troppe analisi. E’ importante, nell’amore reciproco, accettare l’altro, accettare quello che dice, anche se qualche volta è un po’ storto o non del tutto giusto. Quello che conta è ciò che ha capito di luce dentro di me.
            Non si tratta quindi di correggere. Non ho il diritto di correggere assolutamente nessuno. Ho il dovere di dire la verità sempre, perché il cristiano è così. Ho la possibilità, se c’è l’amore reciproco fra noi, di fare una correzione fraterna voluta insieme, per lasciare che Gesù ci guidi l’uno nell’altro attraverso la pratica della correzione fraterna. Nessuno assoluta-mente dovrebbe essere obbligato a fare la correzione fraterna. Deve essere sempre una pratica voluta, come dono dato e dono ricevuto. Così si cresce nell’unità. Si cresce. Alla fine concludiamo con una breve preghiera a Gesù, ringraziamo di tutto. Rinnoviamo l’amore reciproco tra noi e andiamo avanti. La correzione fraterna non è una pratica che si fa ogni giorno, ma ogni tanto.
°          L’indifferenza è una malattia molto brutta. Oggi non ascoltiamo più nessuno, non diamo neppure quei piccoli consigli che potremmo dare. La gente avverte, quando noi parliamo, se siamo indifferenti nei loro rapporti.
*          Sì, è vero anche questo. D’altra parte ricordo sempre quanto diceva don Silvano: di non sprecare troppo tempo a pensare ai nostri limiti e ai nostri peccati. Questo è stato sempre per me un grande aiuto. E’ vero che abbiamo dei limiti, abbiamo dei peccati. Però, appena ci rendiamo conto dei nostri peccati, dei nostri limiti… ricominciare subito… senza sprecare troppo tempo a pensarci. Questo è molto saggio. Per correggerci c’è appunto un tempo, un luogo. In questi momenti lasciamo che venga fuori quello che viene fuori. Poi basta.


Strumenti per creare o rafforzare l’unità tra noi...

            Vorrei aprire una considerazione fondamentale per il tema di questi giorni: il “patto” che ci lega come comunità. Ci sono nella vita di unità diversi strumenti che possiamo vivere insieme per creare o rafforzare l’unità fra noi. Partendo dalla nostra esperienza, gli strumenti, come esercizi spirituali che possiamo fare insieme nella vita di comunione, sono i seguenti:
*          il patto di unità fra noi,
*          la comunione di esperienze dalla vita,
*          la comunione d’anima,
*          la correzione fraterna,
*          il colloquio personale.

Il patto …

            Desidero parlarvi di questi cinque strumenti. Ma ora metto in rilievo in modo particolare il primo: il ‘patto’.
            C’è un gruppo di studiosi della “Scuola Abba”, che approfondiscono insieme diversi temi, anche alla luce della spiritualità dell’unità. Un tema che abbiamo messo molto in rilievo quest’anno è quello del patto, perché l’esperienza del movimento dei focolari, alle origini, è nata da diversi patti, tra diversi membri. Abbiamo notato che un patto, in un modo o nell’altro, si trova in tutte le esperienze carismatiche. Alla base di tanti ordini religiosi c’è un patto che dà vita a tutto il resto. Segnalo in particolare un patto avvenuto nel ‘49. Quando Chiara raccontava la sua particolare esperienza di luce, cominciava sempre raccontando del patto, e riteneva questo evento veramente molto importante.
            Desidero premettere una considerazione. Se guardiamo all’AT e al NT, vediamo che il tema del patto è centrale. In particolare il vangelo di Matteo è tutto strutturato attorno al tema del patto. Un riassunto del patto è la frase: “Io sono con voi…”. Dio nella Bibbia dice spesse volte: … io sono con voi. A leggere bene il vangelo di Matteo, scopriamo che è struttu-rato attorno a questa frase. In  Mt 1, nel brano dell’annunciazione, il nome di Gesù è “Emanuele”: io sono con voi… Dio con voi. In Mt 28, quando Gesù dà agli apostoli il mandato della missione dice: “Io sarò con voi…”. Al centro del vangelo, in Mt 18,20, troviamo questa espressione: “Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Tutto il Vangelo di Matteo mette in rilievo il tema dell’alleanza. “Gesù fra noi”, come chiesa, è l’alleanza compiuta, è l’alleanza realizzata pienamente.
            C’è un esegeta tedesco, Norbert Lohfink che fa una considerazione molto importante, anche se un po’ complessa. Egli osserva che, nel prote-stantesimo liberale, nella teologia liberale, per esempio di Von Harnack, in Germania 100 anni fa, c’era piuttosto l’enfasi sull’esperienza interiore, personale, intima di Dio. Quindi il regno di Dio era – per Harnack – questa esperienza spirituale dentro di me.
            Dice Norbert Lohfink che per noi cattolici spesse volte succede la stessa cosa. Invece tutta la Bibbia ci fa vedere che il regno di Dio è una realtà aperta, è una realtà fuori di noi, è un evento di popolo, nel quale noi siamo coinvolti. Dice un altro teologo, Moltmann: “Incontrare Gesù vuol  dire essere coinvolti nel regno”. Cioè lasciarsi coinvolgere nell’evento del regno.
            Norbert Lohfink dice: “La cristianità è diventata tanto simile alle molte religioni del mondo. E vede il suo compito, in questa società monda-na, quasi esclusivamente nel preoccuparsi che alle singole anime venga ancora trasmessa, attraverso il rituale, un po’ di esperienza del trascendente e che, nella sofferenza, venga loro data la consolazione di sperare nell’aldilà. Gli ebrei, invece, sanno che Dio vuole cambiare il mondo. E, per tale scopo, ha bisogno di un popolo, di una società che cerchi di vivere secondo l’originario disegno di Dio sul mondo, ponendosi come alternativa alla società. A che serve che noi cristiani dichiariamo la nostra fede in Cristo e confessiamo che, in Lui, l’unica alleanza si è condensata nella radicalità escatologica ed è diventata, nel senso più pieno e definitivo, nuova alleanza? Se solo ci si aprissero gli occhi e potessimo vedere, grazie agli ebrei, che cosa significa davvero ‘alleanza’!”.
            Questo commento introduttivo ci aiuta ad entrare nel tema del patto. Nell’AT il tema dell’alleanza è centrale. Troviamo diverse alleanze: con Noè, con Abramo, con Mosè, con Davide… ma tutte intrecciate recipro-camente per formare una sola melodia. L’alleanza diventa il punto di vista, a partire dal quale si realizzano i vari elementi della Storia Sacra di Israele. Cioè, tu leggi la storia di Israele a partire da questi patti, fatti da Dio con il suo popolo.
            Quando Dio fa un patto, nasce una cosa nuova, una nuova epoca della storia di Israele. Così ce lo presenta la Bibbia. “Una caratte-ristica importante da notare nell’alleanza è che il patto è primariamente l’operazione di Dio”. Nella traduzione greca della Bibbia, la parola alleanza è tradotta 267 volte su 286 – in pratica quasi sempre – con la parola ‘diateke’. E’ una parola che mette in rilievo il significato dell’alleanza che non è ‘sinteke’, cioè non è semplicemente un accordo umano fra Dio e l’uomo o fra gli uomini. No. Per la Bibbia l’alleanza parte da Dio, è un’offerta da parte di Dio di un decreto, con il quale Egli stabilisce l’ordine del rapporto. E’ Dio che lo fa popolo e come Lui lo vuole. La chiesa, l’assemblea, non è frutto semplicemente di un contratto mutuo fra i membri. Ma è generata dal dono, dall’evento, dall’atto creativo dell’amore tenero e misericordioso di Dio.
            L’alleanza del Sinai è forse elemento fondamentale. E’ il fatto che dà il “la” all’esperienza di Israele. Vi vediamo tutte le caratteristiche. Dio prende l’iniziativa del patto. Egli, vivente e personale, misericordioso e santo, chiama… e il popolo risponde. Come condizione del patto ci sono parole, comandamenti da vivere. Vi è anche la dimensione di ‘sacrificio’, olocausto, cioè la dichiarazione rituale, da parte del popolo, di ‘essere nulla davanti a Dio’: “O Dio, fa’ tu di noi quello che vuoi”. Poi il sangue del sacrificio è sparso sull’altare e sul popolo (Es. 24), segno dell’intreccio della dimensione verticale e orizzontale del patto: viene da Dio, è sua iniziativa, ma porta, tutti noi, dentro e ci lega insieme reciprocamente come alleati.
            E’ un cammino dinamico tra Dio e il suo popolo. Da una parte cresce la auto-comprensione del popolo di Israele nel rapporto che si è aperto nell’alleanza. Si arriva addirittura a parlare dello sposalizio fra Dio e il suo popolo. D’altra parte, questo popolo si riconosce incapace di rispondere fedelmente al patto. E’ troppo difficile dire di essere nulla davanti a Dio. Lungo la sua storia, il popolo di Israele ha sempre agognato la restaurazione del popolo nato dall’alleanza. E ci furono diversi momenti di rinnovamento del patto.
            Poi il profeta Geremia annuncia una nuova alleanza. Questa nuova alleanza la troviamo in Gesù. Con Gesù si stabilisce la nuova alleanza nel sacrificio di sé. Dice Gesù: “Il mio sangue dell’alleanza versato per molti in remissione dei peccati”. Egli è la Parola di Dio incarnata. E’ l’esempio del-l’amore fraterno vissuto, realizzato. Vive l’annullamento di sé (kenosi). La cosa importante è questa: in Gesù la nuova alleanza è già stabilita tra Dio e gli uomini. Il dono dell’iniziativa che viene da Dio c’è. E in Gesù, uomo Dio, c’è la risposta perfetta. C’è! C’è già!
             Dice Paolo: “Com’è vero che Dio mantiene le sue promesse, Dio per mezzo di Gesù Cristo suo Figlio, non ha detto sì e no, ma soltanto sì. E così in Cristo ha compiuto tutte le sue promesse. Perciò, per mezzo di Gesù Cristo, noi lodiamo Dio, dicendogli: amen!”. Cioè, il sì che diciamo noi, il sì di ognuno di noi alla chiamata di Dio, è già contenuto nel sì perfetto di Gesù, ripetuto ovviamente per primo da Maria. Vuol dire che c’è già una garanzia del patto compiuto, realizzato in Cristo.
            Per Paolo, poi, nell’unica alleanza realizzata in Cristo, ci sono vari patti che Dio stringe con gli uomini, dando vita ogni volta a nuove fasi della storia. Ma in Gesù, per Lui – e Lui è la nuova alleanza in persona – si attualizza poi, in diverse forme il cammino cosmico verso la divinizzazione dell’umanità. In Lui tutta la storia è in cammino verso l’unione sponsale della creazione con Dio. Se diciamo: Gesù risorto c’è già e abbraccia tutto il mondo… cosa vuol dire? Vuol dire che tutta l’umanità, tutto il cosmo è in marcia verso questo sposalizio con Dio.
            Ovviamente la nostra consacrazione è un segno, un anticipo, in qualche modo visibile, di questa realtà mondiale, universale. Ora la sposa di Cristo è l’assemblea, portatrice della nuova evangelizzazione, per la quale Dio vuole arrivare a tutti. Perciò nel vangelo di Matteo, la comunità dei discepoli viene presentata come il nuovo popolo dell’alleanza, che deve por-tare frutto.
            E qui arriviamo alla messa. In ogni celebrazione eucaristica noi commemoriamo l’evento fondativo della chiesa. Ogni messa è un inno di ringraziamento al Dio dell’alleanza, come si dice nel prefazio comune. Nella celebrazione eucaristica si celebra il dono della nuova alleanza e la nostra risposta, già oggettivamente data come assemblea in Cristo. In ogni messa, poi, ascoltiamo la Parola, ci raduniamo insieme come fratelli, e riceviamo l’eucaristia. Quindi, in ogni messa si stabilisce una comunione sacramen-tale, di sangue, portando tutti quelli che lo accettano, in una comunità con--creta, corporale. Si potrebbe dire: il Dio dell’alleanza, in ogni messa, si fa presente in Gesù Cristo, nella potenza dello Spirito, per portarci nel suo spazio, nell’essere in Dio – come dice Paolo – fondendoci in uno con Lui e tra noi. Quindi oggettivamente, l’alleanza, il patto, c’è sempre, in ogni messa. Ogni messa ci forgia in uno con Dio e fra noi, in Cristo, nello Spi-rito Santo.
            Sebbene celebriamo questo patto in ogni messa, rimane sempre attuale il bisogno di dare frutto, cioè di attualizzare tale dono nel quoti-diano, nella storia concreta degli uomini, nel sociale. E ciò richiede da noi la nostra disponibilità a lasciare che l’eucaristia operi in noi e fra noi, anche fuori della chiesa, nella città degli uomini, nella società.
            Anche la chiesa, sempre, in ogni epoca, vuole, brama la sua attua-lizzazione storica. E il cammino della storia della chiesa è fatto di note sempre nuove di questa melodia del Cantico dei Cantici, in cui Cristo è lo sposo e la chiesa è la sposa. Nel cammino della storia, Gesù dice : “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, e  lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. Questo è contenuto in ogni messa. Cosa vuol dire? Vuol dire anche per noi, che andiamo ogni giorno alla messa: … in ogni messa incontriamo l’evento fondativo della chiesa e, siccome siamo espressione di chiesa, incontriamo anche l’evento fondativo della nostra famiglia religiosa, della nostra Opera. In ogni messa, in ogni celebrazione eucaristica, c’è il patto realizzato. Per cui, andiamo alla messa, ascoltiamo la Parola, ricevia-mo il dono del sacramento.
            Mi sono chiesto: com’è questo patto nella storia della chiesa? E’ semplicemente una celebrazione eucaristica quella che facciamo? Oppure c’è anche una conseguenza? Si vede nella coscienza popolare dei cristiani, lun-go la storia, una coscienza di essere legati così nel patto fra di loro?
            Dice Norbert Lohfink: … forse non tanto. Questa idea di essere un popolo di persone legate, alleate con Dio e fra loro, non è così forte. D’altra parte, dopo aver fatto uno studio generale, ho scoperto che c’è sempre stata questa consapevolezza di essere un popolo di alleanza. Per esempio, nella storia della teologia, la categoria di alleanza è fondamentale per alcuni Padri della chiesa: Ireneo, Agostino, Bonaventura… però ci sono altre tracce di questa consapevolezza di essere noi inseriti in un popolo di alleanza con Dio e fra noi. Per esempio il termine “sacramento” deriva da Tertulliano (II – III sec.) che si è ispirato al patto, al giuramento dei soldati all’impero romano. Quindi i sacramenti erano già visti, in qualche modo, come espressione di alleanza fra noi: ci collegano, ci legano insieme.     Anche dopo la svolta co-stantiniana, quando il fervore della carità era forse un po’ diminuito nella chiesa… dove rimane questa idea di un patto? Rimane nelle esperienze monastiche carismatiche, poi negli ordini religiosi.
            In ogni messa, quando il sacerdote rivolge ai fedeli il saluto iniziale, dice: “Il Signore sia con voi … e con il tuo spirito”, già questa è un’eco dell’alleanza. Noi siamo un popolo radunato, come alleati. L’espressione: “Il Signore sia con voi” è il riassunto dell’alleanza secondo l’AT. Gesù, poi, è il Dio fra noi. Ogni volta, in ogni messa, all’inizio della messa, noi ci richia-miamo al patto.
            L’esperienza del patto emerge fortemente nella riforma protestante. I protestanti fanno un’esperienza forte di stipulare patti fra loro. Si cono-scono esperienze di patto anche nelle nuove società in America del Nord, stabilite attorno a un patto fra di loro. Anche i politici, i filosofi… parlano molto del patto nella società.
            Indubbiamente noi, nella chiesa cattolica, dopo il concilio di Trento abbiamo dovuto sottolineare piuttosto la dimensione oggettiva dei sacra-menti. Non tanto la dimensione soggettiva. Per cui le forme giuridiche di andare alla messa, di ricevere i sacramenti, il fatto che i sacramenti sono ‘ex opere operato’, cioè funzionano da sé, era molto forte nella teologia cattolica. Perché il rischio era: se tu cominci a dire che la chiesa è fondata semplice-mente sull’accordo fra le persone, chiaramente corri il rischio che essa diventi un club privato. Non è questo.
            E’ interessante che nel XX secolo comincia ad emergere più forte-mente questa dimensione dell’alleanza anche nella teologia cattolica. Si sottolinea che noi battezzati dobbiamo renderci conto del fatto che siamo alleati. Ci sono diverse espressioni di questa nuova dimensione. Per esempio il movimento di Schönstatt, fondato il 18 ottobre 1914 da padre Kentenich. Egli propose a un gruppo di giovani, da lui diretti spiritualmente, di strin-gersi attorno alla Vergine Maria, con una alleanza d’amore, come segno e impegno nell’imitazione delle sue virtù. Il 18 di ogni mese rinnovano il pat-to fra di loro. Anche il movimento carismatico, il Rinnovamento dello Spirito, si fonda su tanti patti. Essi formano comunità di alleanza fra loro.
             Anche la LG, nel Vaticano II, mette in rilievo questo patto. C’è una sezione che si chiama: “Nuova alleanza, nuovo popolo”. Dice: “Dio volle santificare e salvare gli uomini, non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo”. Cioè, c’è una nuova coscien-za anche nella chiesa cattolica. Sì, la messa oggettivamente contiene tutto, però per l’attualizzazione di quello che riceviamo nella messa, tocca a noi rispondere. Tocca a noi, insieme, lasciare che Gesù operi quello che l’euca-ristia vuole operare: in noi e fra noi. E per questo ci vuole una disponi-bilità, un’apertura comunitaria.
            Negli ordini religiosi è rimasto questo fatto: spesso furono fondati da una esperienza di patto, di accordo mutuo. Ma un accordo mutuo che dà a Dio l’iniziativa, non semplicemente un accordo mutuo tra di loro. Si è trattato di un momento in cui hanno potuto dire: “Dio, fa di noi quello che vuoi tu”. Credo che anche nella vostra storia c’è un esempio di patto, accordo, consenso, che sarebbe interessante andare di nuovo a riscoprire e mettere in rilievo. Cioè, prima di qualsiasi opera, attività, decisione… c’è una realtà base da riscoprire.
            Ora vorrei raccontarvi l’esperienza che facciamo noi, nel movimento dei focolari, perché può servirvi. Domani vi presenterò alcune esperienze di diversi ordini religiosi, così potrete rileggere insieme anche l’esperienza della vostra famiglia religiosa.

*          Patto dell’amore reciproco - All’inizio del movimento dei focolari, dal 1943 in poi, si facevano insieme tanti patti. In particolare il patto dell’amore reciproco. Le prime compagne ricordano quando cercavano di vivere insieme il vangelo e un giorno hanno trovato questa frase: “Ama-tevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. In seguito hanno trovato un’altra frase: “Che tutti siano uno perché il mondo creda”. Però, senten-dosi piccole, povere, poche, si sono sentite spinte a chiedere a Gesù la grazia di capire come fare. Sono andate in chiesa, attorno all’altare, davanti all’eu-caristia e hanno chiesto a Gesù: … insegnaci Tu come realizzare questa tua preghiera per l’unità. Insieme hanno fatto un patto: … io sono pronta a dare la vita per te… io per te… io per te… Perché questa è la misura dell’amore reciproco: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.
            Certamente questo si può fare solo con la grazia di Dio. Cosa vuol dire dare la vita? Non vuol dire necessariamente morire fisicamente. Però vuol dire: io sono pronta a dare le mie idee, il mio tempo, la mia forza, la mia debolezza, il mio limite… ecco, io lo do a te… tu lo dai a me… e in que-sto amore reciproco viviamo il comandamento di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. E che cosa hanno notato? Dicevano sempre: … Abbiamo notato un balzo di qualità nel nostro rapporto. E’ cambiato il rapporto. E’ subentrata quella presenza invisibile ma reale di Gesù, nostro fratello! Questo è il patto dell’amore reciproco.

*          Il patto di misericordia – Fin da subito era ovvio che per delle giovani non era facile stare insieme. A livello umano, una veniva da Trento, un’altra dal paese vicino… già c’era qualche concorrenza tra di loro: un modo diverso di pensare, di vedere le cose. Quindi, facilmente si scivolava nel giudizio verso l’altro. Hanno capito che ci voleva il patto di misericor-dia: cioè il vedersi nuovi ogni giorno, dimenticando lo sbaglio di ieri. Così, ogni sera, prima di coricarsi, hanno imparato a dire: … vivo il patto di misericordia. Domani, al risveglio, guarderò gli altri con occhi nuovi, come fosse per la prima volta. E non è sempre facile farlo. Questo è un patto che si può fare ogni sera e lo può fare ognuno di noi.
            E’ molto utile questo patto per tenere su l’atmosfera di Gesù fra noi. Ci vogliono queste pratiche per assicurare la presenza di Gesù nella comu-nità. Chiara Lubich racconta una piccola esperienza. Agli inizi, durante la guerra, rimaneva a casa lei per cucinare. Un giorno sono partite tutte per il lavoro non in piena unità. Chiara è andata sul solaio a prendere legna per il fuoco. Si sentiva proprio male, era disorientata, si sentiva nel buio. A un certo punto le lacrime sono cominciate a scendere sulla polvere del solaio. Ha capito: … che senso ha la mia vita se non c’è fra noi la comunione e l’unità che ci siamo promesse? Ha deciso: bisogna ricominciare nel patto di misericordia. Subito ha detto alle compagne: facciamo il patto di miseri-cordia… patto di vederci nella misericordia di Dio. Buttiamo tutto nella misericordia di Dio: il nostro peccato, i limiti, i fallimenti… e ributtiamoci subito ad amare con semplicità.

*          Il patto di unità -  Chiara era amante nel fare i patti. Infatti è una pratica intelligente. Uno dei patti che diventa decisivo per la fonda-zione del movimento è il patto del ‘49. Noi lo chiamiamo “Patto dell’unità”.
            Dopo aver vissuto diversi anni una vita intensa di vangelo, Chiara si era ammalata e il medico ha consigliato un periodo di riposo. Una delle compagne aveva una baita in montagna. Tutte vi sono andate insieme per riposare. In quel periodo c’era anche Igino Giordani, un grande scrittore, ecumenista, sposato, aveva quasi il doppio di età rispetto a Chiara. Aveva conosciuto Chiara l’anno precedente ed è rimasto molto colpito dallo spirito del focolare. Era un uomo molto saggio e di grande cultura. Aveva scritto tanti libri di spiritualità e sui santi. Era ‘caterinato’, cioè seguiva la spiri-tualità di Caterina da Siena. Aveva conosciuto anche diversi ordini religio-si. Avvertiva l’esigenza di impegnarsi di più nella vita, nella spiritualità, nella comunità, con Chiara e le sue compagne. Ha fatto una proposta a Chiara.
            Desidero soffermarmi su questo patto avvenuto fra loro, perché da esso si è aperta una esperienza mistica di Chiara, che è durata per tutta quella estate… Chiara dice: questa fu la fondazione della nostra Opera. Cito: “Fino a quel punto eravamo un movimento. Ma da quel patto siamo diventati un’Opera”. E’ una realtà diversa. E’ stato quel patto a generare l’Opera di Maria. Noi leggiamo sovente questo racconto di Chiara perché è bello e molto ricco di sfumature:
            “Vivevamo queste esperienze, quando venne in montagna Foco, Igino. Foco, innamorato di santa Caterina, aveva cercato sempre nella sua vita una vergine da poter seguire. Ed ora aveva l’impressione di averla trovata fra noi. Per cui, un giorno mi fece una proposta, quella di farmi il voto di obbedienza, pensando che, così facendo, avrebbe obbedito a Dio. Aggiunse anche che, in tal modo, potevamo farci santi come san Francesco di Sales e santa Giovanna di Chantal. Io non capii, in quel momento, né il perché dell’obbedienza, né questa unità a due.
            Allora non c’era l’Opera e fra noi non si parlava molto di voti. L’unità a due, poi, non la condividevo, perché mi sentivo chiamata a vivere il “che tutti siano uno”. Nello stesso tempo, però, mi sembrava che Foco fos-se sotto l’azione di una grazia che non doveva andar perduta. Allora gli dis-si press’a poco così: … può essere veramente che quanto tu senti sia da Dio. Perciò dobbiamo prenderlo in considerazione. Io, però, non sento questa unità a due, perché tutti devono essere uno. E aggiunsi: … tu conosci la mia vita. Io sono niente. Voglio vivere, infatti, come Gesù abbandonato, che si è completamente annullato. Anche tu sei niente, perché vivi nella stessa maniera.
            Ebbene, domani andremo in chiesa e a Gesù eucaristia che verrà nel mio cuore come in un calice vuoto, io dirò: … sul nulla di me, patteggia Tu unità con Gesù eucaristia nel cuore di Foco… e fa in modo, Gesù, che venga fuori quel legame fra noi che Tu sai… Poi ho aggiunto: … e tu Foco fa’ altrettanto… L’abbiamo fatto. E siamo usciti di chiesa. Foco doveva entrare dalla sacrestia per fare una conferenza ai frati. Io mi sono sentita spinta a ritornare in chiesa.
            Entro e vado davanti al tabernacolo e lì sto per pregare Gesù euca-ristia, per dirgli: ‘Gesù!’, ma non posso. Quel Gesù, infatti, che stava nel tabernacolo, era qui in me. Ero anch’io. Ero io, immedesimata con Lui. Non potevo quindi, chiamare me stessa. E lì ho avvertito uscire dalla mia bocca, spontaneamente, la parola: ‘Padre!’. In quel momento mi sono trovata in se-no al Padre. Mi è sembrato, a questo punto, che la mia vita religiosa dovesse essere diversa da quella che avevo vissuto fino allora. Essa non doveva consistere tanto nell’essere rivolta a Gesù, quanto nel mettermi a fianco a Lui, fratello nostro, rivolta verso il Padre. Ero dunque entrata nel seno del Padre, che appariva agli occhi dell’anima, ma è come l’avessi visto con gli occhi fisici, come una voragine immensa, cosmica. Ed era tutto oro e fiamme: sopra, sotto, a destra e a sinistra. Fuori di noi era rimasto il creato. Noi eravamo entrati nell’Increato”.
            In questo patto ci sono alcune cose interessanti. Il patto viene fatto nella messa, nell’eucaristia. Dopo un cammino di fede, con questi patti che fanno parte di quel cammino, c’è grande fiducia in Dio, nell’Eucaristia: sarà Lui a prendere l’iniziativa. C’è l’apertura a quello che Gesù vuole creare fra di loro. Si nota la libertà nell’invitare a fare il patto. E’ un patto aperto ad altri. Perché il giorno successivo le altre compagne entrano in quel patto. Il patto, poi, è aperto a chi vuole entrare nel movimento. E il frutto del patto è che nasce un popolo nuovo nel popolo di Dio. Nasce cioè un soggetto nuovo, una realtà nuova, un’espressione nuova di chiesa.
            Chiara diceva: “Eravamo fuse in uno per diventare Gesù che camminava. Lui che è Via, si faceva in noi Viatore”. Cioè il patto dà inizio a un’esperienza nuova, a un soggetto nuovo, che compirà una missione in fa-vore di tutta la chiesa e di tutta l’umanità. Credo che questa sia l’impor-tanza del patto. Cioè, noi vivendo – come ha fatto  Chiara – il nulla di noi… io il nulla… tu il nulla… davanti a Gesù eucaristia, lasciamo che Lui faccia fra di noi quell’Opera che ha in mente Lui. Non è semplicemente un accordo fra di noi. Assolutamente no.
           
dialogo per crescere insieme…

*          Ogni tanto è bello vivere anche un momento solenne per rinnovare il patto fra noi. Può essere il capitolo. Ci sono diversi patti, diversi modi di fare il patto di amore reciproco. Un modo è nella forma di preghiera. Qualche volta lo si può fare esplicitamente, dicendo: io sono pronta a dare la vita per te… io per te… e ci si può dare la mano una con l’altra. Meglio ancora sarebbe dire: con la grazia di Dio, con l’aiuto di Dio, sono pronta a dare la vita per te… perché da soli non possiamo farlo. E poi Dio mi farà capace di fare quello che posso fare. Non posso fare di più di quello che posso fare. Il Signore mi aiuterà a fare quello che posso fare.
°          Un momento solenne per rinnovare un patto, potrebbe essere questa preparazione al capitolo, vissuta come ricerca di quello che il Signore vuole da noi oggi. Si tratta di valorizzare la preghiera sulla volontà di Dio dei nostri fondatori, rinnovando l’esperienza delle origini, perché il Signore ci aiuti a capire che cosa vuole da noi in questo momento.
*          L’importante  è farlo bene… Un’altra modalità di fare il patto, al-la “Scuola Abba” è questo:  prenderci un momento di silenzio, entrare nel cuore e dire:  O Gesù, con il tuo aiuto, ti prometto di essere pronto a dare la vita per gli altri… di essere pronto ad accogliere l’altro, a donarmi all’altro. E’ un momento solenne di silenzio, vissuto insieme, per alcuni secondi, momento che mi permette di andare in fondo al cuore e dire a Gesù: sono pronto a dare la vita per ciascuno.
            Ci sono diverse modalità di fare il patto. Vi segnalo un altro esem-pio di patto, che noi facciamo ogni tanto. Se c’è un momento particolare e solenne, come può essere il vostro capitolo, si può formulare il patto per iscritto. Voi lo potete formulare in modo consono con il vostro carisma, con i vostri fondatori… poi, chi vuole, nella libertà, lo sottoscrive… Il foglio può essere affisso alla parete come memoria dell’impegno preso insieme, e può rimanervi durante tutto il capitolo… Chiara aveva sempre una fantasia spiccata in queste cose… formulava l’impegno, sottoscritto da tutti, che poi appendeva al muro come richiamo. Guardando ai vostri fondatori, prendete qualcosa che hanno vissuto loro come patto iniziale… e voi rinnovatelo e attualizzatelo, in modo solenne!


Il patto negli ordini religiosi …

            Oggi, domenica della trasfigurazione, abbiamo un nuovo protettore per il nostro incontro: il vostro piccolo, grande amico Juri è partito questa mattina per il cielo. Affidiamo anche a lui il capitolo e i vostri lavori di pre-parazione. Ieri sera, a cena, abbiamo parlato di lui. Sono andato a trovarlo dopo una breve passeggiata. Evidentemente era molto debole, però mi ha detto con forza: auguri… auguri… Così questi auguri sono per noi oggi. Anche lui, come battezzato, era un consacrato. Oggi se ne rende conto, più di una volta, che già la vita di ogni cristiano è una vita consacrata, perché il battesimo è una consacrazione. Juri ha vissuto la sua vita consacrata anche per quell’aspetto di croce che ha saputo portare così eroicamente. Anche per noi è un modello di consacrazione.
            Vogliamo continuare la nostra conversazione sugli strumenti che ci aiutano a costruire l’unità. Ieri ho parlato del patto. Ora, su questo tema molto attuale per noi, prendo lo spunto da un approfondimento recente di padre Fabio Ciardi che desidero condividere con voi, perché mi sembra bello e in linea con il nostro tema. Si parla del patto negli ordini religiosi. E’ una conversazione impostata in tre momenti.
             Il primo momento riguarda il patto personale con Dio. E’ il patto fondamentale: la consacrazione personale, il sì di ognuno a Dio. E’ il primo patto. Tu dici sì a Dio, ma in fondo è Dio che dice sì a te. E lo dice così: “Tu sei mio Figlio prediletto, amato!”. Anche Juri l’ha detto recentemente: io sono un figlio prediletto. Ognuno di noi, nella consacrazione, nel patto personale, sente da Dio queste parole.“Tu sei la mia figlia prediletta, scelta, amata, voluta da me!”.
            Nel secondo momento ci sarà una breve riflessione su accordi, fatti tra amici,  per andare a Dio insieme per la via della consacrazione.
            Nel terzo momento si tratta più specificamente di patti fatti all’ori-gine di qualche ordine religioso. Lo scopo di questa conversazione è quella di stimolarci tutti a ricordare, rivisitare, nella mente e nel cuore, anche la no-stra consacrazione, personale, comunitaria, di congregazione.

*          Il patto tra Dio e la singola persona - Non è casuale che il grande movimento monastico sia nato nella solitudine del deserto, quale luogo privilegiato per la ricerca e l’incontro con Dio. Più che un luogo geo-grafico, il deserto è simbolo dell’Assoluto di Dio e della scelta di Lui come il tutto della propria vita. Forse proprio all’inizio del cristianesimo è emersa l’esperienza del deserto, come esigenza di mettere Dio al primo posto, Dio sopra tutto!
            Per Antonio, padre del monachesimo, il luogo della sua più pro-fonda esperienza non è il deserto, ma Dio stesso. Negli apoftegmi dei padri del deserto si racconta che un anziano chiese a Dio di vedere i padri e li vi-de. Ma il padre Antonio non c’era. Chiese allora a colui che glieli mostrava:   e padre Antonio dov’è? Gli rispose:  egli è là dove c’è Dio!
            Nella solitudine con Dio iniziano le grandi esperienze monastiche di Basilio e di Benedetto a Subiaco, come poi le successive esperienze di Francesco, solo pur nel cuore della città e nella campagna di Assisi e di Ignazio nella grotta di Manresa.
            Alle origini di ogni esperienza carismatica, anche quelle che approdano ad un’Opera o ad un Movimento, vi è l’esperienza di un rapporto d’amore, intimo e concreto, che si intesse tra Dio e l’uomo, o la donna, che si inserisce nel grande movimento della rivelazione. C’è una bella citazione della Dei Verbum del Vaticano II: “Dio, nel suo grande amore, parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”. Dio sceglie degli uomini, della donne, e diventa loro amico, intimamente… e da lì nasce qualcosa. Questo rapporto personale appare come continuazione dei molti patti che Dio ha stipulato e rinnovato lungo la storia della salvezza, fino a quello definitivo, sigillato nel sangue di Cristo.
            Dice padre Fabio: potrebbe sorprendere che anche il movimento di Chiara Lubich, il cui fulcro centrale è l’unità, con una spiritualità forte-mente comunitaria, sia nato da un patto personale con Dio, fatto nella solitudine. Infatti, il 7 dicembre 1943, c’era con lei padre Bonetti, cappuc-cino, nelle cui mani Chiara emetteva il voto di verginità. Ma egli in quel momento non ne veniva coinvolto. Era presente  come testimone qualificato dell’atto di consacrazione, come espressione della chiesa che accoglie il dono. Ancora una volta la nascita di una comunità carismatica è preceduta, è originata da un patto d’amore reciproco tra Dio e una persona.
            Questo continua anche in noi. Lo stesso patto originario della comunità, della famiglia religiosa, viene rigenerato continuamente dal patto originale che esiste tra te e Dio, tra Dio e te. Un patto che bisogna sempre rinnovare. E’ molto importante questo sì  personale, irrepetibile, unico, che solo tu puoi dire. E la congregazione dipende dal tuo sì rinnovato, cresciuto, rafforzato. Il sì personale che dici è quello che fa crescere anche la tua fami-glia religiosa nel patto comunitario. Nessun altro può dire quel sì per te.
            A sessant’anni da quell’evento originario di Chiara Lubich, cioè del suo sì personale a Dio, lei sintetizzava le due dimensioni del rapporto con le parole: dono di luce da parte di Dio (l’iniziativa di Dio) e donazione di sé a Dio (la nostra risposta). E’ questa anche l’esperienza di ciascuno di noi: do-no di luce (la chiamata), donazione di sé (la nostra risposta). Fin qui il primo punto: il patto personale di ciascuno di noi.

*          Patto fra amici -  Ci sono, nella storia della chiesa, esempi di patti fatti tra amici, per camminare insieme nella via della santità, per aiutarsi reciprocamente nella ricerca della santità. Ritroviamo di frequente il voto di obbedienza fatto ad una persona, per la sua qualità di maestro o maestra, nella vita spirituale. Il rapporto può essere di un intero gruppo, come quello creatosi attorno ad Angela da Foligno e a Caterina da Siena, oppure di una sola persona, come quello di Teresa di Gesù nei confronti di padre Gerolamo Grazian, suo superiore.
            Santa Teresa di Gesù racconta come Dio l’ha ispirata a tale voto. Parla della visione che ha avuto e della ripugnanza che ha avvertito inte-riormente nel dover compiere questo passo. Scrive lei stessa: “Un giorno, mentre stavo mangiando, senza alcun raccoglimento interiore, la mia anima cominciò a essere colta da una sospensione e da un raccoglimento tale, che pensai all’imminenza di un rapimento. Ed ecco, infatti, la visione seguente presentarmisi con la consueta rapidità, che è quella del lampo. Mi sembrò vedere vicino a me nostro Signore Gesù Cristo, nella forma in cui sua Maestà suole apparirmi. Alla sua destra stava il maestro Grazian ed io alla sinistra. Il Signore prese la sua mano destra e la mia, le unì insieme e mi disse di volere che io prendessi questo padre al suo posto, finché avessi vita. E che ci mettessimo d’accordo in tutto, perché così conveniva”. Non era fa-cile per lei fare quel passo, però l’ha fatto. Cioè il passo di legarsi con un’al-tra persona a motivo della santità, seguendo Dio.
            Il patto di amicizia può essere anche un voto reciproco, come quello tra il fondatore dei Missionari Oblati, sant’ Eugenio di Mazenod e il suo primo compagno.
            Più ricorrenti sono le amicizie spirituali tra coppie di persone che intendono percorrere insieme la via della santità. Famose quelle tra Gre-gorio Nazianzeno e Basilio di Cesarea, Guglielmo di Saint-Thierry e Ber-nardo di Chiaravalle. Numerose quelle fra donne: come Chiara d’Assisi e Agnese di Praga, Gertrude di Helfta e Matilde di Hackeborn. Più comuni le amicizie tra uomo e donna: le sorelle di: Pacomio, Isidoro,  Eusebio di Ver-celli, Agostino, Cassiano, Benedetto, Leandro di Siviglia, Cesario di Arles… sono alla guida di altrettante comunità cenobitiche. Ed ognuna di esse è mossa dal desiderio di imitare il fratello ed è da lui avviata e sostenuta nel-l’esperienza spirituale e monastica. Altre volte è la sorella a esercitare un ascendente sul fratello: come Marcellina su Ambrogio, Macrina su Basilio.
            Altri rapporti non sono costituiti da parentela, ma da affinità spiri-tuale. Qui possiamo menzionare Gerolamo, Paola e Melania; Francesco e Chiara d’Assisi, Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, Vincenzo de’ Paoli e Luisa de Marillac, Margherita Maria Alacoque e Claudio Colombière, Giovanni Bosco e Maria Domenica Mazzarello, Giacomo Alberione e Tecla Merlo, Hans Urs Von Balthasar e Adrienne Von Speyr, padre Dario e madre Eusebia …
            Ci soffermiamo brevemente sull’amicizia tra Francesco di Sales e Jeanne Françoise Fremiot, Baronessa di Chantal. Quando si incontra-rono la prima volta, nel marzo 1604, lui aveva 36 anni ed era vescovo da un anno e mezzo, lei ne aveva 32, ed era vedova da pochi anni. Il primo bigliet-to, a un mese dall’incontro, indica già l’indizio di un’amicizia sublime, che siamo in grado soltanto di ammirare, non già di spiegare.
            Le lettere di lui a lei testimoniano una sorta di storia di due anime. Essi sono uniti dalla carità e da una vera amicizia cristiana. Scrive France-sco a lei: “… ecco il nostro legame, ecco le nostre catene, quanto più ci chiu-deranno e ci stringeranno, tanto più ci daranno gioia e libertà”. Al centro del loro legame c’è Dio: “… è Dio il grande unificatore. Io ho una luce tutta particolare, che mi fa vedere che l’unità del nostro cuore è opera di quel grande unificatore. E dunque io desidero ormai, non soltanto amare, ma prediligere e onorare questa santa unità, in quanto santa”.
            Francesco parla di una mutua appartenenza. Sono una cosa sola. E’ molto forte questa espressione. Essi sono uniti dalla carità, da una vera ami-cizia cristiana, che porta ad un’intensa comunione dei beni spirituali e superamento del ‘mio’ e del ‘tuo’. Al punto di avere le medesime ispirazioni. Cito ancora una lettera di Francesco: “ … nostro Signore non vi comunica mai qualche forte ispirazione sulla purezza e perfezione del vostro cuore, senza trasmettere anche a me lo stesso proposito, per farci sapere che ad un solo cuore basta un’unica ispirazione di una sola cosa. Così, grazie a questa identità di ispirazione, possiamo comprendere che la sovrana provvidenza vuole che noi siamo un’anima sola, per realizzare una sola opera e per la purezza della nostra perfezione. Quindi, ognuno dei due si sente là dov’è l’altro, pur se in luoghi diversi”.
            In un’altra lettera scrive: “… il fatto di trovarci nello stesso luogo o in due posti diversi, non può modificare più niente, credo, del nostro spirito, dal momento che la nostra dolcissima unità sussiste ovunque, grazie a Colui che l’ha prodotta”. Anche la comunione eucaristica, pur nella lonta-nanza, è percepita come fosse ricevuta insieme, perché c’è questa unità: un’anima sola, un cuore solo.
            La lettura anche di un solo brano consente di intravedere l’itine-rario di santità perseguito in unità. Cito: “Le anime che Dio ha reso una cosa sola, sono inseparabili. Chi può separare, infatti, quello che Dio ha unito? Dal momento che Dio è l’unità del nostro cuore, chi ce ne separerà mai? Né la morte, né la vita, né le cose presenti, né le future, potranno mai separarci, né dividere la nostra unità. Andiamo, dunque, figlia mia cara, con un solo cuore dove Dio ci chiama. Infatti, la diversità delle strade non determina in noi nessuna differenza. Perché è verso un unico traguardo e per una sola ragione che noi andiamo”.
            Questo è bello perché fa vedere come in questo cammino comunita-rio, c’è fra i due unità piena, totale, nella santità e nella missione. Sono uniti in modo fortissimo come un’anima sola. E’ una luce anche per noi, che viviamo in comunità per tendere alla santità insieme: l’amicizia spirituale fra noi può essere un grande aiuto.
            La Chantal ha conservato le lettere di san Francesco, mentre ha distrutto le sue a lui. Il fitto carteggio testimonia il profondissimo rapporto affettivo e spirituale che si è intessuto e consolidato per 18 anni, fino alla morte di Sales. Forse è Chantal la Filotea a cui Francesco si rivolge nell’iti-nerario alla vita devota. Ed è certamente ispirato alla sua esperienza mistica il “Trattato sull’amor di Dio”. Veramente il ‘cammino a due’ ha fruttato due grandissime santità, oltre a opere di alta letteratura spirituale, senza tuttavia circoscrivere la santità ai due. Oltre ad essere fonte di sapienza per tutta la chiesa, ha aperto la via ad un nuovo cammino di santità, seguito da migliaia di Suore della Visitazione. Non ultima santa Margherita Maria Alacoque.
            Finora abbiamo parlato del patto personale che ciascuno di noi fa con Dio e Dio con noi. Abbiamo visto anche il patto che nasce da un’amici-zia spirituale, che ci lega fortemente nel cammino della santità, un cammino fruttuoso nella sapienza, per noi stessi, per la chiesa, ma anche nelle opere. Stiamo esplorando le fonti della nostra unità, i legami spirituali che abbia-mo. E’ importante riconoscere e rafforzare questi legami spirituali: quello personale, il mio sì a Dio è importante per tutta la comunità. Tutta la comunità dipende da come vivo il patto personale con Dio e l’amicizia spirituale, nella santità, per la santità, come dono di santità.

*          Il patto tra persone all’origine di una comunità carismatica In questo terzo momento guardiamo al patto tra persone da cui nasce una comunità carismatica. E’ il patto fondativo di un’Opera nuova nella chiesa. Alle origini delle comunità carismatiche vi è spesso un altro tipo di legame, che coinvolge i primi membri o un gruppo di loro. Esso non riguarda diret-tamente la santificazione personale, quanto piuttosto la fondazione della comunità e la realizzazione della sua missione. Anche se, come nel caso di Sales e di Chantal, i due tipi di esperienze possono coincidere. Se c’è una esperienza forte, spirituale fra loro, è probabile che nascerà qualcosa. L’ami-cizia spirituale porta alla santità e porta alle opere. Proviamo a scoprire quei momenti in cui, negli ordini religiosi, furono stipulati patti come base di una missione nuova, di un’opera nuova di chiesa.
            Cominciamo con la Compagnia di Gesù: i Gesuiti. Il cammino di fondazione della Compagnia di Gesù è segnato da un crescente rapporto di carità e di unità tra i futuri membri, tra i primi membri. Premessa e condi-zione per il discernimento di quello che Dio vuole da quel gruppo di stu-denti a Parigi.
            Essi si lasciano guidare da Dio verso un’inedita esperienza carisma-tica, mediante una serie di voti, che esprimono l’impegno personale e pon-gono atto e sostegno alla medesima determinazione. Si tratta qui del voto di Montmartre a Parigi. Successivamente la scelta del nome a Vicenza e a Roma la decisione di fondare la Compagnia, infine la professione solenne che conclude l’itinerario. Sono questi i vari patti nella fondazione della compagnia.
            Il voto del 15 agosto 1534, a Montmartre, pronunciato in un conte-sto eucaristico, è frutto di un’intensa vita di comunione e insieme la sug-gella e la approfondisce, al punto che si può affermare che la compagnia nasce sulla base di questo amore reciproco e dalla conseguente unità fra i membri. C’è una bella annotazione: ricordando la convivenza con Ignazio di Loyola, al collegio di santa Barbara a Parigi, Pietro Favre, uno dei primi compagni, annota: “Vivevamo sempre insieme, ripartendo la camera, la mensa, la borsa. Così fu che divenimmo una cosa sola, nel desiderio, nella volontà e nel fermo proposito di scegliere la vita che ora teniamo tutti noi, i quali facciamo e faremo parte di questa Compagnia, di cui io non sono degno. Così, in tale familiarità, passammo insieme quasi quattro anni e mantenevamo lo stesso atteggiamento d’animo pure con gli altri”.
            Poi, parlando del 15 agosto, il giorno del patto e delle celebrazioni dei suoi anniversari, che fanno ogni anno, mette in risalto la profonda unità che tutti li legava. Cito: “Avevamo la medesima determinazione. Nell’anni-versario, i due anni seguenti, ritornammo tutti in quel luogo, con lo stesso proposito, per confermare la determinazione presa. E ci trovammo ogni vol-ta ad averne un grande accrescimento di spirito”.
            Un’altra determinante decisione, presa insieme a Roma nel 1539, è quella di unirsi strettamente in un solo corpo, nella constatazione che Dio stesso ha già operato tra loro l’unità. Scrive Ignazio: “Il Signore ha voluto adunare e unire insieme noi”. Poi, nelle deliberazioni redatte da Ignazio in quel periodo, leggiamo:  “Non dobbiamo spezzare questa unione e comunità voluta da Dio. Dobbiamo anzi mantenerla salda e rafforzarla, stringendoci in un solo corpo, attenti e premurosi gli uni verso gli altri, in vista del bene maggiore delle anime”.
            Questo forte richiamo da parte di Ignazio ad essere un corpo solo, forte nel legame fra di loro, nell’unità, con la determinazione medesima… era per loro la forza, che ha fatto dei gesuiti quell’ordine religioso che è, che ha portato nel mondo così tanti frutti. Frutto di questi voti, impegni e comune discernimento, fu non soltanto la nascita della compagnia, ma an-che la convinzione che essa sarebbe stata normata dalla carità. Come scrive Ignazio nella premessa del proemio alle costituzioni: “L’aiuto più efficace per raggiungere questo fine proviene, più che da ogni altra costituzione esterna, dall’intima legge della carità e dell’amore, che lo Spirito santo scri-ve ed imprime nei cuori. La compagnia, infatti, non può conservarsi, né reggersi e neppure perciò raggiungere il fine al quale tende, a maggior gloria di Dio, se i suoi membri non stanno uniti tra di loro e con il proprio capo”. E’ forte questo senso di essere un corpo solo, unito nell’unica deter-minazione, con convinzione, del progetto di Dio su di loro e con questi vari momenti di voti, di promesse, di patti stipulati insieme.
            Un altro esempio sono le Suore del Bambino Gesù. All’origine della fondazione delle Suore del Bambino Gesù, 1666, troviamo una risolu-zione, stipulata fra alcune giovani, che dopo 4 anni di servizio educativo presso i bambini e i giovani della città e circondario di Rouen, sperimen-tano, nonostante gli ostacoli e le reazioni avverse della mentalità del tempo, una nuova forma di vita comune,  come risposta alle sfide del tempo.
            I legami, che uniscono il piccolo gruppo, si fortificano gradualmen-te. Pregano e lavorano insieme e si scambiano idee e progetti. Padre Nicola Barré, il padre minimo che ha iniziato con loro la nuova esperienza educa-tiva, preso dallo Spirito, propone loro di vivere in comune. Il sì delle giovani donne è senza ripensamento, fondato sull’esperienza dei 4 anni passati insieme. Narra la prima suora, Margherita Lestoque: “noi rispondemmo di grandissimo cuore: sì, lo vogliamo e ci abbandoniamo alla Divina Provvi-denza con totale disinteresse. Detto fatto, entrammo in comunità”.
            L’impegno reciproco è codificato negli statuti e regolamenti. Cito: “Vivranno in comunità, senza emettere voti, risolute a rimanere in unione di spirito, di cuore e di missione, con tutti i membri delle scuole di carità… l’unione è continuamente rinnovata e alimentata nell’eucaristia. La carità è la pienezza, è il culmine della perfezione cristiana. E’ la sorgente di tutte le benedizioni della congregazione. È il vincolo indissolubile di coloro che la compongono. Per tale motivo la comunione del giovedì verrà fatta per do-mandarne la durata e la crescita – in quel tempo la comunione si faceva una volta la settimana – si legge ancora: … si ameranno e si rispetteranno reciprocamente come sorelle e si esamineranno su questo punto di unione vicendevole, durante l’esame di coscienza della sera e del mattino”.
            Le relazioni reciproche, suggellate dalla risoluzione iniziale, hanno assicurato all’istituto più di 200 anni di permanenza e di vita di carità, senza la necessità di una speciale consacrazione. Fino al 1866, anno nel quale le suore saranno riconosciute ufficialmente come congregazione e inizieranno ad emettere i voti.

*          Patti fondativi di congregazioni e ordini religiosi -  Inizia-mo con l’accordo e l’unanimità alle origini degli Oblati di Maria Imma-colata. Tra il 1815 e 1816, nascono i missionari di Provenza, un piccolo gruppo di sacerdoti che, nell’arco di una decina di anni, diventeranno i Missionari Oblati di Maria Immacolata. Dal carteggio di quelli che formeranno la prima comunità, emerge la chiara volontà di una unanimità di intenti. Scrive il fondatore sant’Eugenio di Mazenod: “Un’unanimità perfetta, un’intesa nella quale ci aiuteremo a vicenda con il consiglio e con le ispirazioni che Dio ci manderà per la comune santificazione”.
            Il punto di partenza è un’ispirazione che veniva dal Signore, come si esprime il fondatore, che egli comunica ai compagni, così che cuore e mente di ognuno siano uniti attorno ad un ideale di vita, che si concretizza in una comunità di persone destinate a vivere unite, nella gioia e nell’amore reciproco. Cito: “Sento che in questa società vivremo felici, perché avremo un cuor solo e un’anima sola”. L’accordo, cioè l’aver un cuor solo, e l’una-nimità, cioè l’avere un’anima sola, in un primo momento non è assicurato dal vincolo giuridico dei voti, ma da rapporti di reciproco amore. Cito: “Nella nostra congregazione ci faremo santi, liberi dai voti, ma uniti con i vincoli della carità più tenera”.
            In un secondo momento, dal 1818 in poi, per rendere stabile e dura-turo l’accordo, il fondatore scrive e riscrive una regola, nella quale, diversa-mente da quanto si era proposto agli inizi, introduce il legame dei voti, frutto di un’esperienza di comunione tra lui e il suo primo compagno. A meno di tre mesi dagli inizi della comunità, i due avvertono il bisogno di un legame più stretto, espresso da un voto di obbedienza reciproca, nella spe-ranza di coinvolgere gli altri membri del gruppo nella medesima esperienza.
            Narra sant’Eugenio: “Io e padre Tempier, mettendoci tutte e due ai piedi del tabernacolo, facemmo i nostri voti di obbedienza reciproca in una indicibile gioia e pregammo questo divino Maestro, se era sua volontà, di benedire la nostra Opera, di condurre i nostri compagni, presenti e quelli che in avvenire si sarebbero uniti a noi, a comprendere il valore di questa oblazione di se stessi fatta a Dio. I nostri desideri furono esauditi”.
            Il motivo dell’obbedienza reciproca e dell’oblazione formulata quel-la notte, non esprimeva soltanto un desiderio personale di santificazione, ma la volontà di coinvolgere l’intero gruppo in un nuovo progetto di consacrazione. Asserisce il primo successore di sant’Eugenio: “Possiamo considerare questo atto come il primo passo verso la vita religiosa di tutto il gruppo, e quindi della nascita di una nuova famiglia religiosa”.
            Padre Fabio, come ultima esperienza mette in rilievo quella dei fondatori della congregazione delle Suore Carmelitane Missionarie di santa Teresa del Bambino Gesù. E’ l’esperienza di fondazione tra la Bea-ta Maria Crocifissa Curcio e padre Lorenzo Van den Eerenbeemt. Il diario di lei mostra quanto fosse profonda e radicata l’unione di azione e di intenti fra i due. Di particolare interesse la pagina del martedì 27 ottobre 1925, agli inizi della nuova esperienza. Scrive la beata Maria Crocifissa: “Mentre il padre si comunicava, sentii unirmi a lui intimamente nel cuore di Gesù. E’ proprio l’Autore del puro Amore che così ci ha unito per il bene della na-scente famiglia. E quasi sempre, in questo giorno, sento accrescermi questa vicendevole carità. Così intimamente uniti nell’ostia candida, compresi, in quel momento di amore e di luce, i grandi disegni che la divina bontà ha disposto del padre. La sera, dopo aver recitato il santo rosario, mentre Gesù dal suo ciborio benediceva i suoi figli, sentii una voce dolce, che mi fece uscire dai sensi: assicura il padre tuo che è volontà mia l’istituzione mis-sionaria delle donne e degli uomini. Non sono certo parole causate da imma-ginazione, ma un momento che assolutamente non pensavo, né pregavo per questo. Anzi, ero un po’ distratta. Quando Dio Padre lascia all’anima la sicurezza della sua divina voce: tranquillità e grande raccoglimento e tanti altri beni immensi che possono facilmente capire coloro che gustano tali favori”.
            La pregnanza di questo testo – dice padre Fabio – consente di co-gliere diversi aspetti dell’esperienza vissuta quel giorno. Ne evidenzio sche-maticamente i principali:
°          Come quella di Ignazio e i primi compagni, come quella di Eugenio di Mazenod, l’esperienza avviene in un contesto eucaristico: durante la comunione e successivamente nell’adorazione, quale prolungamento della celebrazione eucaristica.
°          L’oggetto dell’esperienza è la percezione di una profonda e crescente unità tra i due, non cercata ma subita, frutto dell’iniziativa divina. Presen-ta quindi un carattere mistico, con forte valenza cristologica. E’ un’unità operata da Cristo e in Cristo.
°          Il frutto di quest’operazione da parte di Dio, cioè l’unità fra i due, non è limitata a loro stessi, ma finalizzata a un’unità più ampia: per il bene della nascente famiglia. La conferma di questa intenzionalità avviene la se-ra, quando la madre percepisce la voce che assicura sulla volontà di Dio: di un’istituzione missionaria.
°          Non si tratta soltanto di un’esperienza di amore unitivo, ma anche di luce, nella quale si manifestano i disegni sulla fondazione e sulle persone ad essa preposte.
            Dai brevi accenni a queste 4 esperienze, si può desumere che, all’ini-zio delle comunità carismatiche, è presente un accordo (un cuore solo), un consenso (il medesimo sentire), un voto, una medesima determinazione, una risoluzione, un’alleanza… tra persone che si prefiggono di vivere e di ope-rare secondo un particolare stile di vita.
            Benché differenti possono essere le prospettive apostoliche, gli inizi sono segnati da un comune desiderio di amore reciproco e di unità. La natura teologale è garantita, da una parte dal dono dell’unità, spesso espresso dall’eucaristia e dall’altra dall’impegno a vivere nell’amore recipro-co, legge fondante di ogni comunità cristiana. Vengono in rilievo soprat-tutto le relazioni primarie, l’intesa immediata, al punto che i rapporti perso-nali sono più importanti dei mezzi, fossero anche i voti, per raggiungere il fine che il gruppo si propone.
            In un secondo momento subentra la regola: un insieme di norme, che disciplinano i rapporti e le strategie per il raggiungimento del fine, ga-rantendone la durata nel tempo e la diffusione nello spazio. Poiché la regola traduce in norme l’esperienza fondante, in essa viene  costantemente richia-mato il primato dell’amore reciproco su ogni altra ulteriore norma.
            E’ bella questa sottolineatura: ci sono le norme, gli statuti, però è importante ricordare questa esperienza fondativa dell’accordo, del consenso, della risoluzione, della determinazione comune di seguire Dio, di essere disponibili a tutto ciò che lui vuole, di vivere fra loro sempre l’amore reci-proco, l’unità, come base. Poi viene il resto: le norme, i voti… è una realtà da riscoprire da parte di tutti noi.
            A questo punto padre Fabio passa a una considerazione sul patto fondativo anche nel Movimento dei Focolari. Anche in questo caso c’è l’esperienza personale, l’esperienza cristica e alla mensa eucaristica, che lascia l’iniziativa a Gesù Eucaristia. La misura è Gesù Abbandonato: essere il nulla l’uno davanti all’altro. E conclude: la consapevolezza e la realtà che il patto non è rivolto a due perché siano uno, ma a tutti perché siano uno, consente la domanda: se sia possibile un rapporto tra questo patto e gli altri analoghi patti, che sono all’inizio di differenti istituzioni carismatiche.
            Quando Chiara ha fatto il patto con Foco, l’apertura era: che tutti siano uno. È il ‘tutti’ di cui parla Gesù: tutti i cristiani e l’umanità intera. C’è un’apertura universale, originata dal patto operato fra lei e Foco nel-l’eucaristia. Un patto, dunque, che coinvolge anche altre realtà.
            Si apre un tema vasto. Ogni gruppo carismatico trova la sua ori-gine nel momento in cui Gesù dona il suo Spirito, coincidente con il mo-mento nel quale sigilla il patto d’amore tra cielo e terra. Quindi, il patto originario, nuovo, è quello di Gesù che dà la sua vita quando muore sulla croce. E’ Lui il patto realizzato tra Dio e l’umanità. Gesù, morendo, dà lo Spirito Santo che ci fonde in uno. E’ questa l’origine di tutto il dinamismo di patto nella chiesa. Dentro quel patto ci troviamo tutti: quelli che fanno un patto personale con Dio, un patto fra amici, un patto come congre-gazione.
            A questo proposito Chiara dice: “gli ordini e le spiritualità si mantengono se vanno alla fonte donde hanno vita: Dio, il vangelo, Gesù nell’espressione più completa di sé… Ora Gesù è proprio Gesù, cioè il Sal-vatore e Redentore, quando redime… e redime nell’attimo dell’abbandono”. La nascita di una famiglia carismatica, con l’atto redentivo, con l’effusione dello Spirito, con il patto della nuova alleanza di Gesù nel momento culmine del suo abbandono, è espressa sempre di più nei patti, fatti da di-versi fondatori, in diverse congregazioni.
            Per riscoprire il nostro patto è importante per noi rivedere sempre, rivivere il patto, il nostro accordo, il nostro consenso, le origini della nostra storia, alla luce di quel patto originario dove c’è l’amore spiegato: Gesù sul-la croce, Gesù abbandonato. Nell’amore spiegato pienamente, noi troviamo la spiegazione del nostro patto: cos’è e come viverlo.
            Quando il gruppo carismatico delle origini si sviluppa, si diffonde nello spazio geografico e nel tempo, avverte il bisogno di un insieme di norme, capaci di assicurare il legame tra persone che ormai non vivono più insieme, non hanno più un rapporto di tipo primario. Senza una struttura, il gruppo rimarrebbe una piccola entità locale senza futuro. Una regola pre-cisa è necessaria, perché la comunità primitiva, dilatandosi, mantenga la propria identità. E’ evidente l’utilità e la necessità di un simile legame istituzionale.
            Tuttavia, il rischio è quello di dimenticare che il principale legame, prima della regola, è l’accordo tra le persone, che ha segnato gli inizi e che va mantenuto, in continuità e sull’esempio di quello iniziale. Di qui la necessità di tornare a quel patto, a quell’accordo, a quella determinazione, che è all’origine di ogni storia carismatica, di innestarsi di nuovo nell’accor-do vissuto dai membri della prima comunità. Oggi potrà avere una com-prensione maggiore, grazie all’accresciuta consapevolezza ecclesiale della spiritualità di comunione.
            Ora tocca a voi, perché voi siete le portatrici di questa esperienza, che forse è da riscoprire, rivisitare, alla luce delle origini e, oggi, alla luce della chiesa nella spiritualità di comunione. Si tratta di rileggere il vostro accordo iniziale nel quale siete entrate tutte, con l’ingresso  nella vostra famiglia religiosa. Dal di dentro dovete guardare alla vostra storia delle origini, non solo come ricordo storico, ma come patto sempre originante di nuovo. E’ importante leggerlo e rileggerlo nell’oggi della chiesa, nella spiri-tualità di comunione.

Alcuni strumenti per creare unità tra noi …
                                                                                
            Desidero presentare cinque strumenti come esercizi spirituali nella vita della spiritualità di comunione. Ogni famiglia religiosa ha le proprie pratiche di pietà, sempre valide. Suggerisco altre pratiche di pietà nuove per costruire e vivere fra di noi la spiritualità di comunione.

*          Rinnovare il patto di unità tra noi – E’ importante scoprire e capire i momenti in cui possiamo rinnovare il patto tra di noi. Possono essere momenti solenni o meno solenni. Vi riporto la nostra esperienza. Durante il ritiro mensile qualche volta, a conclusione, rinnoviamo il patto. Semplicemente ci dichiariamo l’amore reciproco, l’impegno di vivere questo amore fra noi “ante omnia”, prima di ogni altra cosa. Ci fa bene il rinno-vare questo patto, perché è facile per tutti perdersi nell’apostolato. E’ impor-tante ogni tanto ricordarci quello che vogliamo vivere come base di tutto.
            Alcuni, nel movimento, rinnoviamo il patto ogni giorno dopo la comunione. Lo facciamo privatamente nel cuore, oppure in qualche posto lo rinnoviamo insieme esplicitamente con una preghiera a Gesù eucaristia: “Noi, singolarmente e tutti insieme, ti promettiamo anzitutto di essere tra noi la realizzazione del tuo comandamento nuovo. Di amarci come tu ci hai amato, fino all’abbandono del Padre, affinché poi si attualizzi il tuo disegno sul movimento, per tutti noi, fondendoci in uno con la tua carità. Fatti, in questo modo, un’anima sola, consacra Tu quest’anima alla Vergine tua Madre, affinché ella possa spiritualmente essere presente in essa. E donaci, così, per il continuo amore reciproco, per il quotidiano nutrimento di Te e per la nostra totale donazione a Maria, la grazia che tu stesso nasca e rinasca in noi e fra noi. E che non più noi lavoriamo, ma Tu in noi”. Questo è un patto che diversi di noi facciamo ogni giorno alla messa. Comunque ci sono diversi modi di farlo e di  rinnovarlo. Per esempio, all’inizio di un in-contro, fare un momento di silenzio e ricordarci insieme del patto fonda-mentale delle origini della nostra famiglia religiosa.
*          La comunione di esperienze dalla vita – Questa pratica è molto, molto importante. Dico la verità: è un punto su cui dovrei miglio-rarmi tanto. Desidero sottolineare che si tratta di esperienze di vita, di vangelo vissuto, del vangelo che ci ha vissuto. Chiara dice una cosa bella:  noi dobbiamo sì vivere la Parola, però dobbiamo anche lasciarci vivere dalla Parola. E’ la Parola che ci vive. E’ molto bello questo. E’ già importante vi-vere la Parola, ma ancor più importante lasciare che la Parola ci viva. Noi siamo niente, allora sul nostro niente la Parola in noi può vivere, può operare, può lavorare.
            E’ importante ritrovarci spesso a raccontare esperienze dalla vita, per esempio una volta alla settimana. Come si fa? Qualcuno ha chiesto a Chiara come avviene lo scambio delle esperienze. Chiara parla di tre “F”: frase, fatto, frutto. Si parte da una frase della Scrittura. Tu riporti qualche fatto concreto, vissuto, e il frutto. E’ fondamentale la vita concreta di ogni giorno: quello che viviamo in noi, quello che viviamo con gli altri attorno a noi. E’ la vita che viene raccontata. E’ attraverso la vita, vissuta nel van-gelo, che la Parola ci porta avanti, ci apre la strada. La comunione delle esperienze è fatta per il bene comune, non per orgoglio personale, per appa-rire, per fare bella figura. E’ per la mutua edificazione.
            Chiara dice una Parola che per me è sempre misteriosa: “Due cose sono tenute segrete: il dolore e l’amore. La luce va data”. Chiara ha cercato anche di spiegare questo: in un’esperienza non è che racconti tutto il dolore, tutta la tragedia della situazione, tutto il peso che hai portato. D’altra parte non è che metti in gran luce quanto hai amato. Tu racconti l’esperienza, anche quello che hai vissuto di luce e di sofferenza, però è piuttosto la luce che vuoi dare, la luce che hai accolto in quell’esperienza: è questa che va data.
            Qualcuno ha chiesto a Chiara: allora non devi dire mai niente del tuo dolore? Certo il dolore ogni tanto bisogna raccontarlo, condividerlo con altri. Però non tanto per appoggiarsi, ma per amare! Quest’anno, noi del movimento, abbiamo come tema “La Parola di vita”. E’ un anno molto bello e interessante. Abbiamo preso l’impegno di riscoprire la Parola, l’impor-tanza della Parola. Perché tutto è nato dalla riscoperta della Parola.
            Lo scambio delle esperienze, da noi ripreso, ci fa vedere quanto abbiamo dimenticato questa pratica, a partire da esperienze piccole, magari banali, ma reali. Certamente la Lectio Divina è bellissima. L’unica riserva è che fra noi dobbiamo stare attenti a non fare uno scambio di idee o di intuizioni o di luci che abbiamo avuto dalla speculazione. Deve essere vita. Quando ci comunichiamo, è importante che raccontiamo la vita: ho vissuto questa situazione… ho capito così… ho reagito così… per es. non ero in pieno accordo con qualcuno, c’era tensione fra noi… ho cercato di sorridere di più… ho notato, dopo qualche giorno, che qualcosa è migliorato… Espe-rienze concrete, dalla vita!

*          La comunione d’anima – E’ un altro strumento prezioso per l’unità. E’ altra cosa rispetto allo scambio di esperienze. La comunione d’anima è un momento di scambio in cui tu racconti qualcosa che ti ha aiutato a crescere nella via della santità, nella via dell’amore. Può essere qualcosa che hai letto in un bel libro spirituale, qualcosa che qualcuno ti ha detto, che ti è rimasto nell’anima e che ti ha fatto impressione, ti ha fatto progredire un po’.
            Per esempio, ieri la sorella ci ha raccontato l’esperienza della luce ricevuta da quella donna: “siamo nelle mani di Dio”… ecco: ti rimane dentro, ti aiuta, ti fa crescere. Questa è comunione d’anima. Tu racconti quello che hai accolto dalla vita, dall’esperienza, da un libro, da un ritiro, da una conferenza, da qualcosa che qualcuno ha detto, da un discorso del Papa, da una frase che ti ha toccato. Questa è comunione d’anima. In parte vengo a rispondere anche alla domanda posta dalla sorella durante il dialogo. Raccontando così, ti rendi conto di una luce che hai avuto e che ti ha fatto crescere. E lo metti in comune, così gli altri crescono insieme. Quella luce che uno ha, può essere di vantaggio per tutti. Anni fa Paolo VI ha detto che viviamo in un’epoca di grande velocità: abbiamo i voli, abbiamo i digitali, basta fare clic…  e l’e-mail arriva dall’altra parte del mondo. E’ un mondo che va molto veloce. Perciò anche noi, nella vita spirituale, abbiamo bisogno di un aiuto in più per andare più veloci.
            Fare il cammino spirituale personale, sì, è bellissimo, però poterlo fare insieme ci aiuta a farlo più velocemente. Se faccio ritiri, leggo libri, scopro qualcosa dalla vita, è bene, progredisco. Ma se poi lo condivido insieme con gli altri e gli altri mi comunicano quello che hanno scoperto, la loro diventa la mia esperienza. Chiaramente vado avanti più veloce. Insie-me, insieme, è questa la comunione d’anima. Non la si fa ogni giorno, anche se ogni giorno si può fare qualche scambio bello. Nella giornata di ritiro, per esempio, possiamo prenderci un momento per raccontarci quello che abbia-mo scoperto, vissuto, visto. Certo non come teoria, ma come cose che ti han-no dato vita, che sono rimaste in te come sapienza. E’ quella sapienza che poi condividi con altri.
            In questo senso tu racconti anche di qualche prova che hai avuto, senza entrare in grandi dettagli, perché ci sono altri momenti per questo. Però, se c’è stata una prova e tu l’hai superata e hai colto qualche luce di come superare la prova, questa luce va data agli altri, aiuta gli altri. Per esempio: ho avuto questa piccola tentazione, questa piccola prova, però ho visto che facendo così… così… potevo superarla. E’ un aiuto per gli altri. Nella mia esperienza ho imparato tanto dagli altri. Ci sono persone che di-cono alcune cose che poi vengono in luce per te. Forse neppure capisci che ti trovi in quel momento. Ma quando l’altro lo esprime, quasi esprime quello che vivi tu, ti dà luce. L’altro ti aiuta ad esprimerti. Questo è il paradosso: dando la luce ricevo una mano in più, c’è la comunione d’anima.
            Questa si fa ogni tanto, con prudenza, con delicatezza. Però va fatta. Mi pare che sant’Ignazio dice: c’è un trucco del diavolo che cerca di tentarti… ti fa pensare di non dover raccontare questo: vedrai… penseran-no che sei brava e questo diventerà per te motivo d’orgoglio. In questo senso il diavolo ti disorienta per non raccontare la cosa. No, la luce va data. Le ispirazioni avute vanno date, senza paura, per il bene comune, per amore, per l’edificazione vicendevole. Facendo così vedi anche che stai crescendo, che c’è un cammino e dici a te stessa: sì, ho avuto questa luce da Dio!
            Qualche volta si vive anche qualche momento di aiuto per gli altri. Può essere che tu racconti di una tentazione, di una prova, e l’altro ti aiuta. Ma questo è piuttosto riservato al colloquio personale, di cui parlerò dopo.

*          La correzione fraterna – Ne abbiamo già parlato. L’unica cosa che vorrei chiarire è che, di solito, almeno nella nostra esperienza, quando ci troviamo quattro o cinque per la correzione fraterna, fra noi uno funge da perno del gruppo, per assicurare che tutto proceda bene, se c’è qualcosa che non è del tutto chiaro. E’ lui che chiede all’interessato: è tutto chiaro per te quello che dice l’altro? O forse ha esagerato un po’? E’ lui che assicura che rimanga sempre l’unità nel fare la correzione fraterna. E’ una pratica che ci aiuta molto a capire come cresciamo nella vita spirituale.

*          Il colloquio personale – Il quinto strumento è il colloquio privato. Anche questo è fondamentale. Chiara diceva spesso: per me il Movimento è nato da colloqui privati. E’ spesso nel parlare a tu per tu con una persona, in un clima di unità, che riesci a chiarirti tante cose. Noi di solito facciamo il colloquio con chi è responsabile del nostro gruppo, con chi ha più anni nella vita di unità, con chi ha più esperienza.
            Il colloquio personale potrebbe avvenire con una persona di fiducia, ad esempio il padre spirituale, con una responsabile della comunità… Qual-che volta forse non ti senti di aprirti con la responsabile. C’è sempre qualcun’altra che stimi per saggezza e sapienza. E’ raccomandabile fare questo colloquio, vivere questo momento di scambio personale, intimo, specialmente se stai attraversando una prova particolare o un momento di difficoltà. E’ veramente utile praticarlo. Nel colloquio personale è positivo vedere insieme, parlare insieme, senza esitazione o senza riserva. Perché ci vuole apertura, onestà e anche semplicità, per non farlo diventare troppo complesso. Raccontare semplicemente quello che vivo e vedere che cosa vie-ne fuori dal colloquio. Questo non deve essere lungo. Può avvenire che chi ascolta, se ascolta bene – questo è sempre importante – potrebbe essere per te un momento di luce. Parlo del colloquio normale, che si fa di solito con chi vive la medesima spiritualità comunitaria, dove c’è l’unità garantita, dove tu sai che l’altro vuole il tuo bene. Dove c’è questo patto vissuto tra di noi, sì, allora il colloquio è possibile.
            Per prove particolari bisogna invece andare da uno specialista, da un sacerdote, da un padre spirituale, da una sorella spirituale. Qualche volta ci vogliono anche aiuti particolari che riceviamo fuori dalla comunità, per esempio dallo psicologo… Questa è un’altra cosa. Qui parliamo della vita normale, in cui, nel colloquio, c’è l’altro che ti aiuta a capire e ti dà le necessarie conferme: sì, va bene, va avanti così… Questo di dà anche l’assi-curazione che stai facendo un cammino. Da solo non puoi farcela, l’altro ti aiuta a sentire la voce di Gesù, la voce del Signore.
            Ecco questi sono gli strumenti: il patto, la comunione delle esperienze concrete, la comunione d’anima, che viene dall’anima e che aiuta gli altri a crescere, perché ha aiutato prima te a crescere, la correzione fraterna, fatta bene, in clima di amore reciproco e il colloquio personale.

Dialogo per crescere insieme …

°          Fra i nostri strumenti di crescita e di unità, c’è la Parola, che ha un grande potere di unire. Forse abbiamo bisogno di fare questo passo in più: comunicarci il vissuto.
*          Sì, è una conversione. Quest’anno lo vedo per me come una conversione da fare. Perché la Parola è un po’ come il viatico. Tu vai alla comunione con Gesù eucaristia una volta al giorno, ma poi c’è la possibilità di comunicarsi sempre con la Parola. Comunicarci con l’ostia santa dell’eucaristia, ma anche con l’ostia santa della Parola che ti accompagna tutto il giorno e ti nutre. Ti nutre nel pensare, ti nutre nel volere, ti nutre nel parlare. Questa, credo, è la nostra grande opportunità: la Parola da te-nere nella mente e nel cuore tutto il giorno, per scambiarci poi le esperienze come vangelo vissuto.
°          E’ importante saper vedere il bene, il positivo delle sorelle e comu-nicarlo. E’ una crescita per tutte. Gioverebbe alla edificazione vicendevole. E’ positivo mettere anche le sorelle in questo scambio di vita e di crescita, perché ci conosciamo poco.
*          Tocca a ognuno di noi prendere l’iniziativa e non è mai facile. Bisogna tirar fuori qualcosa dalla vita, dall’esperienza, comunicare la luce. Qualche volta ci vogliono certe morti per farlo. So che non è sempre facile. C’è il rischio che la conversazione scivoli nell’umano. Si tratta di riprenderci: è un’arte di amore. Qualche volta si possono raccontare cose leggere, fatterelli, in momenti di relax. Ma ci sono anche tempi specifici per farlo. In genere, dobbiamo imparare a parlare in modo da tenerci nel sopran-naturale.
°          E’ sempre molto difficile arrivare a una correzione fraterna di crescita, di aiuto, di intesa… A volte, invece di aiutare, peggiora la rela-zione. Occorre una grande libertà interiore per non giudicare l’altro o per non presumere di dover cambiare l’altro. E’ meglio pregare per avere il dono del discernimento.
*          In certi momenti è meglio tacere. Occorre trovare il momento giusto per parlare e nell’attimo presente mettere la cosa nelle mani di Dio, aspet-tare il tempo di Dio. Altrimenti passiamo tutto il tempo a correggerci. Tutti abbiamo dei limiti. Se ogni volta che vediamo un limite, lo dobbiamo dire, la vita diventa un incubo. Dobbiamo lasciare che la vita scorra e vada avanti. Ci potrebbe essere il momento opportuno in cui chi è responsabile può dire alla comunità: è così... dobbiamo fare così… è una correzione fraterna comunitaria, in cui la responsabile richiama tutte a qualche passo da fare.
°          Abbiamo sperimentato molte volte come un momento di preghiera o di ascolto della Parola aiuta a creare il clima giusto. Solo allora è possibile che il messaggio passi senza ferire.
*          E’ importante curare sempre un clima di amore reciproco, e avere coraggio, non avere paura di dire le cose. Ma prima assicurarci dell’amore reciproco. Nella nostra comunità in Irlanda, settimane fa abbiamo vissuto un momento di incontro generale fra noi. E’ stato bello. Sono emerse cose anche critiche, in certo senso dure, ma non dette in atteggiamento critico. Erano dette per amore. Non si parla per dire: adesso bisogna fare così… così… no, ma dalla vita… così cerco di vivere… ho scoperto questo… vedo che c’è tensione… bisogna che cresciamo in questa direzione. Se viene dalla vita, anche se devo dire qualcosa che risulta duro per qualcuno, porta  luce.
            Un mio confratello ci ha raccontato la sua esperienza, le sue difficoltà… e lo ha fatto dalla vita. Non ha suscitato alcun senso di critica in noi, perché è una persona che cerca di vivere costantemente l’amore reci-proco. Tutti lo conosciamo così. Per cui le sue parole hanno avuto affetto molto positivo in tutti noi, per la sua onestà, per la sua apertura, per la chiarezza con cui ha sottolineato i punti in cui possiamo migliorare. Però lo ha fatto dalla vita.
            Ci sono alcuni invece che parlano in modo diverso:  bisogna fare così… così… Tutti abbiamo questa tendenza di sapere come fare e di dirlo subito. Questo, non è detto che viene dallo Spirito santo. Lo sappiamo tutti per esperienza che è così. Se però viene dalla vita, distillata dal vangelo, questo è dallo Spirito santo. Questo va detto, anche se non è facile. Io ho ammirato il mio fratello che ci ha comunicato cose che non erano facili da dirsi. Eppure lo ha fatto per il bene di tutti, con amore, dall’amore, dalla vita. E’ dallo Spirito santo e fa crescere tutti. E’ lo Spirito santo che guida la comunità. In questo senso avere coraggio. Ma questo coraggio riesci a trarlo dalla vita personale, dalle cose che hai imparato, dallo Spirito santo, per il bene comune.
            Vorrei sottolineare, come ultimo punto l’importanza della libertà. Si tratta di vedere in che modo facciamo queste cose: in piccoli gruppi, in grandi gruppi … Certamente in un gruppo grande è più difficile lo scambio. D’altra parte se istituzionalizziamo troppo le cose è la fine. Ognuna deve sentirsi libera, ognuna deve voler fare questa esperienza. La libertà è molto importante. E’ sempre un’avventura per tutti noi questo gioco tra libertà e strutture. Ci vogliono anche le strutture, perché non viviamo sulle nuvole, ma viviamo la vita con i piedi per terra. Occorre fissare momenti, strutture, modalità di fare. Però poi ci vuole grande libertà, perché forse non tutti an-cora si sentono di vivere queste esperienze. Inoltre ci sono momenti in cui le persone attraversano prove particolari e non si sentono di dire niente. Biso-gna rispettare tutti. Anche se è necessario superare questi momenti, per esempio attraverso il colloquio personale. Sono cose delicate. Ci vuole tempo e pazienza. Lo dico per esperienza. A volte ci vogliono anni. La libertà è di somma importanza.
                                                                                     
Gesù crocifisso abbandonato:
radice dell’unità …

            Forse queste ultime ore che vivremo insieme potranno servire a qualcuna, come nuova grazia. Qualche volta l’ultima ora è la più difficile, perché si è stanchi, perché si pensa già al dopo.
            Desidero dirvi qualcosa su Gesù crocifisso abbandonato, radice del-l’unità. Parlare di unità senza questa radice profonda, sarebbe un inganno. Il concilio Vaticano II ci invita ad una visione della chiesa come segno e strumento di unità. E’ un invito fortemente missionario. L’unità voluta dalla ecclesiologia di comunione del Vaticano II, è certamente l’unità fra noi, però questa unità fra noi è un trampolino per andare fuori, per scoprire e costruire l’unità dappertutto. Siamo chiamati, sì, ad essere uno fra noi, ma per scoprire e costruire l’unità, la riconciliazione, la fraternità, la pace, dap-pertutto. E questo è possibile partendo sempre dalla radice più profonda, che è Gesù crocifisso.
            In LG 8 si legge: “Come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzio-ne attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, spogliò se stesso, prendendo la natura di un servo e per noi, da ricco che egli era, si fece povero. Così anche la chiesa”. E’ una citazione forte del Vaticano II. Forse è un tema non svi-luppato abbastanza. Però è un tema chiave. Per portare nel mondo la salvez-za - che è interpretata dal concilio come comunione trinitaria - per comuni-carla, per scoprirla nel mondo, dobbiamo seguire la via del Crocifisso, che spogliò se stesso.
            Ogni pienezza di unità che sentiamo, è un dono che deve diventare trampolino per svuotarci, per amare il prossimo fuori di noi, per incontrare il Cristo crocifisso che troviamo dappertutto. Nella sua lettera ai cattolici d’Irlanda, scritta due anni fa, in un momento molto critico e difficile, il Papa dice: “Le stesse ferite di Cristo, trasformate dalle sue sofferenze reden-trici, sono gli strumenti grazie ai quali il potere del male si è infranto e noi rinasciamo alla vita e alla speranza. Credo fermamente nel potere risanatore del suo amore sacrificale, anche nelle situazioni più buie e senza speranza, che porta la liberazione e la promessa di un nuovo inizio”. Chi vuole vivere la spiritualità di comunione e la missione oggi, deve ascoltare l’invito della chiesa a puntare su Gesù Crocifisso e abbandonato, come la fonte e la sor-gente, sempre, sempre nuova da rivivere.
            Con il Crocifisso anche noi possiamo vedere con gli occhi della spe-ranza la situazione attorno a noi. Lo scrittore russo Sergio Bulgakov, molto conosciuto nel mondo della teologia russa, parlando della situazione difficile del mondo di oggi, dice una cosa bella: “Forse questa complessità tormen-tosa nasconde una possibilità religiosa. Forse ad essa è dato un compito par-ticolare per la propria epoca storica, e tutta la nostra problematica, con i suoi presentimenti e presagi, non è che un’ombra gettata da Colui che viene, cioè il Cristo risorto c’è e sta alla riva”. Egli usa l’immagine dell’ombra che arriva prima del suo arrivo. Perciò possiamo leggere anche le ombre che incontriamo in noi, in altri, come l’ombra del Risorto che arriva.
            Diceva don Silvano: non si può correre tutta la vita pensando che qualcuno ci segue, vedendone l’ombra. Basta girarsi e l’ombra svanisce. Nelle situazioni difficili bisogna semplicemente affrontare la cosa e l’ombra comincia a svanire. Possiamo fare questo sempre con Gesù crocifisso.
            I nostri tempi richiedono un salto di fede più profondo in Gesù cro-cifisso e risorto. Se vogliamo guardare la storia oggi, il mondo oggi, abbiamo tutto un mondo di missione davanti. E noi possiamo, con gli occhi del Cro-cifisso, riconoscere quei semi della vita trinitaria che troviamo attorno a noi e scoprire le vie alle quali Dio ci chiama.
            Ancora il Papa, scrivendo ai cattolici d’Irlanda, dice: “Nella nostra società sempre più secolarizzata, in cui anche noi cristiani sovente troviamo difficile parlare della dimensione trascendente della nostra esistenza, abbia-mo bisogno di trovare nuove vie per trasmettere ad altri, specialmente ai giovani, la bellezza e la ricchezza dell’amicizia con Gesù Cristo, nella comu-nione della sua chiesa. Nell’affrontare la presente crisi, vi è bisogno di una nuova visione, per ispirare la generazione presente e quelle future, a far tesoro del dono della nostra comune fede”.
            In questi giorni, nel nostro scambio, abbiamo contemplato un po’ questa visione nuova, che viene già dai vostri fondatori, dalla nostra vita stessa, dalla nostra esperienza condivisa. In tutto il carisma di congregazio-ne, vissuto però in donazione e in comunione con altri carismi, così come in tutta la vostra vita condivisa alla luce del carisma, del vangelo, della vita che già vivete, è già contenuta tanta luce per una nuova visione. Certa-mente, con la grazia di Dio, questa luce verrà fuori anche nel capitolo che celebrerete fra poco.
            Però è sempre il Crocifisso la fonte di questa visione nuova: saper morire-risorgere, perdere-trovare… E’ il volto particolare di Gesù abban-donato, che non ha più sentito Dio… “quello che – come dice Paolo - fu trattato da peccato, diventando lui stesso maledizione per noi, perché noi potessimo diventare, per mezzo di lui giustizia di Dio e perché in Gesù Cristo la benedizione di Abramo passasse alle genti”. E’ per mezzo di Lui che passa la benedizione.
            In questo senso possiamo dire che Gesù crocifisso è il nostro modello per eccellenza, possiamo guardare tutto in Lui. Ma è Lui anche il modello di come rapportarci l’uno con l’altro e verso chi è fuori di noi, verso chi vive attorno a noi, nei vari paesi di missione o anche qui a Vercelli. Egli è model-lo dei nostri rapporti: svuotarci per accogliere il dono che l’altro è per me. Questo è ciò che ha vissuto Gesù sulla croce.
            Chiara Lubich, con un’immagine molto bella, dice: “Gesù abbando-nato è la pupilla dell’occhio di Dio sul mondo, un vuoto infinito, attraverso il quale Dio guarda noi (perché Lui è il Nulla e Dio guarda l’umanità in Gesù abbandonato). La finestra di Dio spalancata sul mondo e la finestra dell’umanità attraverso la quale si vede Dio!”. Quindi Gesù Crocifisso e abbandonato è questo Nulla d’amore, attraverso il quale Dio ci vede e attra-verso il quale noi vediamo Dio, capiamo chi è Dio, nella sua tenerezza, nel suo amore, ma anche nella sua vita trinitaria dinamica.
            In questa ottica troviamo semi, tracce della sua vita dappertutto, con questo occhio suo. Quindi dobbiamo essere noi, in qualche modo, una continuazione del suo occhio: lasciare che Dio veda il mondo in noi, per noi, attraverso noi, e lasciare che altri nel mondo vedano Dio attraverso noi, es-sendo noi il nulla.
            E’ famoso il testo scritto da Chiara in un momento significativo, dopo l’esperienza di grande luce nel luglio ’49. Fu per lei il momento più luminoso della sua vita, un’esperienza durata diversi mesi. Nel settembre ’49, Igino Giordani, grande politico e scrittore l’ha convinta a scendere nel mondo, a ritornare e riprendere la guida del movimento già iniziato.
            Il medico le aveva consigliato di riposarsi. Con alcune compagne è andata in montagna. Qui ha vissuto quell’esperienza particolare di grande luce. Igino Giordani l’ha convinta: bisogna scendere, bisogna entrare nel mondo, in questo Gesù abbandonato, di cui aveva capito molto. Per Chiara era un momento molto drammatico. Lei stessa ha detto di aver pianto nel pensare di dover lasciare quella contemplazione. E’ proprio in quel contesto che ha scritto un testo, che desta meraviglia proprio perché Chiara aveva solo 29 anni e il testo è molto ricco di sapienza: “Ho un solo Sposo sulla terra: Gesù crocifisso abbandonato. Perciò il suo è mio. E suo è il dolore uni-versale e quindi mio. Andrò per il mondo cercandolo in ogni attimo della mia vita. Mio il dolore che mi sfiora nel presente. Mio il dolore delle anime accanto. Mio tutto ciò che non è pace, gaudio, bello, amabile, sereno… in una parola ciò che non è paradiso…”.
            La sua esperienza è, per noi e per tutta la chiesa, quasi una magna charta. Perchè oggi – come dice il Vaticano II - siamo chiamati come chiesa a fare questa rinnovata scelta di seguire Gesù crocifisso e risorto, che è andato fuori dalla città. E’ stato ucciso fuori dalla città, fuori dal campo, fuori dalle mura della città santa – come dice la lettera agli Ebrei.
            Sembra che è l’ora della chiesa, l’ora cioè di costruire sì, molto più fortemente, l’unità dentro di noi, fra di noi, ma per poi uscire a trovare Gesù crocifisso dappertutto. Quindi è un cammino, come lo fu nella vita intima, individuale, di Teresa d’Avila. Lei ha raggiunto delle vette alte, mistiche, di unione con Dio, però da lì è ripartita per fondare i monasteri e tutto quello che ha realizzato.
            Però c’è anche questa dinamica: “Che tutti siano uno affinchè il mondo creda”. Cioè, che tutti siano uno nella spiritualità di comunione, nel carisma, nel patto, nell’accordo mutuo fra noi, uno nella visione dei fonda-tori... però “uno, affinchè il mondo creda”. Occorre uscire – come hanno fatto i fondatori – a cercare Gesù crocifisso e risorto dappertutto. Per poi capire insieme su quale pista seguirlo, su quale cammino, su quale punto...
            In fondo è un’eco di ciò che dice Paolo: “Cristo si è fatto maledizione per noi”. Cioè, per Gesù crocifisso, Dio ha preso dimora in mezzo ai pecca-tori. Si è fatto uno con loro. E proprio così ha effuso lo Spirito santo sul-l’umanità intera, identificandosi con gli altri.
            In Gesù crocifisso noi abbiamo questo occhio di Dio sulle cose e l’oc-chio dell’umanità su Dio. E’ un invito ad avere anche insieme questo occhio di Dio sulle cose. Leggiamo insieme un altro testo di Chiara, che a me piace molto. E’ molto forte: “Egli, fatto peccato, fu fatto Nulla. In Lui il Nulla è tanto unito al Tutto, che ciò che è dell’uno è dell’altro”. E cioè il Nulla di-venne Tutto. Gesù abbandonato è Dio. Gesù peccato è Dio. Gesù nulla è Dio. Gesù inferno è Dio. Dunque, il Padre, e chi sta in seno a Lui, dovun-que vede nulla, vede Gesù abbandonato, vede cioè se stesso, Dio. E quindi, dovunque vede Dio, paradiso. Gesù abbandonato ha distrutto il peccato e la morte e vi mise l’amore e la vita. Gesù abbandonato aveva, infatti, rias-sunto in sè tutta la vanità e la riempì di sè”.
            Ecco, è stato per amore che Gesù si è fatto oscurità per noi. Paolo dice che per questo abbiamo anche noi una solidarietà con gli altri. Cioè, è imitando, vivendo, essendo Gesù crocifisso abbandonato, lasciandolo opera-re in noi, che noi sentiamo la spinta missionaria. Una missione non fine a se stessa, ma missione per seguire Lui. Dice Paolo: “Mi sono fatto uno con ogni essere umano. Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”. E nella lettera ai Romani, considerando il dramma del suo po-polo, che non ha accolto Cristo, Paolo si spinge ancor oltre e dice: “Vorrei, infatti, io stesso essere anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli”.
            Questa è la chiamata della chiesa oggi. E’ la nostra chiamata. E’ la chiamata di ognuno. E’ la chiamata di ogni congregazione come espressione di chiesa. Forse questo è un momento di transizione, un momento di fatica che tutti attraversiamo nella chiesa per aprirci a questa visione. Infatti, per diversi secoli, abbiamo vissuto piuttosto l’immagine di una chiesa come so-cietà perfetta. Una società dove ci sono tutti gli strumenti della salvezza e noi siamo un po’ autosufficienti, perchè abbiamo tutto ciò che ci serve per la vita eterna: sacramenti, sacerdoti, gerarchia, ordini religiosi... Era tutta una realtà un po’ chiusa, come società perfetta.
            Oggi invece la chiesa non si comprende più chiusa in se stessa, ma si autocomprende come comunione, sempre aperta per... E’ questa una di-mensione missionaria. L’unità senza missione non è unità vera. E, vice-versa, la missione senza l’unità non è vera.
            A conclusione, vi invito nuovamente a riscoprire Gesù crocifisso abbandonato come la fonte della nostra missione. Perché Lui ci fa uno, ci fa molti e ci fa andare fuori da noi stessi... per vivere fuori dalle mura del re-cinto sacro – come dice la lettera agli Ebrei – per andare incontro all’u-manità intera, specialmente là dove più vive nell’oscurità, nell’angoscia, nella lontananza da Dio. Per che cosa? Per sprigionare proprio in questo mondo lo Spirito del Risorto!
            Ricordiamoci sempre: che cosa incontriamo quando andiamo fuori dal recinto della chiesa? Incontriamo la Chiesa! Perché – è questa la sor-presa – grazie a Gesù crocifisso abbandonato, in tutto ciò che sa di dolore, di negatività, di oscurità, di separazione da Dio, non si trova semplicemente il vuoto, la notte, il peccato, ma si trova Cristo stesso, il quale – come afferma il Concilio – si è unito, in certo modo, ad ogni essere umano.
            Allora, ovunque il popolo di Dio si rivolge, ovunque noi come con-gregazione ci rivolgiamo, il nostro Sposo abbandonato ci ha già preceduto! Cristo è il Capo del suo Corpo mistico, che, nei Padri greci, ha un’estensio-ne universale. Per i Padri greci, Gesù ha sposato tutta l’umanità, quindi tutta l’umanità è chiesa. Noi latini, invece, abbiamo piuttosto la tendenza a vedere la chiesa visibile nei suoi limiti, nei suoi confini specifici. E’ vero che c’è anche la chiesa visibile, che essa ha anche delle strutture visibili, è vero che possiamo dire: anche questa è la chiesa.
            Però, secondo la luce dei Padri greci, Gesù ha sposato l’umanità. Tutta l’umanità è la sposa di Cristo! Quindi c’è un abbraccio universale del Crocifisso. Egli ha ormai fatto sua ogni realtà umana. Come la sposa del Cantico dei cantici, la chiesa è chiamata perciò a cercarlo e scoprirlo dovun-que. E in questo modo far sì che l’Abbandonato non sia più abbandonato, ma che possa sprigionare il suo Spirito e manifestarsi come Risorto, l’Uomo nuovo, che ricapitola in sè tutta l’umanità e il cosmo intero.
            Sta qui la radice della missione, la chiave di ogni dialogo, la chiave per scoprire, con quelli che stanno vicino a noi, il bene che c’è. Nessuna persona, nessuna situazione umana è estranea a Cristo Sposo dell’umanità. E perciò nessuna persona, nessuna situazione può essere estranea alla chie-sa sposa di Cristo.
            Un altro scritto di Chiara, degli anni ‘40, dice: “Io sento di vivere in me tutte le creature del mondo, tutta la comunione dei santi, realmente. Perchè il mio io è l’umanità, con tutti gli uomini, che furono, sono e saran-no. La sento e la vivo questa realtà. Perchè sento nell’anima mia, sia il gau-dio del cielo, sia l’angoscia dell’umanità, che è tutto un grande Gesù abban-donato. E voglio viverlo tutto questo Gesù abbandonato”.
            Se Gesù è nostro Sposo, se Lui ha abbracciato tutta l’umanità, se noi siamo in Lui, allora ciascuna persona fa parte della mia identità. Perciò c’è in ognuno questo abbraccio universale. E più viviamo in Gesù crocifisso abbandonato, più viene fuori in noi questa universalità: dell’amore, della compassione, della misericordia di Dio. Per questo i grandi santi, come pa-dre Dario, seguivano il Crocifisso così fortemente: tu senti in loro sempre questa grande tenerezza, misericordia, amore univerale.
            In realtà, questo è l’io della chiesa, l’io di coloro che hanno spalanc-ato gli orizzonti della propria anima sulla piena dimensione della chiesa, così com’è nel disegno del Padre. Ed è proprio questo che siamo chiamati og-gi a riconoscere e a vivere di conseguenza.
            Viviamo un momento di transizione della chiesa e, indubbiamente, tutti troviamo difficoltà nel dire Dio oggi. Sappiamo sempre di più che si dice Dio donandolo. Si dona Dio vivendolo. Si vive Dio vivendolo insieme, in comunione. Però vivendolo  insieme in comunione, con la radice, con la chiave di Gesù crocifisso abbandonato, ci spinge sempre di nuovo fuori... a trovarlo dappertutto, a servirlo dappertutto, a farlo sorridere dappertutto. Voglio dire nel senso di far sprigionare lo Spirito santo dappertutto! Quindi l’unità è missione. E la missione è l’unità.



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