Unità per la missione

 “UNITÀ PER LA MISSIONE
P. Hubertus Blaumeiser  -  23 e 24  giugno  2012



Il Capitolo come nuova Annunciazione
                                               e nuova Pentecoste …

            Stiamo vivendo insieme queste due giornate in preparazione al vostro capitolo. Dobbiamo imparare ad essere un corpo nel quale vive il carisma. E’ nella comunione che opera lo Spirito Santo e ci dà di concepire dallo Spirito Santo.
            Ogni capitolo è come una nuova annunciazione del carisma, cioè un concepire questo corpo che voi siete, qui e nel mondo. Un corpo che ancora una volta accoglie nel proprio seno quella Parola, che c’era nel cuore di Dio e che, attraverso i vostri fondatori, padre Dario e madre Eusebia, si è fatto carne in voi, nella vostra famiglia religiosa. E’ questo un momento in cui, abbandonati allo Spirito Santo, questo carisma si può attualizzare.


            Ma c’è un altro momento che voi ricordate e che chiamate: “il nostro Cenacolo”. Sono rimasto molto colpito da quanto avete scritto nel primo incontro precapitolare: “siamo in cenacolo con Maria, Madre della Chiesa, Corpo di Cristo. Come Maria, nel silenzio interiore, meditiamo insieme i misteri racchiusi negli avvenimenti che accadono oggi... Sì, proprio così, svuotate da ogni pensiero, da ogni desiderio, da ogni progetto, dal nostro io più profondo, possiamo accogliere Dio solo e la sua volontà, sempre nuova, imprevedibile…”.
            Queste parole possono riferirsi al momento della Annunciazione, allorché il Verbo si è fatto carne in Maria, ma in altro modo queste parole possiamo riferirle alla Pentecoste, dove il Verbo ancora una volta si fa carne, non in Maria, ma nella Chiesa, nella “Chiesa-Maria”, nella Chiesa riunita con Maria, entrata nell’atteggiamento di Maria.
            Gli apostoli erano diventati come Maria, svuotati da ogni pensiero, da ogni desiderio, da ogni progetto, dal loro io più profondo… Li aveva svuotati la Pasqua, la morte di Gesù in croce, quel dramma, quel crollo… Proprio quel dramma, quel crollo li aveva preparati a una nuova discesa dello Spirito, a diventare capaci del farsi carne di Cristo, non solo in mezzo a loro, ma in loro.
            Mi sembra molto bello che voi vivete con uno spirito così il cammino verso il vostro capitolo generale, per essere ancora germoglio del vostro carisma. In realtà un carisma è sempre una realtà che nasce dal cuore di Dio. Non siamo noi che possediamo il carisma. Solo il carisma può pos-edere noi e ci può muovere. Può farsi carne in noi, come è avvenuto in Maria. Lei non poteva possedere il Verbo che si faceva carne in lei, ma pote-va solo lasciarsi abitare dal Verbo.
            Gli apostoli, i discepoli, le donne, nella Pentecoste, dopo l’esperienza della Pasqua, hanno imparato. Prima ascoltavano Gesù, andavano con Gesù. Lì, invece, hanno incominciato a lasciarsi abitare da Gesù. E non solo personalmente, che è già tanto e bello, ma come comunità. E’ una realtà più piena. Perché non è facile essere, come Maria, tutti abitati da Dio, tutti abitati dallo Spirito, in un impegno personale. Ma è diverso quando questa realtà la viviamo insieme, la condividiamo, quando tra noi circola quello Spirito di Gesù che ciascuno cerca di custodire nel suo cuore, ma che mettiamo anche in circolazione tra noi.
            Speriamo di poter vivere così questi giorni insieme e fare un pezzo di cammino insieme. Io mi avvicino a voi veramente in punta di piedi. Ancora questa mattina pensavo: certo voi aspettate qualcosa da me, e questo mi spaventa, può anche far paura nel timore di Dio. Però sono sicuro che sono qui per essere con voi alla scuola di Gesù. Sono qui anche per ricevere, per imparare da voi. Già queste poche ore vissute con voi mi sembrano così preziose: sono per me un tuffo nell’essenziale. Qui si vede la meraviglia del corpo mistico. Ieri avete meditato sul corpo mistico e lo faremo ancora in questi due giorni. Nel corpo mistico ciascuno dà e ciascuno riceve vera-mente.
            Non solo dà se stesso e riceve l’altro, l’altra, ma dà Dio e riceve Dio dall’altro, dall’altra. Speriamo che possa essere così. E’ l’avventura della comunità cristiana. Se Maria era tutta piena di Spirito Santo, se la chiesa ha la vocazione di essere Maria, anzi Maria dilatata, Maria-Umanità, Maria-Chiesa, allora anche la chiesa è chiamata ad essere piena di Spirito Santo, per  poi traboccarlo sull’umanità (cfr  LG  c. VIII).       
            Desidero portarvi i saluti dei miei fratelli di Roma. Vivono con noi, pregano per noi, in questi due giorni, e poi attendono notizie, come si fa in famiglia, come penso fate anche voi. Siamo qui riuniti non solo con loro, ma con tutte le vostre sorelle sparse nel mondo, che sicuramente vivono e pregano per questo momento.
            Ci riuniamo anche con i vostri fondatori, che non sono morti, sono vivi, sono più vivi di prima, perché adesso sono vivi in Dio. Anche quando erano sulla terra vivevano in Dio, certamente, altrimenti non avrebbero potuto fare quello che hanno fatto. Ci poniamo in ascolto di loro, di quella Parola eterna, che Dio ha fatto prendere carne in loro e che poi si è fatta carne nel corpo, che è la vostra famiglia religiosa.
            Ci riuniamo con sant’Eusebio. Spero di poterlo scoprire di più stando con voi. Egli ci porta la freschezza della chiesa delle origini, del tempo delle persecuzioni, allorché c’era una grande genuinità, proprio per-ché c’erano tante difficoltà.
            Oggi riviviamo ancora un tempo così. In questi giorni sentiamo le notizie dalla Nigeria e da altri paesi… ci sono tante esperienze di persecuzione della chiesa, oggi. Guardandole con l’occhio umano, possono essere una difficoltà, una realtà contro cui difendersi. Guardandole con l’occhio di Dio, sono un invito ad una più grande radicalità, nel senso di radicarci di più. Il tempo della crisi, il tempo della difficoltà, il tempo della persecuzione è il tempo di riaffondare la propria vita nelle radici. Questo, mi pare, è quello che voi state facendo in modo molto bello.
            Se c’è la radice, se la radice è viva, se la linfa scorre da una cellula all’altra dell’albero, se da una sorella all’altra scorre la linfa di Dio che pro-viene dalla radice del carisma, allora ci saranno, senza dubbio, nuove fiori-ture, nuovi frutti, una nuova espansione, una nuova diffusione della carità, che penso sia parte essenziale del vostro carisma. E parlo della carità nel senso più concreto, non solo spirituale.
            Ci riuniamo nella comunione dei santi. Non in  un cenacolo chiuso. Nel cenacolo della Pentecoste si sono aperte le porte. E non si sono aperte solo su Gerusalemme, si sono aperte sul mondo intero. Infatti i discepoli hanno parlato subito tutte le lingue. Anche questo cenacolo, allora, è aperto sul mondo intero. È aperto su tutta la chiesa.
            Vivete un cammino che non è solo vostro, lo vivete come parte viva dell’unico corpo di Cristo che è nel mondo. Di quell’unico corpo di Cristo che è l’umanità intera, perché, come dice il Vaticano II, Gesù si è unito ad ogni uomo. Viviamo aperti alla comunione dei santi. Non ci sono confini.
            Noi in cenacolo, come luogo di intimità, di raccoglimento, ma nello stesso tempo non ci sono confini… è questo il miracolo dello Spirito Santo, è Lui che crea l’unità. Mi pare che state facendo tutto un cammino in questo senso, in questi anni. E se state facendo un camino così, è un segno dell’a-gire dello Spirito. Perché si sente che la vostra è un’unità di cuori, non una unità forzata… Parlate di un cuor solo e di un’anima sola: questo è segno dello Spirito. Dove c’è questa concentrazione, dove c’è questo raccogli-mento, di una comunità che si raduna, che si unisce, che si fonde sempre più in uno: questo è opera dello Spirito.
            Però si vede se è veramente opera dello Spirito dal fatto che, contem-poraneamente, questa comunità si apre. Altrimenti sarebbe una cosa umana e porterebbe a una chiusura. Il miracolo della Pentecoste è che la comunità dei primi discepoli con Maria e con gli apostoli, diventa un cuor solo e un’anima sola, ma allo stesso tempo parla tutte le lingue. Essi non rimangono insieme, si esce fuori, si parte, si va…
            Ho vissuto per 20 anni al nostro centro per i seminaristi. C’erano sempre dei seminaristi che vivevano con me per alcuni anni. Con essi facevamo vita di focolare, vita di famiglia, diventavamo davvero fratelli. Poi arrivava il momento, quando uno finiva gli studi, di partire. Se umana-mente questo tante volte mi poteva dispiacere, perché si era legati, si era fratelli, ci si voleva bene, rincresceva perdere un fratello, perdere qualcuno  insieme al quale ti donavi e ti portava anche lui una parte di sé… però prevaleva sempre la gioia. La gioia di dire: adesso, uno che vive così, che ha questo spirito, vivrà in Brasile, in Colombia, nelle Filippine…
            Penso che questa sia l’opera dello Spirito, che ci raccoglie e allo stes-so tempo ci spalanca. Perché chi ci lega insieme è il Risorto. Voi avete una bellissima immagine del Risorto all’ingresso della vostra chiesa. Penso che vivete così, con questa coscienza, che siete qui, che siamo qui, con il Risorto che abbraccia insieme le suore e l’umanità. Mi sembra molto bello: non solo le suore, ma le suore e l’umanità, anzi l’umanità sofferente, quindi tutta l’umanità.
            Siamo nel Risorto. Il Risorto ci raccoglie, ci unisce. Se il Risorto è veramente fra noi, allo stesso tempo ci spalanca su tutta l’umanità. Perché Gesù si è unito ad ogni uomo. Non c’è più niente e nessuno fuori di Dio. Non c’è più nessuno che non sia raggiunto dallo Spirito, dall’amore di Dio, da Gesù.
            Quindi viviamo in questo cenacolo, raccolti ma non chiusi, aperti sul mondo ma non dispersi. Penso che è con noi, in questo cenacolo, anche don Silvano, che ha avuto una parte importante, a un certo punto del vostro cammino, come lo è stato per noi. E’ stato il primo, è stato una irruzione dello Spirito. Anche lui è con noi, vivo. Quindi ci affidiamo anche a lui, per-ché ci aiuti a portare avanti questo cammino. Sono cinque anni da quando è partito per il cielo.
                                          


 Unità per la missione …

            Cerco ora di entrare nel tema che voi state approfondendo: “Unità per la missione”. Tutto è legato. Unità vuol dire: partecipare alla vita di Dio Trinità, la comunione. La nostra missione non è altro che portare questa unità, questa comunione,  all’umanità intera.
            La missione non sta nel portare un codice di verità, sta nel portare Dio. Come un emigrante, quando va in terra straniera, si adatta, però porta con sé anche i suoi usi e costumi, così Gesù, il divino emigrante, venendo sulla terra, però da Figlio di Dio, vi ha portato i suoi usi e costumi: la vita trinitaria. La missione è tutta qui. La missione è il dilagare della vita trini-taria sulla terra.
            Un modo molto moderno, un nome molto moderno, una descrizione molto adatta ai tempi di oggi, che potremmo dare della chiesa è: La Chiesa è un’onda di comunione, che parte dal cuore della Trinità e arriva fino agli ultimi confini della terra”. E’ un’onda di rapporti nuovi, un’onda di rapporti fraterni, non conflittuali, non indifferenti, ma rapporti di reciprocità, rapporti di accoglienza e di donazione reciproca.
            Non è un prodotto umano, fatto da noi. Non ne saremmo capaci. Siamo fatti per questo, ma da soli non siamo capaci. Tutto parte dal cuore della Trinità, dove c’è questa realtà. Voi avete fatto un cammino, nel capito-lo precedente, come:  mistero - comunione - missione.
            Quando noi diciamo che la chiesa è un’onda di comunione, che par-te dal cuore della Trinità e va fino agli ultimi confini della terra, diciamo: Mistero! La chiesa parte dal cuore della Trinità. Però non è un mistero misterioso o, come diceva un filosofo tedesco, fascinoso e tremendo, che met-te paura, o ci lascia nel vago, ci lascia in una sensazione, in una emozione… Il Mistero è Dio–Amore, Dio che è amore reciproco, Dio che è comunione, Dio che è vita dell’uno per l’altro. Sta qui il miracolo di questo essere Amore in tre persone, che sono ‘Uno’. Tutto parte da lì. Noi lo viviamo fra di noi, come chiesa, non per tenerlo per noi, ma per condividerlo con tutti.
            Mi richiamo a un mio articolo che voi conoscete, un intervento che ho fatto ad un incontro di vescovi. Il titolo era: “Cristo nel cuore della società”. Lo scopo finale della missione non è la chiesa, non siete voi come congregazione, lo scopo finale del vostro capitolo non siete voi. Perché noi siamo ‘tramite’. La chiesa è tramite: tra Dio che è venuto a rivelarsi, è venu-to ad abitare in mezzo a noi, in Gesù, e la società. Gesù è venuto per rag-giungere ogni persona di questa terra. Noi siamo tramite, non siamo il cen-tro. Dio non mira solo a far nascere la chiesa. La vuole, la genera, nasce da lui, ma come un’onda che deve andare avanti. Se l’onda si ferma lì, è un disastro. Lo scopo, il punto d’arrivo, è una umanità nuova!
            Dice la GS: non una chiesa concentrata su se stessa – ecclesio-centrismo - ma una chiesa estroversa, come si diceva al convegno di Paler-mo. Non estroversa perché lei si estroverte, ma estroversa perché, se è abi-tata dallo Spirito, lo Spirito la apre, la spinge ad andare incontro a tutti e a donare quanto ha di più prezioso. E di più prezioso ha Dio!
            Benedetto XVI ci dice che l’uomo senza Dio non vive, perisce. Conti-
nua a dirlo in tanti modi, al cospetto del mondo di oggi. Quindi, bisogna riportare Dio, perché ogni uomo possa vivere. Ma riportare Dio non è solo parlare di lui, è portare la Realtà di Dio, dare Dio.
            La beata Chiara Luce Badano era una giovane che viveva il vangelo. Un giorno, di ritorno dal bar del paese di Sassello, la mamma le chiede: hai parlato di Dio con i tuoi amici? Chiara risponde: no, non bisogna dire Dio, bisogna dare Dio!
            In realtà, ogni volta che noi amiamo, - e il vostro carisma è la carità - noi diamo Dio, perché Dio è amore. “Chi è nell’amore è in Dio e Dio è in lui”. Quando noi amiamo, anche senza accorgerci, siamo teofori, cioè porta-tori di Dio. Ogni atto di amore porta Dio, fa crescere nel mondo la realtà di Dio. Questo mi dà tanta gioia.
            L’amore ha modo di potenziarsi nella sofferenza. E’ un atto d’amore dedicarmi a una persona, fare qualcosa per lei, curarla, aiutarla, come state facendo voi. Questo è già rendere presente la realtà di Dio a fianco di quella persona, attorno a quella persona o tra quelle persone. Ma nel momento della sofferenza, uno perde anche questa possibilità. Non ha più le forze, forse non ha più la testa per fare un gesto d’amore, forse non ha neanche la luce per farlo. E’ nel buio. Se vive questo momento in donazione, cioè dona-to, non concentrato su se stesso, effonde l’amore, effonde lo Spirito. 
            Vi comunico una piccola esperienza. Quando dovevo venire qui, naturalmente avrei voluto prepararmi bene. L’unica scelta possibile era riservarmi un giorno per questo. Ma proprio quell’unico giorno è trascorso in gran parte per altre cose urgenti. Quindi sono riuscito a scrivere poco più di una pagina di appunti. Soffrivo di non potermi preparare adegua-tamente, ma c’era in me una luce che diceva: … se tu soffri e accetti, se ami di soffrire, se non solo sopporti, ma accogli la sofferenza con amore, se acco-gli dalle mani di Dio le circostanze che ti scombinano la giornata, allora il dolore ti squarcia.
            Ogni dolore ti fa male. Il dolore lacera, ma se vissuto bene, se non mi chiudo, se non mi difendo, se per amore lo vivo nello Spirito di Gesù, al-lora mi apre… crea… mi rende più passaggio dell’amore. Il che è forse molto più importante di qualsiasi preparazione o di qualsiasi bel discorso che posso fare. Perché, alla fine, gli altri non guardano tanto ai nostri di-scorsi, guardano al nostro essere e lo percepiscono. E percepiscono più o meno apertura, più o meno trasparenza, più o meno abbandono a Dio solo.
            Quando parlo del momento della sofferenza, penso alle vostre sorelle ammalate. Forse non ci rendiamo conto, ma se in questo momento, se in questi giorni, vivono bene la loro sofferenza e voi le aiutate a vivere bene, sono quelle che più di tutte le altre, più ancora delle sorelle che in questo momento stanno in mezzo ai poveri o agli anziani, diffondono la realtà di Dio nel mondo.
Alcune Parole di Gesù …

            In primo luogo mi sono appuntato alcune Parole di Gesù. Non le ho cercate sistematicamente. Ho annotato quelle che mi venivano in mente, pensando alla missione, al tema che voi sentite di approfondire in questo capitolo. Parlare di “unità per la missione”, “perché tutti siano Uno” è una cosa bellissima.
            La chiesa come Mistero – Comunione – Missione nasce nel cammino. E’ la comprensione, il modo di vedere la realtà che è la chiesa, messa in luce dal Sinodo straordinario dei Vescovi a 20 anni dal Vaticano II, nel 1985.  Questa comprensione è stata ripresa nel 1987, nel Sinodo sui Laici. Ma uno degli artefici di questa comprensione della realtà della chiesa, che prima non c’era, è il vescovo Klaus Hemmerle, del quale penso avrete sentito parlare da padre Silvano e da padre Brendan.
            Ero molto in rapporto con questo vescovo tedesco, teologo, ma soprattutto autentico testimone del vangelo. Nel 1994 è partito ancora giovane per il cielo. Attorno a lui, nel movimento dei focolari, è nata tutta la realtà dei “vescovi amici”, vale a dire un’onda di vita, di comunione meravigliosa  fra i vescovi del mondo intero. Hemmerle legava la compren-sione della chiesa come mistero-comunione-missione a Gv 17, il testamento di Gesù.
                                                       
*          “Che siano uno come io e te”: Comunione. E’ essere uno ad immagine di Dio. Poi Gesù dice: “Io in loro e tu in me”:  Mistero. Cioè la radice è in Dio. Noi non viviamo solo ad immagine di Dio quando viviamo la comunione, quando viviamo l’amore, ma abbiamo le radici in Dio e lasciamo che la sua vita ci inondi. Non amo perché sono capace di amare. Amo perché “Caritas Christi urget nos”, perché l’amore di Cristo mi spinge, lo Spirito di Gesù, che mi abita, mi proietta fuori di me, mi mette in donazione. Poi Gesù, nella preghiera sacerdotale va avanti e dice: “affinché il mondo creda”: Missione. Quindi l’unità è per la missione, cioè per arrivare a tutti, perché tutti siano uno.

*          “Fuoco sono venuto a portare sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”. Questo fuoco è l’Amore con la ‘A’ maiuscola. E’ lo Spirito Santo che, nella Pentecoste, cade come fiamme di fuoco sui discepoli. Questo fuoco è la vita trinitaria, è la comunione che consuma in uno. Gesù dice: fuoco sono venuto a portare sulla terra. Questo fuoco lo porta Lui. Poi però aggiunge: come vorrei che fosse già acceso… perché ha bisogno di chi si presti come combustibile. Può esserci chi si lascia consumare con il fuoco, ma se non si alimenta il fuoco, se non ci si lascia accendere, se non ci si lascia bruciare… Missione è l’uscita dell’amore trinitario, del fuoco, dello Spirito Santo dalla Trinità. Ma questo fuoco cadrebbe nel vuoto se non ci fosse chi si lascia accendere.
            La Tradizione, i Padri parlavano di Maria, paragonandola al roveto ardente, che brucia e non si consuma. Ciascuno di noi è chiamato ad essere così, a lasciarsi bruciare, con la fiducia, ma anche con l’esperienza che questo fuoco ci brucia ma non ci annulla. Quante volte abbiamo la tentazione di dire: ma se adesso sorrido ancora, se rispondo bene… mi per-do… invece vediamo che le persone che vivono questa realtà si rigenerano. Tutti noi possiamo essere questo roveto ardente, cioè persone che si donano, che si spendono, persone accese da questo fuoco, per far vedere il miracolo che, donandosi non ci si perde, ci si rigenera dal di dentro, proprio perché il fuoco non viene da noi.
            Quando nel maggio scorso vivevamo questa Parola di vita nel movimento dei focolari, mi commuoveva questa luce: lasciandomi accendere posso dare a Gesù la gioia di non dover più dire: “e come vorrei che fosse già acceso”. Ogni volta che ci incontriamo tra noi, che ci vogliamo bene, ci apriamo l’uno all’altro, ci aiutiamo l’un l’altro, togliamo le barriere che sempre possono rinascere, allora questo fuoco può ardere e Gesù non deve più dire: come vorrei che fosse già acceso… perché è acceso. Ieri, viaggiando in treno, mi sono reso conto: quante persone non sono accese! E neppure immaginano che lo potrebbero essere!

*          “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. E’ il Risorto che appare in mezzo ai discepoli e dice questa Parola. “Come”: cioè quello che ho fatto io, adesso tocca a voi: continuare Gesù! Fare da Gesù sulla terra. Adesso siamo chiamati noi a dire: fuoco sono venuto a portare sulla terra e come vorrei che fosse già acceso… cioè andare in cerca di chi si lascia accendere.
            Ricordo la prima volta in cui ho visto da vicino Giovanni Paolo II, in una udienza, con un piccolo gruppo della mia diocesi guidato dal vescovo. C’era anche un coro che cantava e io guardavo questo Papa ancora giovane, nei primi anni di pontificato, libero sul trono… e mi colpivano i suoi occhi, che ci guardavano. Questo sguardo era come una domanda, un invito: “Vieni, seguimi!”. Era forte: fuoco sono venuto a portare sulla terra… come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi…

*          “E li mandò a due a due davanti a sé, in ogni città e luogo dove egli stesso stava per andare”.  Li mandò davanti a sé in ogni luogo dove voleva andare: cioè non portiamo noi stessi, non portiamo solo il nostro messaggio, non portiamo solo le nostre opere, ma prepariamo la via a lui, a Gesù vivo, alla presenza di Gesù vivo, nelle persone e tra le persone. Questo è anche un continuo esercizio. Dobbiamo esserci, dobbiamo donarci, dobbiamo agire, ma poi scomparire. Dobbiamo essere trasparenti, perché alla fine le persone rimangano con Gesù. Non attaccate a noi, ma a Gesù.
            Ieri la sorella del Congo mi raccontava di una bambina di 4 anni: … l’abbiamo conosciuta perché si era fatta male proprio lì vicino a noi. L’abbiamo aiutata e tutti i giorni, quando passava, invitava la mamma a fermarsi. Un giorno è venuta a casa nostra con la sorellina più grande. Salutandoci ci ha detto: questa è mia sorella che vuole diventare come voi. Siamo entrate poi in cappella: ho spiegato che lì c’era Gesù. Abbiamo aperto il tabernacolo e le abbiamo mostrato l’ostia grande esposta. Ha esclamato: è Gesù! e gli ha mandato un bacio. Poi guardando me ha aggiunto: ma Gesù è come voi… le ho chiesto: dici così perché Gesù è bianco come noi? E lei: no, perché è luminoso, sorride… La luce che veniva da Gesù era la stessa che vedeva sul nostro volto.
            Don Silvano amava molto parlare della ‘visibilità’. La missione è rendere visibile Dio. Dobbiamo essere noi tabernacoli, o meglio ancora ostensori. Un ostensorio, anche bello e prezioso, al centro è vuoto. Quando però c’è l’Eucaristia al centro, allora è vuoto ed è pieno: vuoto di sé, pieno di Dio! In questo senso la missione è essere, diventare ostensori, una realtà umana visibile, una persona che, nel suo cuore, è morta a sé, non morti-ficata, ma morta, vuota… piagata… Il centro del nostro io dovrebbe essere questo luogo: non dovremmo essere porte chiuse, dovremmo essere porte aperte, cioè passaggio attraverso il quale si vede Dio.
            E’ stata questa la mia impressione quando per la prima volta ho incontrato Chiara. Da seminarista l’ho vista da vicino per un breve momento. Nel ’75 aveva incontrato il cardinale di Hanoi, in tempi molto duri per il Vietnam. Mentre usciva con la macchina dal luogo dell’incontro, noi seminaristi ci eravamo messi sul suo passaggio per poterla vedere e incontrare. Chiara ci ha raccontato subito dell’incontro con il cardinale. Però io guardavo i suoi occhi: dietro a quegli occhi non c’era lei, c’era l’infi-nito!  Mi ha fatto una grande impressione.

*          “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo”. Desidero sottolineare: “in tutto il mondo”: è la spinta universale, senza confini, di cui abbiamo già parlato. “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Certamente è importante battezzare le persone. La chiesa ne ha avuto fortemente coscienza, tanto è vero che ci sono diversi tipi di battesimo. Però non possiamo fermarci e accontentarci di dire: adesso abbiamo battezzato. Gesù dice: “battezzate nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”, cioè perché viva la vita trinitaria.

Dialogo per crescere insieme …

°          Mi hanno fatto impressione due cose: “ogni capitolo è una nuova nascita”. “Noi non possediamo il carisma, è il carisma che possiede noi”. Sono espressioni che forse non ho capito bene.
*           Il Capitolo è una esperienza di vita. Sono una persona tanto portata a voler conoscere, a voler capire. Però, capire vuol dire: prendo una cosa, ce l’ho… Tante volte abbiamo questa tendenza a voler capire, afferrare, prendere. Invece, nella vita con Dio non dobbiamo tanto capire, ma lasciarci prendere. E’ Dio che ci deve prendere, noi lo dobbiamo seguire. Siamo in cammino, in una avventura che è più grande di noi.
            Quando nel 1982 don Silvano ci ha raccontato la sua storia personale, per tre ore consecutive, con tutti i passaggi, alla fine ci ha detto: quando queste cose avvenivano, io non capivo mai niente. Soffrivo e non capivo. Invece Dio stava operando cose grandi. Questo non è sempre comodo.
            Alle volte mi chiedono: come sta andando? Da cinque anni sono responsabile dei sacerdoti focolarini. Quest’incarico mi è stato affidato dopo don Silvano, un colosso nello Spirito Santo. Intanto è chiaro che io non sono il suo successore, siamo tutti quanti successori insieme. Quando mi chiedono: come va? Rispondo: sento che le cose non sono sotto controllo, però c’è Qualcuno che ha il controllo delle cose.
            Alla fine del primo anno, in retrospettiva, abbiamo fatto una piccola verifica: di che cosa Dio aveva operato e di come erano andate le cose. Ci siamo resi conto che alcune cose che, alla presenza di Gesù, avevamo capito insieme e abbiamo cercato di realizzare insieme, in realtà non si erano realizzate. In quel momento non era molto piacevole questa constatazione. Tuttavia poi sono venute fuori cose inaspettate, che erano ancora migliori.
            Il soggetto di tutto, la conduzione della vita di ciascuno di noi, ma anche della vostra famiglia religiosa non ce l’ha in mano la madre o le consigliere, perché voi siete “creatura Dei”, creatura di Dio, siete un’Opera di Dio. E’ lui l’artefice. La vostra parte è quella di Maria. Maria non ha posseduto Gesù, non poteva possederlo.
            Mi colpisce l’episodio evangelico della perdita di Gesù nel tempio. Come ha potuto succedere di perdere Gesù?... sono genitori un po’ distratti… non lo guardavano più di tanto… mi piace constatare invece come bisogna lasciare libero l’altro! Maria e Giuseppe non erano genitori possessivi.
°          I nostri fondatori erano incarnazione visibile dell’amore di Dio per i più piccoli. Il carisma si è impossessato di padre Dario, di madre Eusebia, della loro umanità e l’ha reso visibile, senza che se ne rendessero conto.
°          “Fuoco sono venuto a portare sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”. Gesù ha bisogno del combustibile e il combustibile dovremmo essere noi. Non ho mai pensato a questa cosa. Pensavo che eravamo noi ad aiutare Gesù ad accendere il fuoco, ma non ad essere noi combustibile. Questo per me è un aspetto nuovo. Bisogna passare proprio da lì, dalla croce, dal lasciarsi bruciare, perché rimanga solo l’oro nel fuoco.
°          Ringrazio perché in questo momento ho capito quanto non è importante capire, ma lasciarsi condurre dallo Spirito. Quando si è nel buio totale, allora è più facile essere docili. Ho capito molto bene quanto è importante non voler capire.
*           Non capire ma ‘concepire’. Maria concepit. E’ l’Immacolata Concezione: ha ricevuto… si tratta di ricevere in noi e lasciar abitare in noi una creatura che non siamo noi. Una creatura che ha la sua vita che non si può prevedere, che non si può descrivere  ‘anteprima’  neanche  in un capitolo. In un dato momento ricevete una luce, la mettete anche per iscritto… Quando ho preso in mano la vostra relazione al incontro pre-capitolare, mi sono detto: questo lo voglio far leggere ai miei fratelli, perché dentro c’è un soffio. Però lo Spirito continua… E’ utile rileggere, perché il testo può suscitare nuove cose, ma lo Spirito ci porta avanti.
°          Lo vediamo anche nella realtà. Ci sono spose che desiderano tanto un figlio e non ce l’hanno mai… diciamo: non ci pensi più… viva bene la sua vita coniugale e familiare… vedrà… nascono dei bellissimi figli… Ho capito che dobbiamo fidarci dello Spirito, non solo per gli altri, ma anche per noi.
*           Quello che lei sottolinea è il cristianesimo. E’ la realtà trinitaria. E’ abitare ed essere abitati. Non è capire. Non sono regole. Non a caso Gesù non ha scritto niente. Quando poi si è scritto di lui, fra le tante cose, la chiesa ha preso soltanto quello che è contenuto nei quattro vangeli. E anche questi sembrano tra loro un po’ contradditori, se li prendiamo soltanto dal punto di vista umano. I vangeli sono la veste esterna della persona viva che è Gesù. Lo raggiungiamo attraverso queste parole, ma Gesù non è codifi-cabile. Più volte si è tentato di sintetizzare i quattro vangeli in un unico vangelo. La chiesa si è sempre opposta. E’ una realtà molto più vitale: che lasciamo abitare Dio in noi e noi abitiamo in Dio.
            Allo stesso modo lasciamoci abitare dal carisma e abitiamo nel carisma. Allora il carisma si esprime. Avviene quello che diceva Gesù: che la mano destra non sa quello che fa la sinistra. Noi siamo parte di un’av-ventura che è più grande di noi. Quella pagina che oggi scriviamo, altri dopo capiranno cos’era. In realtà non siamo tanto noi a scriverla, oppure, sì, siamo la penna. Ma chi tiene in mano questa penna per la pagina che state scrivendo? Chi la muove?
°          Sono molto belli questi incontri con persone che ti trasmettono dei valori. Tutte le volte sento che quanto viene comunicato lo devo confrontare con il mio carisma. E il carisma si rinnova. Ognuno che ti fa una esposi-zione, ti risveglia e ti senti partecipe. Anche in questo capitolo ci sono dei punti che mi stanno toccando personalmente. Mi cambiano la vista e il modo di agire nell’ambiente in cui vivo. Non sono le cose che cambiano, sono io che cambio.
*           Sarete apostole di quel qualcosa che Gesù opererà, di quella luce che vi darà, di quell’esperienza che vi farà fare. Poi ciascuna di voi andrà dove deve andare. Non pensate di fare chissà che cosa. Siete chiamate ad ‘essere’ e a condividere con gli altri, fraternamente, questa realtà, lasciando che si attualizzi attorno a voi dove andrete.
            Mi sembra bello quanto diceva la sorella: io non sono come Gesù. Questo è un segno di autenticità dell’esperienza di Dio. Maria è il silenzio di Dio, il silenzio sul quale Dio parla. E’ il nulla d’amore nel quale Dio agisce. Quando Pietro sperimenta di più chi è Gesù, Figlio di Dio, nella pe-sca miracolosa, esclama: “va lontano da me, perché sono un uomo pecca-tore”. In quel momento Gesù gli cambia il nome. Esprime così il disegno di Dio sulla sua persona. Dio ha bisogno della coscienza della nostra nullità. Questo è il vero modo di rapportarci con Dio, perché è lì che cominciamo a entrare di più nel modo di essere di Dio.
            Il Padre non considera se stesso: si dona, si perde. Il Figlio non dice: io sono Figlio di Dio, ma si ridona al Padre. Scende in mezzo a noi e al Giordano si mette in fila con tutti i peccatori. In qualche modo si annulla. Lascia perdere tutte le sue prerogative divine, si fa piccolo, piccolo. In quel momento si apre il cielo e si manifesta Dio! Si manifesta sul suo nulla.
            Ieri, quando stavo venendo qui, mi chiedevo: cosa vado a fare? Cosa vado a dare? Mi rispondevo: meno male che sento così, perché se pensassi di arrivare qui per dirvi chissà quali cose, sarebbe un grosso rischio. E’ sul nostro nulla che Dio opera. Gli apostoli che escono dal cenacolo, Pietro che inizia a parlare… era un uomo fallito, radicalmente. Gesù lo aveva preso co-me prima pietra… e lui ha fallito, ha tradito Gesù. Lì ha perso la terra sotto i piedi. Allora Dio può lavorare! Perché Pietro non si fida più di sé. Una della cose che impediscono a Dio di operare è il fidarci di noi: io so fare… io sono… io…
°          Pensavo alla testimonianza di quella bambina del Congo… solo gli innocenti arrivano a dire: sei come Gesù. Siamo chiamate ad essere luce. Qualche volta prevale in me il senso di negatività Forse anche noi diffon-diamo luce nella nostra semplicità, anche se non arriviamo a vedere nel-l’Eucaristia la stessa luce che illumina il nostro volto.
*           Però è l’unica Eucaristia che tante persone oggi ricevono, non rice-vono altro. Tanti non capiscono l’Eucaristia, non si accostano alla comu-nione, non la ricevono. Ma se mangiano la vostra vita, mangiano Gesù.
°          Abbiamo constatato che nei momenti e nei casi difficili che abbiamo vissuto qui in casa madre, senza aver detto niente a nessuno, ma solo vivendo le cose in un determinato modo, è come se la luce fosse venuta dentro tutti. Abbiamo constatato che nessuno ha commesso errori, tutti hanno collaborato nei migliori dei modi. Possiamo accogliere il Signore da soli, ma accoglierlo insieme è ancora più forte, è una pentecoste vissuta insieme.
*           Questa è la chiesa.
°          Quando si fa una preghiera particolare, nessuna sorella chiede: perché l’hai fatta, perché tutte avvertono che c’è qualcosa che dobbiamo aiutarci a portare insieme. Abbiamo sperimentato che la comunità vive in modo forte questi momenti. Insieme si prega, insieme ci si sostiene. Il Signore fa lui.
*           Bellissimo…
°          Abbiamo pregato molto per la salute di una nostra sorella. Pochi giorni fa il medico ci ha consegnato un foglio in cui era scritto: la suora è guarita, può riprendere la vita normale… Ci siamo commosse. Abbiamo ringraziato il Signore, è stato un altro momento forte di comunità.
°          Diversi anni fa una sorella della nostra comunità viveva una situazione familiare delicata. Era figlia illegittima, ma nessuno lo sapeva, salvo la responsabile che l’aveva accolta in comunità. Aveva due mamme anziane che si sono ammalate contemporaneamente. La sorella mi ha chie-sto: adesso come mi comporto? Devo andare a visitare sia l’una che l’altra, che cosa diranno le sorelle della comunità? Le ho risposto: non si può anda-re avanti tenendo solo per sé il proprio segreto. Se te la senti, dillo. Come faccio? Lo dici tu? Lo dico io? Mi è venuta una ispirazione: durante la pre-ghiera comunitaria prega ad alta voce per le tue due mamme, entrambe ammalate gravemente. Ha pregato in modo così vero e così profondo, da commuoverci tutte. Ha donato con amore il suo segreto a tutte le sorelle della comunità, davanti al Signore. Penso che sia questa la communicatio vera, che sia chiesa anche questo.
°          Questa forte unità la si vive anche nelle comunità piccole. Lo scorso anno la sorella più giovane della comunità ha avuto una ischemia cerebrale. E’ bastato un momento per temere di dover chiudere la comunità. In tale circostanza abbiamo sentito vicino tutta la nostra famiglia religiosa, come un corpo unico. Tutte abbiamo pregato e il caso si è risolto in modo positivo.
            Mi ha colpito la citazione: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Lei ha aggiunto: “esserci, agire e poi scomparire”. Penso sia importante non sentirsi protagonisti, saper scomparire, anche nelle piccole cose, per lasciarci riempire da Lui. Al capitolo partiamo con la convinzione di essere solo degli ostensori vuoti in grado di riempirci di Lui. Il Signore conosce le nostre strade.
*           Questo può avvenire solo nel momento presente. Perché non è mai un equilibrio stabile. Il nostro equilibrio è sempre labile, subito si scivola o nel diventare passivi, nel lasciar correre, oppure nel diventare troppo protagonisti. E’ un rimettersi sempre da capo, è una conversione continua. Mi viene da pensare alla parola di Gesù: ”Quando avrete fatto tutto, dite: siamo servi inutili, infedeli”. Lo siamo  quando avremo fatto tutto e anche con la grazia di Dio.
            In comunità meditiamo sempre sui vangeli del giorno. Ho l’im-pressione che tutto il vangelo è una autobiografia di Gesù. Ci comunica quello che vive lui. E il modo d’essere trinitario è lo svuotamento, perché l’amore non è pieno di sé. L’amore accoglie l’altro e si dona all’altro. L’accoglienza e il dono richiedono svuotamento. Può sembrare un paradosso quando Gesù ci invita a dire: siamo servi inutili… non si tratta di dirlo per modo di dire… No. E’ una condizione per non cadere nell’essere pieni di sé, pieni magari del bene fatto o del bene che Dio ha fatto attraverso di me. Essere pieni di sé ci rende incapaci di donarci e di accogliere l’altro. Sono esperienze bellissime quelle che voi state comunicando…
            C’è un antichissimo assioma che dice: “Nulla salus extra ecclesia”. “Fuori della chiesa non c’è salvezza”. Allora ci viene da dire: che ne sarà dei buddisti… e di tutti coloro che non possono neppure sapere di Gesù? La chiesa ha oggi la chiara convinzione che veramente uno si può salvare senza essere battezzato. Però quanto voi avete comunicato ci fa capire che è nella comunità che succedono questi miracoli, è lì che la vita si risana. Non pos-siamo immaginare un Dio che dice: sei battezzato, entri… non sei battez-zato, non entri… Dio non è fiscale. Tuttavia la salvezza comincia dalla comunità. Cioè fuori da una comunità fraterna, unita, abitata dall’amore, dallo Spirito, non c’è interezza umana. Quando invece c’è, la chiesa si mo-stra segno e strumento di salvezza, già di qua. Si apre un altro mondo… succedono cose che non sono umanamente spiegabili… o forse sono spie-gabili, ma ciò che non è spiegabile è perché certe cose avvengano sempre lì e puntualmente.

Gli scenari inediti della nuova evangelizzazione...

            Nello spirito di quello che state vivendo, penso di allargare lo sguardo a questo  momento di chiesa. Stiamo vivendo un tempo in cui tutta la chiesa sente la spinta a proiettarsi in modo nuovo in missione, nel senso dell’evangelizzazione. Benedetto XVI, nel 2010, ha dato vita a un Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione e ha scelto come tema per il pros-simo Sinodo dei Vescovi: “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede”.
            Desidero ripercorrere con voi i Lineamenta, cioè il documento pre-paratorio del sinodo. Giorni fa è uscito anche l’Instrumentum Laboris, cioè il documento di lavoro del sinodo. I Lineamenta sono stati trasmessi a tutte le conferenze episcopali, alle unioni dei superiori maggiori, a chiunque pote-va offrire contributi. Ora l’Instrumentum laboris è arricchito dell’esperien-za, delle ansie, delle domande delle varie chiese locali.
            Dopo una rapida lettura, la prima impressione è che c’è tanta preoc-cupazione, tanto senso di difficoltà, al punto da augurarci che il sinodo pos-sa avere un soffio nuovo di Spirito Santo. E’ quanto colgo in America Latina, dove tutta la chiesa si è messa in stato di missione continentale, con il tema: “Discepoli e missionari”. Mi sembra una realtà meravigliosa quella di alcuni miei amici che, in Brasile, stanno formando centinaia di laici mis-sionari. Penso che questo ha qualcosa da dire a noi e a tutta la chiesa.
            Questo è tempo di evangelizzazione, al punto che Benedetto XVI ha messo la nuova evangelizzazione al primo posto nell’agenda della chiesa. E’ la prima cosa da fare. La nuova evangelizzazione è legata a delle sfide. La prima grande sfida che oggi, grazie a Dio, si guarda in faccia molto realisti-camente, è la constatazione che il mondo di oggi è profondamente cambiato. Ci presenta degli scenari inediti, nei quali bisogna entrare, davanti ai quali non possiamo fermarci. Non tutte queste realtà, oggi, sono raggiungibili at-traverso le parrocchie. Si aprono nuovi campi. Il sinodo parla di sei scenari. Penso che anche voi desiderate guardare il vostro cammino nell’insieme della chiesa di oggi.

1.         Lo scenario culturale –  Ci troviamo in un’epoca di profonda secolarizzazione. Non solo il singolo, ma la cultura, la collettività perde il senso di Dio, il legame con Dio. C’è come un tramonto di Dio in tante cul-ture, più nella cultura occidentale, meno nelle culture del sud America, Africa… Speriamo! perché, con i mezzi di comunicazione che ci sono oggi, questi fenomeni si stanno diffondendo rapidamente. In Asia si vede come società non cristiane, ma profondamente religiose, stanno perdendo le loro radici.
            Affermano i Lineamenta che in questi ultimi anni la secolarizzazio-ne non ha più la forma pubblica dei discorsi diretti e forti contro Dio, anche se esistono. A Londra, a Madrid, sono girati dei pullman che proclamavano: Dio non c’è, Dio è morto… Però oggi non c’è tanto il discorso diretto e for-te, ma semplicemente la constatazione che la fede evapora.
            La secolarizzazione ha assunto piuttosto un tono dimesso, che ha permesso di entrare anche nella vita dei cristiani e delle comunità ecclesiali. Il senso profondo della presenza di Dio è venuto a mancare. E si vive, anche da cristiani, come se Dio non ci fosse. Questo è un modo molto sottile.
            Penso alla mia esperienza. Sono cresciuto in una famiglia bella, cre-dente. Eppure, guardando la mia vita, devo dire che Dio era entrato solo  in una fetta della mia vita… poi c’era tutto il resto. Una vita buona, una famiglia bella, che trasmetteva i valori. Ma quando andavo a suola, quando mi trovavo con gli amici, quando frequentavo la gioventù cattolica, questo con Dio c’entrava relativamente. Dio era la preghiera, era la messa: questo era molto prezioso per me. Però non mi ponevo la domanda: cosa farò un do-mani nella mia vita? So che era guidata da Dio. Cioè era mancata una profonda evangelizzazione. Era rimasta una fetta della mia vita. E c’era il rischio che questa fetta si restringesse sempre più.
            Vorrei aggiungere che forse oggi tante persone con cui siamo in contatto, in fondo, misteriosamente, vorrebbero credere, ma non riescono. C’è come un senso innato di Dio, in tante culture, che oggi viene meno. E’ il senso del Dio trascendente, del Dio che è dietro a tutte le cose. Possiamo chiederci: non sarà venuta l’ora di scoprire il Dio vicino, il Dio fra noi, il Dio in noi? Magari uno rifiuta la chiesa, rifiuta la fede… però è entusiasta di come siete voi. Questo non è rapporto con Dio?
            Siccome Dio scrive diritto anche sulle righe storte, forse questo ci deve spingere a dire: ecco, il mondo di oggi non vuole vedere il Dio tra-scendente, il Dio lontano, il Dio al di sopra di tutte le cose, ma vuole vedere il ‘Dio umanato’. E noi siamo chiamati a far vedere Dio, ma in veste uma-na. Il grande cambiamento della storia è avvenuto con l’incarnazione di Gesù. Dio ha fatto un salto in mezzo alla realtà di tutti i giorni. Non nel tempio. Gesù non era sacerdote nel senso ebraico del termine, faceva il fale-gname… ed era Dio!
            Il santuario di quegli anni non era il tempio di Gerusalemme… im-ponente, sproporzionato a quello che poteva essere la realtà di Gerusalemme di quel tempo. Il santuario non era lì, il santuario era a Nazaret. Era a Betlemme, in una grotta. Era su un asino, in cammino verso l’Egitto.
            Forse si sta preparando una nuova epoca della presenza di Dio, un ritorno di Dio. Il Papa è convinto di questo. Lo ha scritto nel suo libro: “La luce nel mondo”, ispirandosi a Giovanni Paolo II. Il Papa è convinto che questo è un tempo di avvento. Apparentemente sembra che Dio stia scomparendo, in realtà sta venendo in un modo nuovo. E noi siamo chia-mati a essere testimoni di questo.
            Alle volte, quando sento anche dei sacerdoti affermare: ancora ven-gono tanti in chiesa… ancora si sposano… ancora fanno battezzare i loro bambini… ancora… ancora… La nostra non è la religione dell’ancora.
            Dio viene, Dio è davanti a noi, non è solo alle spalle… ma ci viene incontro. Dio viene… però questo dobbiamo farlo vedere. Si tratta di sco-prire come fare del tempo della secolarizzazione il tempo del nuovo avvento. Come far sì che in questa notte non brillino tanto gli idoli materiali, le sette, le credenze. Ma venga fuori il sole che sorge dall’alto e illumina tutti, come diciamo nelle lodi.
           
2.         Scenario sociale  -  I Lineamenta mettono in luce oggi la gran-de mobilità, il fenomeno migratorio, che spinge un sempre crescente numero di persone a lasciare il proprio paese di origine e a vivere in contesti urba-nizzati, creando ovunque una situazione multiculturale e multireligiosa. Non c’è più l’ambiente del piccolo paese, con la chiesa, con tutti cristiani per tradizione. Oggi non siamo immersi in questo ambiente. A fianco del cristianesimo ci sono anche altre religioni.
            Ho un cugino con il quale non ho molto rapporto. Dopo tanti anni mi ha scritto una cartolina, comunicandomi di essere diventato buddista, con il desiderio di aprire, spalancare il suo cuore alla compassione. Ha ag-giunto: se per caso capiti una volta a Berlino, sarei contentissimo di vederti. Stupore! Mio cugino buddista! Ha sposato una evangelica diventata bud-dista. Oggi viviamo queste situazioni. Si dice: tanto è lo stesso Dio. A proprio modo si crede in Dio.
            E’ molto interessante entrare in un contesto in cui non abbiamo più l’esclusiva, dove l’offerta del cristianesimo è una tra le altre, come al super-mercato. Ciascuno va, sceglie come gli pare, senza chiedere a nessuno. Non è come nel negozietto, dove cercavi un prodotto e l’altro te lo dava. Vai tu, poi scegli. Addirittura vai in internet e cerchi quello che vuoi. Oggi non si compra  più neppure il giornale, perché si cerca tutto in internet.
            In questo contesto, come ci presentiamo da cristiani? Non basta presentare una vita di religiosità, di preghiera… Sono rimasto colpito quan-do mi sono trovato in Thailandia, per incontrare sacerdoti e seminaristi. Ho conosciuto un po’ la realtà dei templi buddisti. C’erano i monaci, vestiti con il loro abito caratteristico, c’era l’altare, c’era l’incenso, c’erano le candele, avevano una specie di rosario, si riunivano per la preghiera, si servivano di un libro, c’erano i piccoli già vestiti da monaci, noi diremmo seminaristi minori…
            Mi sono detto: ma allora non è questo lo specifico del cristianesimo! Questo ce l’hanno anche gli altri. Qual è lo specifico del cristianesimo? Oggi non possiamo imporci. Non possiamo dire: siamo gli unici che ab-biamo la verità. Sì, possiamo essere convinti che questa è la verità, ma non possiamo imporci. Allora arriviamo a vedere che c’è un di più. E questo di più non è il sacro, non è la religiosità, non è… Cos’è? Cos’è? Gesù dice: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri”. Da questo! Non dal fatto che preghiamo, non dal fatto che abbiamo le chiese, che abbiamo le liturgie…
            “Che siano uno, affinché il mondo creda!”. Questo è il tempo dove siamo invitati a mostrare il volto cristiano di Dio! Di queste cose parliamo molto con padre Brendan e con altri amici, riflettendo sulla chiesa nel mondo di oggi. Lo dice Benedetto XVI : noi dobbiamo far vedere “Deus caritas est”, cioè Dio è Amore. Dio non è un principio, non è una morale. E’ un evento, è Persona! Oggi si tratta di far vedere questo. Non basta dire Dio, o riprendere le celebrazioni, le pratiche… Queste devono essere cri-stiane nel senso profondo, inzuppate di vita trinitaria, inzuppate dell’amore reciproco, inzuppate della vita d’unità. Questo è il cristianesimo.
            Vi dicevo prima che sono cresciuto in una bella famiglia, religiosa, con un grande senso di Dio, con un senso del prossimo: in fondo con i due comandamenti. Però con Dio che era rimasto capo reparto. A un certo pun-to, per situazioni in cui mi sono imbattuto, per la mia scuola dove c’erano insegnanti molto in gamba, ho potuto scoprire di più qualcosa della Trinità.
            Il Padre si dona e vive nel Figlio, cioè genera il Figlio, lo fa essere. Si annulla perché il Figlio sia. Come potrebbe esserci il Figlio se il Padre non si ritirasse, perché il Figlio sia? La sua vita è tutta nel Figlio. E il Figlio non si ferma su questo, ma si ridona. Diceva Karl Ranher: “Gesù si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Gesù si ridona fino a que-sto punto. Si ridona a sua volta. Questa reciprocità di dono così totale è Persona, è lo Spirito. Questo per me era nuovo.
            Sapevo che Dio è uno in tre persone, ma sembrava che fossero tre modi in cui Dio agisce. Ma mai qualcuno aveva attirato la nostra atten-zione sulla vita di Dio in sé, su questo dono reciproco così totale, e su come è questo dono. E lì, per avventura, penso sia stata veramente la grazia di Dio. A un certo punto, in un incontro con la gioventù cattolica discute-vamo, come sempre, di vari argomenti, del senso della vita… Era questo il tema. Ciascuno aveva la sua opinione. Ci confrontavamo.
            Mi veniva da pensare: ma, tu ascolti uno e dici: sì, ha ragione. Ascolti un altro e dici: no, questo è strano. Cerchi di essere gentile, però in fondo tu vivi qui e l’altro è “altro”. Tu sei tu e l’altro è altro. Perché non vivi come vive Dio? Perché non cerchi di vivere trasferito in chi parla? Perché non cerchi di guardare il mondo non con i tuoi occhi, ma con gli occhi dell’altro? E  di sentire con il suo cuore? E di pensare con la sua mente? Perché Dio fa così. E ho fatto così anch’io. Ho provato a farlo. Da quel momento è cambiata la mia vita, si è come aperto un nuovo capitolo.
            Sono successe due cose in un attimo. E’ stata una illuminazione, la luce della mia vita, un cambiamento radicale della mia vita. Perché sentivo: se faccio così, l’altro diventa migliore, io divento l’altro. Siamo fratelli, sia-mo sorelle, se lo vogliamo possiamo vivere tutto ciò con chiunque. Siamo vicini, siamo famiglia. Ma come è possibile? Cambia il rapporto… è come casa mia, perché viene fuori una bella famiglia, senza confini, con chiunque.
            Provavo a vivere questo con uno, con un altro, con un altro ancora  e sentivo: l’altro diventava vicino! Sperimentavo la circolazione. Comincia-va a circolare l’amore! E sentivo: questo non è una cosa umana. Non l’ho trovato da nessuna parte, non è una cosa umana: è Dio! Sentivo Dio. In quel momento cominciavo a vivere una crisi di fede. Anche quello sarà stato un dono di Dio per me. Cominciavano a emergere in me dubbi di fede. Ave-vo lavorato durante l’estate in un ospedale, nel reparto geriatrico. Ero venu-to a contatto con la realtà della malattia grave, prolungata, a contatto con la morte. E lì la fede vacillava. Quel Dio che conoscevo, il Dio trascendente, che sentivo nella messa, che sentivo dietro la natura, sembrava sempre più lontano. Ma chissà se veramente c’è?
            Quella sera del 12 ottobre 1971 sentivo: … no… è qui… è qui… non è aldilà delle stelle… è qui… siamo in Lui… viviamo nella sua vita. Non me lo spiegavo. Ho dovuto incontrare i focolari per capire meglio tutto que-sto. Per la verità, li avevo incontrati qualche mese prima, ma mi ero tenuto molto a distanza. Poi ho intuito: questi sanno spiegarmi il mio processo interiore.
            Questa mia esperienza non è avvenuta in una chiesa, non parlava-mo in senso stretto di cose religiose, ero nella normalità, nella quotidianità. Però era piena di Dio! La quotidianità può essere piena di Dio, se io vivo così, se noi viviamo così. Sentivo: però ci vuole anche la reciprocità, non ba-sta che solo io viva così perché questo accada. Era per me sperimentare vera-mente: “Il cielo può essere sulla terra!”. E non in una chiesa soltanto, ma nel quotidiano. Da quel momento Dio non era più una parte della mia vita. Subito ho cominciato a mettere in questione tutto. Sapevo: mi sposerò… poi diventerò economista… avevo i miei piani… tutto programmato… E inve-ce: carta bianca… fai di me quello che vuoi! Io devo vivere per questo. Non so come, ma il senso della vita è questo: devo vivere per il cielo sulla terra. Voglio vivere, posso vivere per il cielo sulla terra.
            Se noi siamo questa realtà, allora nella sfida sociale e multicultu-rale, si vede ciò che fa la differenza, ma nel rispetto e nella stima degli altri: indù, buddisti, chi non crede, ma possiede i valori… quante persone meravi-gliose ci sono! Se noi siamo questa realtà, loro sentono che lì è la loro casa. Sentono un’attrattiva.         
            Penso che padre Brendan ve ne abbia parlato. Ricordo di un simpo-sio che abbiamo tenuto con indù e buddisti. Un giorno un indù mi ha confi-dato: qui ci sono vibrazioni straordinarie! Sentivano Dio! Erano forse più sensibili di noi. Ricordo che Chiara ci aveva preparati a questo simposio: loro espongono la loro fede, la loro visione, e noi la nostra. Però voi mettevi ad amarli più che potete e teniamo Gesù fra noi! Non siamo qui per un in-contro culturale, un convegno: buttatevi ad amarli più che potete, a fondo perduto, disinteressatamente. Si preparava per questi monaci il cibo come doveva essere… prima di mezzogiorno, perché dopo il pranzo essi non devo-no più mangiare.
            A un certo punto mi hanno chiesto se potevo andare all’aeroporto a prendere una giovane tedesca, che veniva a trovare il suo maestro, uno di questi monaci. L’ho accompagnata, l’ho ascoltata, l’ho portata al nostro cen-tro a Castel Gandolfo. Quella giovane vede il suo maestro, si inginocchia davanti a lui, si inchina con la testa a terra. Mi dico: mio Dio, questo è trop-po… basta, basta con questo amore… così noi ci rimettiamo proprio… vera-mente vacillavo, perché questi erano convinti delle loro cose.
            Dopo quattro giorni, alla conclusione del simposio, hanno fatto le loro dichiarazioni: abbiamo capito: il cristianesimo è la religione dell’amore! Questo amore noi lo vogliamo portare dappertutto. Un monaco ha presen-tato la sua ciotola vuota e ha chiesto: mettetemi qui dentro il crocifisso!
            Non dobbiamo aver paura, ma dobbiamo ‘essere’. Chissà cosa Dio vorrà ancora fare. Chissà come lui pensa di mettere insieme questo mondo. L’importante è che siamo quello che dobbiamo essere. L’importante è che ci sia questo granellino di senapa, che contiene il DNA trinitario, o potremmo anche dire il virus trinitario. Se, ovunque voi siete, siete così, se vivete così, c’è il virus trinitario che agisce… vediamo se gli altri resistono.
            Si tratta di passare dal concepirci chiesa come una realtà compatta: questi sono dei nostri, questi no… a diventare chiesa-lievito. Per questo dobbiamo avere una vita profonda, forte, altrimenti ci perdiamo. Gesù parla del regno di Dio come lievito, come luce che penetra nelle tenebre… come sale che si dissolve e dà la vita… Siamo solo all’inizio. Insieme ci lasciamo guidare.

3.         Scenario dei mezzi di comunicazione - Tutti sappiamo che oggi è nato – potremmo dire – un secondo mondo: l’internet. Uno rimane nella sua camera e da lì comunica con una persona che è chissà dove. Non ci sono più migliaia di chilometri, la distanza è annullata. I mezzi di comunicazione creano un modo di essere diverso. Ogni persona oggi, può essere in contatto, senza muoversi da casa, con persone di tutto il mondo.
            I Lineamenta dicono che questi mezzi sono sempre più il luogo della vita pubblica dell’esperienza sociale. In questo periodo, qui in Italia, molti deputati comunicano su facebook o su twitter… prima facevano comizi… Sono campi nuovi. Quale parrocchia arriva lì? Di quale parrocchia, di quale diocesi fanno parte? Questi campi richiedono nuovi modi di essere presenti. Si chiede a noi di mescolarci in mezzo a tutti, con le nostre cose, con la no-stra vita, per portare anche lì la luce del vangelo. Questo non lo può fare solo il vescovo, i sacerdoti o le suore. Si chiede ai credenti l’audacia di abitare questi nuovi areopaghi, trovando gli strumenti adatti per rendere udibile anche in questi luoghi ultra moderni il patrimonio custodito dalla tradizione cristiana.
           
4.         Scenario Economico  -  Ci troviamo in una situazione molto critica. Da quando è stato scritto questo documento, quasi un anno fa, la situazione è diventata molto più incerta. Dentro questo scenario, qual è il nostro contributo di cristiani? C’è la dottrina sociale della chiesa, c’è la “Caritas in Veritate”, c’è l’Economia di Comunione… ve ne avrà parlato don Silvano e padre Brendan. Nel campo dell’economia ci vuole un rove-sciamento. Quando l’economia è impostata sull’interesse, è fondata su un principio egoistico: si vede sempre di più che non può funzionare. Sembrava funzionare, ma non funziona.
            Ci vuole un’altra visione, un altro modello, dobbiamo cercare di portarlo. Ma non lo si può portare solo a parole, bisogna portarlo con i fatti, a cominciare dalle nostre opere di chiesa. Non possono seguire la stessa logica. Dobbiamo dare a queste opere un timbro evangelico: della condivi-sione, della cultura del dare… e mostrare che funziona. Poi, per noi, c’è la legge della provvidenza, il centuplo. Non sono concetti solo spirituali, sono anche concetti umani. La sfida è che questo dobbiamo farlo vedere.
            Ieri, quando visitavo la vostra casa, mi dicevo: è tenuta bene. Non è questa una testimonianza del centuplo? Siete corse dietro ai soldi? Quando noi viviamo il vangelo, ci doniamo agli altri… quanti beni ci vengono dona-ti! Con tutti i limiti che possiamo avere come chiesa, le persone vogliono lasciare questi beni alla chiesa o a una famiglia religiosa o a un movimen-to… Chi lascia i suoi beni al comune, alla regione? E’ in atto un fenomeno che dobbiamo evidenziare, dobbiamo viverlo sempre meglio, perché anche quei beni che ci vengono donati, li dobbiamo vivere nella logica della condi-visione.
5.         Scenario della Ricerca Scientifica e Tecnologica - Osservano i Lineamenta che è facile, in un contesto digitalizzato, fare della scienza la nostra nuova religione, alla quale rivolgere domande di verità e attese di senso. Viviamo in un mondo tanto complesso, ma anche ricco di possibilità, perché posso comunicare oggi con chi voglio nel mondo, posso interessarmi di questo o di quello… prima non era possibile. Tutto può av-venire a casa mia, non devo andare in nessuna biblioteca, non devo andare al cinema, non devo acquistare un libro, non devo partecipare a una con-ferenza… posso fare tutto questo a casa mia.
            Il rischio è che ad un certo punto uno è preso da queste cose, tutta la giornata è piena e sembra che riempia la vita. Invece uno si accorge che tutto questo svuota… Penso che prima o poi finisce per scattare il desiderio di cercare di nuovo, nasce una nuova sete… Ma noi sapremo rispondere? Sapremo far vedere il bello del cristianesimo? Sapremo far vedere che questo è il pane di vita? che questa è la carne di Gesù per la vita del mondo?... non solo per la vita religiosa… per la vita del mondo!… per tutti gli aspetti della vita.

6.         Scenario politico – Penso che non ci vogliano molte parole per farvi cogliere la complessità dell’attuale situazione. Anche in questo campo viviamo la tristezza del modello antropologico sottostante… un modello, una visione della vita, dei rapporti… egoistico, egocentrico… un modello collettivo di popolo… Non ci pensiamo neppure… noi stiamo bene: non ci pensiamo neppure da dove vengono le materie prime, in quali condizioni sono state procurate. Facciamo tanta fatica a lasciarci coinvolgere… La si-tuazione climatica peggiora… ma noi intanto andiamo avanti, non pensia-mo a chi viene dopo di noi. In un contesto così, Chiara lanciava una visione politica nuova. Diceva: … che cos’è la politica? E’ l’amore degli amori! E’ l’amore che deve rendere possibili tutti gli altri amori: deve rendere possibile l’amore in famiglia, l’amore nella vita sociale, l’amore in tutti gli ambiti… la politica deve rendere possibili i rapporti, facilitarli, sostenerli, servirli… e non servirsi dei beni, degli altri o delle situazioni.

Le sfide dentro la Chiesa

            Davanti a questi scenari, che sono seri e sfidanti, il sinodo dice: ci vuole una nuova trasmissione del vangelo. Bisogna riannunciare Gesù e il suo vangelo. Però la sfida non è solo esterna, la sfida è dentro la chiesa. La nuova evangelizzazione è lo stimolo di cui hanno bisogno comunità stanche e affaticate, per riscoprire la gioia dell’esperienza cristiana, per ritrovare l’a-more di un tempo, che si è affievolito.
            Le sfide non vengono solo da fuori, vengono anche da dentro. Non siamo quelli che potremmo essere. Ci siamo un po’chiusi, ripiegati su noi stessi. Abbiamo in mano il vangelo, ma lo sentiamo? Lo leggiamo? Lo vivia-mo? Lo mettiamo in circuito? Il vangelo è il codice della nostra vita. I Li-neamenta dicono con coraggio: la prima domanda da affrontare è una doma-nda della chiesa su di sé.
            La domanda circa la trasmissione della fede non deve diventare una ricerca di strategie comunicative efficaci… Ma deve essere declinata come domanda che riguarda il soggetto incaricato di questa operazione spirituale: la chiesa che deve evangelizzare. Il problema dell’infecondità dell’evangeliz-zazione oggi, riguarda la capacità o meno della chiesa di configurarsi come reale comunità, come vera fraternità, come corpo e non come macchina o azienda. Per rispondere alle sfide esterne, dobbiamo prima domandarci e ri-spondere se noi all’interno viviamo veramente la Parola di Dio, che ci porta ad essere luogo di rapporti nuovi, luogo dove si vedono: molti e diversi, un cuor solo e un’anima sola. Con una espressione forte, i Lineamenta dicono: l’ordinaria amministrazione non basta più, non basta più portare avanti le cose come si è sempre fatto, non basta la routine.
            La nuova evangelizzazione è il contrario dell’autosufficienza e del ripiegamento su se stessi. Essa riconosce che le sfide mettono in discussione pratiche consolidate, indeboliscono percorsi abituali e ormai standardizzati. Occorre uno spassionato discernimento – quello che voi state facendo – cioè una attenta riflessione e poi… decisioni.
            Il primo passo da fare è un momento di autoverifica e purificazione. Riconoscere le tracce di paura, stanchezza, stordimento, ripiegamento su di sé, che la cultura dentro la quale viviamo ha potuto generare in noi.
            Il secondo passo è individuare nuove vie, nuove espressioni, nuovi modi di essere chiesa. Se questo è il tempo di un nuovo avvento di Dio, dobbiamo credere che è anche un tempo in cui rifiorisce un nuovo modo di essere chiesa. Dall’antico tronco, dalla radice evangelica originaria, potrà crescere, svilupparsi un nuovo modo, che non può essere quello di ieri, che non può essere quello della cristianità dove, come chiesa, avevamo più o me-no tutto in mano. E’ un nuovo modo di essere chiesa… Una chiesa più lievito, meno istituzione, anche se l’istituzione ci vuole… una chiesa-vita, un chiesa-rapporti nuovi, una chiesa-comunione. Purché comunione non sia una parola vuota. Purtroppo di questa bellissima realtà della chiesa-comunione se ne è parlato talmente tanto, e troppo poco vissuto, che alle volte diciamo che è diventata come una moneta che ha perso valore. Uno dice comunione e l’altro capisce utopia… perché non si esperimenta abba-stanza… forse dobbiamo usare altre parole, ma creare questa realtà.      
            La chiesa è rapporti, perché Dio è amore, è rapporto. La chiesa è comunità d’amore, è rapporto. Poi di una rete di rapporti fa parte anche la dimensione istituzionale. Questi rapporti nascono dalla Parola di Dio, dai sacramenti… quindi dal ministero… Però il mondo vuole trovare tra noi questi rapporti nuovi. Vuole che siamo profezia di questa umanità fraterna, umanità famiglia. Qualcuno ha detto che la chiesa è stata la prima realtà della storia ad agire a livello mondiale, molto prima della globalizzazione. Però dobbiamo far vedere che siamo una rete mondiale di dono reciproco, un lievito mondiale, l’anima di rapporti fraterni.
            Non sappiamo in tutti i dettagli come sarà questo nuovo modo di essere chiesa. Sarà certamente diverso da società a società. In Africa sarà di-verso dall’America Latina o dall’Europa Occidentale, dove siamo così seco-larizzati. Non dobbiamo aver paura di veder morire certe cose. Con padre Brendan tante volte ci diciamo: la chiesa in Europa vive oggi una grande crisi. Ma è una crisi della chiesa o è una crisi di un modo di essere chiesa? Noi siamo convinti che la chiesa non muore. Anche voi avete scritto che un carisma non muore. Forse muore un certo modo di essere chiesa.
            C’è un modo di essere chiesa che io ho esperimentato da ragazzo. La domenica, in famiglia, tutti vestiti bene, nessuno lavorava, si andava in chiesa insieme… arrivavano altre famiglie… Forse questo è irrecuperabile al momento presente, almeno in tanti posti… Si tratta di scoprire nuovi modi di essere chiesa, e ce ne sono tanti. Il sinodo vuole arrivare a questo. Penso che in tanti posti, anche dove siete voi, ci sono piccole comunità cri-stiane, in un modo o nell’altro… Se hanno l’anima giusta… vivono un mo-do nuovo di essere chiesa.

Lo stile globale della nuova evangelizzazione… 

            Un primo grande tema è quello degli scenari. Un altro grande tema è quello della iniziazione cristiana, dell’approfondimento della fede, del primo annuncio, della catechesi… Ma ciò che ha attirato in particolare la mia, la nostra attenzione, è lo stile globale nell’evangelizzare. Questo stile deve essere insieme: pensiero e azione, vita interna delle nostre comunità e slancio missionario, comportamenti personali, come io mi muovo nel quo-tidiano, e testimonianza pubblica. L’accento è posto sempre sullo stile perso-nale e comunitario, ecclesiale. Cioè sul comportamento del singolo, da per-sona a persona, ma anche su una realtà che avviene comunitariamente.
            Abbiamo appena pubblicato un libro, il cui titolo è: “Una buona notizia”, con il sottotitolo: “Gente che crede, gente che muove”… gente che non lascia le cose come sono. In questo libro abbiamo raccolto, a livello mon-diale, tante esperienze, attraverso il Movimento dei focolari, sulla nuova evangelizzazione. Sono 94 esperienze e 220 piccole frasi che ispirano… E’ un libro pensato per la gente, per le famiglie, per i giovani… un libro da comodino: al mattino ti alzi, apri e trovi qualcosa… oppure la sera prima di addormentarti… Lo metti nello zaino con cui vai a scuola e, mentre aspetti il bus, puoi trovare qualcosa che ti ispira, ti fa coraggio, ti rende più missionario, più evangelizzatore, nel quotidiano…
            E’ fatto di due parti. La seconda è tutta sugli senari: se ne parla, non con teorie, ma con esperienze. La prima parte è: “Questione di stile”. Come assaggio, pensavo di leggervi qualcosa. Partiamo da un bambino del Camerun, di nome John: “E’ notte fonda. Improvvisamente qualcuno spalanca con forza la porta di casa: ‘Tutti a terra!’ gridano. Sono banditi. Afferrano Marie-Francis, la mia sorellina piccola, la chiudono dentro l’armadio. Frugano dappertutto, prendono giacche, la radio, lo zaino di papà… Non trovano soldi perché siamo poveri. Allora tirano fuori dall’ar-madio Marie-Francis e uno di loro, con un grande coltello in mano, minac-cia: “O ci date i soldi, oppure…”. Mi alzo. Il coraggio mi viene da Gesù. Proprio quel giorno ci eravamo proposti di vederlo e amarlo in tutti. Guardo quell’uomo fisso negli occhi e gli dico: ‘Questo tu non lo puoi fare! Io lo so, in te c’è Gesù!’. Il bandito mi guarda a bocca aperta, poi mette a terra la mia sorellina. Fa un cenno al suo compagno ed escono senza portare via niente. Lasciano pure i pochi spiccioli che avevano preso dal borsellino della mamma”. Questo è un ragazzino. Un terzo delle esperienze qui riportate sono di bambini, ragazzi e giovani.
            Un’altra testimonianza è di una religiosa. Il titolo è “Sorelle dei piccoli”. E’ introdotta da una frase tolta da VC 45: “Per presentare all’uma-nità di oggi il suo vero volto, la chiesa ha urgente bisogno di… comunità fraterne, le quali con la loro stessa esistenza costituiscono un contributo alla nuova evangelizzazione”. E’ questo il pensiero della chiesa sulla vita con-sacrata: mostrare in modo concreto, con la stessa esistenza, i frutti del comandamento nuovo di Gesù.
            Una religiosa, delle suore del Bambino Gesù, quattro secoli dopo la partenza per il cielo del beato Nicola Barré, rivive la sua avventura nel cuore di Napoli, in mezzo ai piccoli, a coloro la cui dignità non è riconosciuta e rispettata. Le sorelle della comunità vivono in mezzo a loro, in maniera disinteressata e per amore. Narra l’esperienza di unità vissuta tra loro: Gesù crocifisso e abbandonato, presente nelle piaghe della società, le aiuta a scoprire, nel suo dolore, la chiave di volta di ogni dolore, sapendo che l’ultima parola sarà la Vita. La loro testimonianza è parola vissuta, nella luce di quanto dice  Klaus Hemmerle: “Il divario fra Parola e vita, tra Parola e mondo immaginario della nostra vita richiede una nuova Bibbia dei poveri’. Questa non può consistere però in immagini: essa deve venire scritta con la vita; con quella vita che noi viviamo ciascuno personalmente, ma anche comunitariamente. La chiesa è chiamata ad essere icona sociale del vangelo”. La chiesa è icona di rapporti. I rapporti sono icona della Trinità.

Dialogo per crescere insieme …

°          Lei, ieri sera, mettendo l’intenzione dell’eucaristia, ha citato anche il vescovo di Carpi. Diceva: non sia questo solo un tempo di distruzione, ma un tempo provvidenziale per costruire qualcosa di nuovo.
*          Il vicario generale di Carpi, un sacerdote focolarino, lo conosco bene. Mi ha confidato: nella diocesi, di 50 chiese, 45 sono totalmente inagibili, 20 addirittura crollate, 2 sono chiuse perché non si sa se sono sicure. Solo 3 chiese sono rimaste illese. Concludeva: qui siamo chiamati a capire che la chiesa non si regge sugli edifici ma sui rapporti. Fare questa esperienza può diventare una occasione di rinascita. E’ stato un crollo drammatico. I sacerdoti sono veramente disperati, vengono invitati come ospiti in altre diocesi. Rispondono: no, vogliamo stare con la nostra gente. Tanti sacerdoti non hanno più niente.
            Questa luce nasce dal mistero pasquale, dal credere che comunque Dio è Amore. Dio è più grande del negativo. Anche il vescovo, arrivato da solo tre mesi ha perso la casa. Vive presso una famiglia. Le suore che la-vorano con lui vivono da un’altra parte. Il mio amico riesce a infondere speranza e vita a tutti.
°          Ero presente durante il terremoto in Friuli. Il primo ad accorrere in mezzo alla gente è stato il vescovo. Ha continuato a ripetere: prima le case, dopo le chiese. Abbiamo visto che lì la chiesa era veramente in prima linea nell’aiutare la gente. I conventi hanno aperto le porte per ricoverare malati… è stata una vera corsa della carità, un esempio molto bello.
°          Anche durante l’alluvione a Vercelli abbiamo vissuto con il vescovo e i seminaristi il soccorso in prima linea.
°          Io credo che in queste situazioni nasce spontanea la solidarietà.
*          Perché noi siamo fatti ad immagine di Dio. Nel profondo di tutti c’è questa chiamata a donarci e a ricevere il dono. Anche la famiglia è espres-sione di questo. Se oggi è così in crisi, è segno che ci si allontana da questa radice profonda. Proprio nelle situazioni difficili si tratta di riuscire a far vedere che il vangelo è lievito, è annuncio, che l’amore è possibile, che è possibile essere fedeli. Non a caso con Gesù nasce la monogamia. Non è una cosa possibile con le sole forze umane. Però, in situazioni drammatiche, cadono tante cose ed emerge il fondo della persona. Viene fuori la chiamata alla fraternità.
°          Questa mattina mi ha colpito il passaggio che è avvenuto dentro di lei. Lo ha chiamato una illuminazione. Penso che meriti di fermarsi un attimo. Perché può essere alla radice di un cambiamento radicale anche nel modo di vivere i nostri rapporti, in particolare in questo momento del capi-tolo. Se noi, come diceva lei, evangelizziamo alcune fette della nostra vita e altre vanno per conto loro, ci siamo allontanate dalla radice. Mi pare di aver capito che tutto è scattato nel momento in cui lei ha scoperto il rapporto in luce trinitaria. Quando noi, come adesso, parliamo di contenuti, ci viene abbastanza facile il rapporto positivo. Quando invece siamo chiamate ad affrontare problemi o situazioni difficili, con idee discordanti, modi di vedere diversi, ecco lì possiamo vivere il rischio dell’attaccamento al proprio modo di vedere, di giudicare, di decidere. Mi sembra sia questo il capovolgimento: incominciare a trasferirmi nell’altro, come ha detto lei. Il che vuol dire pensare dentro l’altro, ascoltarlo nel vuoto, lasciare che venga fuori tutto il pensiero dell’altro, prima di donare il mio. Non è tanto facile abituarci a questo perché si viene presi dalla immediatezza, dalla logica e non si crede abbastanza alla novità che invece può scattare nel rapporto.
*          Si, è così. Ogni volta rischiamo di seguire una luce che ci sembra di vedere. Ma un’altra cosa è quando veramente mettiamo in comune la luce e anche il buio… e lo doniamo… e poi lasciamo che Gesù fra noi ci indichi la strada.
°          Padre Brendan ci ha aiutato a scoprire che l’altro è un altro me. Tornata a casa sono entrata in crisi. Mi blocco quando scopro che è difficile annientarmi per l’altro. Sento che questo svuotamento per l’altro è un dono da chiedere..
*          E’ molto importante quello che dice. Gesù non ti indica la via dell’amore, ti dona la sua vita, altrimenti saremmo ancora nella legge. Paolo insiste: non la legge ma la grazia. Quello che non saremmo capaci di fare con la legge, la grazia ce lo dona. E’ questa la realtà battesimale. Padre Brendan ha parlato con voi del patto tra le persone. Ma il primo patto è quello battesimale, l’alleanza con Dio, il nostro essere innestati in lui. Paolo lo dice così: siamo con-morti, con-risorti con Cristo. Quando ci scontriamo con il nostro limite o con quello altrui, bisogna sempre tornare lì e dire: io non sono capace, ma mi metto in Te, lascio che tu produca questo da me. E’ un affidamento. Nasce dalla fede.
            Quando don Silvano è partito per il paradiso, e arrivavano tutte le testimonianze su di lui, veniva da chiedersi: ma come ha potuto un uomo amare così tante persone?! E mi veniva da dire: ma questo non l’ha fatto solo con l’amore, l’ha fatto anzitutto con la fede. Un amore sostenuto dalla fede, quella fede che ti dice: nulla è impossibile a Dio. A me non è possibile.
            Gesù lo dice chiaramente: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli”. Gli apostoli rispondono: ma allora, chi si può salvare? E Gesù: ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio. L’aveva detto anche al giovane ricco: perché mi chiami buono? Uno solo è buono: Dio! Noi non riusciamo ad essere come Dio ci vorrebbe, come Dio ci ha creati. Ma siamo capaci se innestati in Gesù. E, ‘innestati in Gesù’ vuol dire anche ‘innestati nella comunità’, nella quale circola questo amore. Allora diventiamo veramente la punta del cuneo. In quella situazione io sono la punta.  però dietro c’è Gesù, dietro c’è la comunità-Gesù.
            Ricordo che nel giorno della mia ordinazione sacerdotale, entrando in cattedrale, vedevo tante persone: molte conosciute, altre sconosciute e anche persone un po’ strane. Sentivo dentro di me che Gesù mi chiedeva: sei pronto a dare la vita per tutti questi? Sicuramente non sono capace… Poi, procedendo nella navata centrale, vedevo che davanti a noi c’era il Crocifisso… Allora capivo: “mettiti in me, e ci penserò io!”. Il cristiano è un martire. E’ uno che dà la vita. Però non è lui che sa farlo. E’ Gesù in noi che ci porta a questo.
            La prima cosa da fare è rinnovare questi atti di fede. Per dirlo in un altro campo: ci sono certe giornate così piene, così complesse, che arrivo alla preghiera o alla messa e continuamente mi distraggo. Mi dico: devo rimet-termi… mi rimetto... un attimo dopo mi accorgo: dove sei finito di nuovo con i tuoi pensieri? Mi ripeto: non riesco… non riesco a raccogliermi… Ad un certo momento mi dico: ma se non riesco a raccogliermi, sono un’im-magine di Gesù sofferente, di Gesù crocifisso. Amo di essere così, perché Lui si è identificato con me, Lui si è fatto peccato, quindi Lui si è fatto anche distrazione. E’ arrivato al punto di non vedere più il Padre, di non sen-tirlo… era distratto… io mi unisco a Lui: sono contento di essere come Te! Puntualmente lì… scatta l’incontro… finisce la messa o la preghiera e mi dico: ma poi sono riuscito a raccogliermi, ma come? Nasce lì questo passaggio…
            Il nostro esegeta Gérard Rossé dice: “La morale cristiana non è una morale delle virtù, ma una morale pasquale”, un morire e risorgere. Le virtù vengono di conseguenza. Però il dinamismo non è quello di qualcosa che costruisco io, ma è rimettermi sempre in Gesù, morto e risorto. Morire e risorgere con Lui, accettando anche il limite, la vergogna di dire: non sono capace… ho il rancore dentro… A volte nasce un giudizio, un rancore… penso siano cose che succedono anche tra voi o con altre persone… e uno dice: devo perdonare… un momento dopo riemerge il sentimento negati-vo… devo perdonare… allora uno aspetta uno o due giorni perché passi… Oppure accetti: sono contento di non essere capace di perdonare, perché Tu hai redento anche questo. Io là incontro Te. Sono contento di essere in questa situazione triste, pieno di vergogna: mi butto nelle tue braccia. Poi uno dice: ma dov’è andato ora il mio negativo?
°          Una laica consacrata, D.na Izaura, tutte le mattine si ferma, dopo la preghiera a pulire la cappella, come un rito. Le diciamo: non c’è bisogno di spazzare tutte le mattine… E lei: io lo faccio perché il Signore possa spaz-zare dentro il mio cuore e purificarlo…
*          E’ difficile credere che quando sono debole è allora che sono forte. Proprio in quei momenti, quando arriviamo al nostro limite, ci scontriamo con il nostro carattere, dobbiamo fare i conti con un sovraccarico, che ti fa perdere la pazienza, oppure ti scoraggia, dici: basta, sono stufo, chi me lo fa fare… E’ importante renderci conto che proprio questi possono essere mo-menti d’oro della nostra vita, momenti in cui, nudi, piccoli, poveri, limitati, ci buttiamo nelle braccia di Gesù, che si è fatto piccolo, povero, come noi e per noi. Quello che facciamo nel sacramento della riconciliazione, lo dob-biamo vivere anche nel quotidiano: buttarci nelle braccia di Gesù miseri-cordia… e da lì rinascere… non siamo degli eroi.
°          Padre Bojan ci invitava a fare ogni sera la sepoltura delle mancanze della giornata…
*          Anche Gesù ha perduto il Padre, però poi ha detto: nelle tue mani affido il mio spirito… in Dio mille anni sono come un giorno solo…
°          Tante volte vogliamo risolvere noi le cose. Si tratta di non volere che le cose siano perfette, ma accettare che la cosa più bella è l’aver riac-quistato il rapporto nuovo con Gesù.
*          Crederci … crederci …
°          E’ essere presenti all’attimo presente, alla novità dell’attimo pre-sente. Questo ci aiuta a non rimanere nelle situazioni passate.
*          Chiara diceva: non dobbiamo rimanere nella macchina, cioè crogio-larci, ma: entra, riconosci il negativo, dagli il nome, abbraccialo, però poi buttati ad amare. Quando hai l’anima un po’ a pezzi, ti senti sotto terra, in quel momento buttati ad amare. Non puoi farlo forte di te stesso, lo fai dicendo: è già tutto custodito, è già tutto redento, come diceva don Silvano. Allora mi metto ad amare, ma non in virtù delle mie possibilità, della mie capacità, ma per lui.
            C’è stato un periodo della mia vita, proprio quando avevo conosciu-to questa via nuova concretizzata nell’ideale del movimento dei focolari. Cercavo di viverlo. Capivo: la vita è amore, la vita è amare, sono i rapporti. Però io sono un po’ perfezionista come indole. Stavo sempre a vedere se riuscivo o se non riuscivo. Il più delle volte avevo l’impressione di non riu-scire. Detto con una immagine, vedevo il rapporto verso l’altro come un ponte. Avevo l’impressione: non arriverò mai dall’altra parte… rimango ancora dentro di me, legato a me. Stavo a vedere: forse questa volta riesco… no, non riesco… e sempre più mi dicevo: la vita è donarsi. La salvezza è nell’amore, è nel dono reciproco, però io non sono capace. Ho scoperto la vita, ma non sono capace di viverla.
            Era una esperienza dolorosa, perché mi sentivo come un escluso e mi angosciavo sempre più. Mi dicevo: ma come? vado bene nello studio, riesco a scrivere articoli, ho tante doti che anche altri apprezzano, ma non ho l’unica cosa che è veramente necessaria: la capacità di donarmi a fondo perduto. Mi sentivo così. E più mi osservavo, più avevo l’impressione di non riuscire. Andavo proprio in tilt… mi assaliva una angoscia terribile…
            Un giorno ci ha parlato uno dei primi focolarini e ha detto: “Gesù abbandonato, Gesù in croce, non è l’aspirina, ma è l’influenza”. Cioè non è il trucco per dire: lui è andato avanti, lui ha sopportato questo, allora anch’io devo fare così… Invece: mi abbandono a lui… vivo lui… mi unisco a lui, in questa situazione. Allora lì ho imparato. E’ stato un lavoro grande. C’è voluto tanto tempo… ricominciare sempre. In quella situazione devi imparare a dire: è lui! Sono contento di viverla.
            C’è stato un momento in cui l’angoscia mi faceva dire: io non mi salverò… oggi dovrei andare a confessarmi… è inutile andarci… tanto non ci credo che Dio mi ama… perché sono sempre lì e non riesco a credere che Dio mi può amare così… Prima cercavo di fuggire queste angosce e, più le fuggivo, più mi prendevano. Lì ho imparato: mi giro interiormente e dico liberamente: vieni… vieni… sì, vieni, vieni… Sono passati mesi e anni non facili, durante i quali penso che Dio, sotto certo aspetti, mi ha anche un po’ distrutto, smontato, ma sono stati anni in cui mi è sembrato di rinascere da Gesù in croce e anche da Gesù nella comunità, con i fratelli. Perché, se non avessi avuto amici che mi hanno sostenuto, con i quali mi potevo aprire, che mi hanno aiutato ad andare avanti… non ce l’avrei mai fatta… E’ stato importante per me scoprire che si può ripartire, che quello che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio. Cioè siamo generati da lui.


        Il mondo è di chi lo ama
                       e meglio sa dargliene  prova

            Abbiamo tentato di aprire l’orizzonte, di guardare la realtà in modo tanto diverso da quello previsto: insieme ci siamo lasciati condurre. Sono grato di ciò che voi avete comunicato, delle vostre esperienze, domande, considerazioni… Ho telefonato ai miei fratelli di Roma e ho raccontato per filo e per segno come stava andando. Vi salutano e  la loro impressione è che qui mi sto riposando. In realtà con voi non mi sono stancato, la comunicazione è stare insieme in una realtà, considerarla, lasciare che si apra, goderla. Quando ci lasciamo condurre, siamo all’unisono, al di là di tutte le distanze.
            “Il mondo è di chi lo ama e meglio sa dargliene prova”: può essere il titolo di questo nuovo incontro. E’ una frase di Chiara. Il mondo non è di Obama, non è dei cinesi, non è della finanza, non è della massoneria… “Il mondo è di chi lo ama e meglio sa dargliene prova!”. Non basta amarlo, bisogna anche mostrarlo con i fatti. E’ una traduzione per i nostri tempi e per la nostra vita della parola di Gesù: “Confidate, io ho vinto il mondo!”. Però Gesù lo vuole vincere attraverso di noi, attraverso la nostra vita.

*          L’autenticità  -  Il mondo di oggi guarda ai fatti, non ai discorsi. Quando lavoravo in parrocchia, un giovane mi diceva: ci può dire tutto quello che vuole, qualsiasi cosa… Anche quando alla TV dicono che un dentifricio è il migliore, lo dicono in modo tale da fartelo credere, poi magari non è vero. La gente oggi ne ha viste di tutti i colori. I romani poi, per esem-pio, sono molto terra terra, perché lungo la storia ne hanno viste così tante anche da parte della chiesa che non si impressionano più.
            Il mondo guarda ai fatti. Vuole vedere, vuole toccare. Il mondo di oggi esige da noi l’autenticità. In questi tempi sono emersi, nella chiesa, tanti fatti tristi. Pensiamo agli abusi: questa ondata che penso anche voi avete condiviso in modo speciale con il dolore della chiesa in Irlanda. Ora con quanto è successo in Vaticano… Tutto questo è una perdita di credi-bilità incredibile. La Chiesa ha accumulato tanto credito storico: ce l’aveva e ce l’ha ancora. Di questo credito, di questa fiducia, tanto è stato distrutto in questi anni. Forse ci sono dietro delle forze che hanno provocato un po’ tutto ciò. Siamo nelle mani di Dio. In fondo questo ci taglia tutta una storia gloriosa e ci dice: non riposatevi sulle glorie passate! Conta il tempo presen-te: adesso, tu come sei? Come siete?
            Siccome ora abbiamo un credito negativo, una prevenzione nei confronti della chiesa, questo ci porta a “essere”, ci porta ai fatti. Guardan-do bene questa realtà dalla prospettiva di un discepolo di Gesù, abbiamo un vantaggio, perché ci sfida ad essere Parola viva. Quando ho visto che voi, nel Capitolo precedente 2006, avete cominciato a puntare tanto sulla Paro-la, sul vivere la Parola, ho esultato. Mi sono detto: queste sorelle sono sulla via giusta. Certo non si tratta solo di meditare la Parola, di contemplarla, ma anche di metterla in pratica.
            Il primo capitolo del nuovo libro ‘Una buona notizia”, è sull’auten-ticità. Vi leggo due citazioni. La prima è di san Clemente Romano, Papa vissuto alla fine del I secolo. Dice: “Quando i pagani ascoltano dalla nostra bocca i detti di Dio, ne ammirano la bellezza e la grandezza; ma quando poi si rendono conto che le nostre opere non corrispondono alle nostre parole, allora cambiano idea e cominciano a bestemmiare, dicendo che il cristia-nesimo è solo un mito e un inganno”.
            Un altro brano è tolto dalla esortazione post sinodale di Paolo VI, Evangelii Nuntiandi 76: “Il mondo esige e si aspetta da noi semplicità di vi-ta, spirito di preghiera, carità verso tutti e specialmente verso i piccoli e i poveri, ubbidienza e umiltà, distacco da noi stessi e rinuncia. Senza questo contrassegno di santità, la nostra parola difficilmente si aprirà la strada nel cuore dell’uomo del nostro tempo, ma rischia di essere vana e infeconda”.
            Ricordo un fatto. Dopo la morte di don Silvano, quando sono stato chiamato a prendere la responsabilità del centro sacerdotale, mia madre, due sorelle, un fratello, dicevano:  dobbiamo andare a vedere che cosa è successo, dove vive, con chi vive, dove lavora: arrivava l’ispezione familiare. Mio pa-dre è già in paradiso. Sono stati due o tre giorni molto belli. Mia madre aveva detto che non sarebbe venuta più a motivo dell’età, ma con il cambio di casa non previsto, doveva venire a vedere che cosa era successo a suo figlio. Abbiamo avuto l’occasione di visitare la casa di Chiara. Le focolarine l’hanno lasciata com’era. Nella casa accolgono persone sia del movimento, sia personalità. E’ stata una visita molto bella: un immergerci nel quoti-diano, nella normalità, con cui ha vissuto Chiara. Uscendo abbiamo incon-trato una delle prime compagne di Chiara, Gisella (Gis). Ha compiuto recentemente 90 anni. In questi ultimi anni ha perso quasi totalmente la memoria. Quello che avviene anche minuti prima non lo ricorda, però è tutto ‘carità’, è viva. Un anno dopo la morte di don Silvano siamo andati a portare un fiore nella casa di Chiara, perché don Silvano era molto legato a Chiara. Gis ci ha detto: ho imparato da Chiara una sola cosa. Volevo proprio capire che cosa aveva imparato avendo vissuto circa 50 anni con Chiara. Ho capito che per essere unita a lei devo vivere solo Gesù abbandonato!
            Quando con i miei siamo usciti dalla casa di Chiara, Gis stava arrivando accompagnata sotto braccio da una focolarina. Subito ha comin-ciato a salutare i miei familiari, a interessarsi a loro: chi siete? Che bello! Li ha abbracciati e baciati tutti con molto affetto, ci siamo salutati e dopo pochi passi, mio fratello ha esclamato: autentica al 100%! Ha colto l’essere, che non dipende neanche dalla perdita di memoria. Gis vive nel presente e nel presente si rapporta nell’amore. Mi ha fatto impressione.

*          Comunione di esperienze -  E’ importante l’autenticità, esse-re, vivere. Però è importante anche parlare di quello che viviamo, dirci le nostre esperienze. Non so come avviene tra voi. So che nei seminari e tra i sacerdoti si parla di tutto, tranne che della propria esperienza di Dio. Si parla della liturgia, del vescovo, della diocesi, della politica, dello sport… uno può fare anche cinque anni di seminario con un altro e non sapere come è stato preso da Dio, com’è la sua vita con Dio. Oppure può succedere che delle persone hanno un rapporto con Dio, ma non hanno una storia con Dio. Lo vedevo accompagnando i seminaristi. Pregano, fanno adorazione, ma non hanno una storia, non sanno quando hanno incontrato Dio, quali passi ha fatto fare loro, che cosa ha operato, come li sta conducendo, perché non comunicano. La religione biblica è tutta una storia con Dio. E’ storia della salvezza. Questi non hanno la loro personale storia di salvezza. Tutto il vangelo è il racconto dell’esperienza degli apostoli con Gesù. Le Lettere di Paolo sono piene della sua esperienza. Gli Atti degli apostoli sono un gran-de racconto. Quanto è importante parlare di quello che viviamo con Dio!
            Arrivando da voi ho sentito il racconto della vostra vita: ciò che è successo nei capitoli precedenti, l’apertura missionaria in Congo, quello che è successo nelle varie comunità… Questa è storia di salvezza per l’oggi. Dobbiamo avere sempre il coraggio di dire queste cose. Dove vediamo Dio all’opera? E’ importante creare un ambiente in cui gli altri possano comu-nicare. Perché tra noi sacerdoti non comunichiamo? Perché l’altro ti potreb-be giudicare, potrebbe dire: chi crede di essere… si esalta… Finiamo per non dirci quello che viviamo, per non parlare dei “magnalia Dei”, delle grandi opere di Dio nella nostra vita. Il magnificat di Maria è tutto una comunica-zione dell’esperienza che lei vive. Bisogna rompere il ghiaccio. Lo vedo nella mia comunità: stiamo bene a tavola insieme anche per rilassarci, però biso-gna avere nella giornata dei momenti in cui ci diciamo come va la nostra vita con Dio, che cosa Dio sta facendo e come noi ci lasciamo coinvolgere.

°          Una sorella interviene dicendo: nella Lectio Divina c’è il momento della communicatio. La facciamo nella giornata di ritiro. Fatichiamo un po’ a tirare fuori quello che il Signore ha potuto dirci in quel giorno. Però siamo in cammino, impariamo anche a conoscere di più le sorelle. E’ la stessa Parola di Dio, però a una persona dice una cosa, a un’altra ne dice un’al-tra, la communicatio è una grande ricchezza.

            Dobbiamo creare l’ambiente perché questo possa avvenire. Avete fatto qualche volta l’esperienza di come sale il tono? Immediatamente c’è qualcosa di gioioso, di luminoso, di appassionante. Il fuoco che era sotto le ceneri si ravviva. Si sente più unione, si comprende di nuovo il perché di tante cose, ci si rende conto che abbiamo una vita fantastica, ma nella comunione. E’ importante.
            Padre Brendan vi ha parlato degli strumenti della spiritualità di comunione. Sono strumenti non solo di qualche movimento, sono strumenti di chiesa. Come santa Teresa ha scoperto luci nuove sulla preghiera che servono per tutti, come sant’Ignazio ci ha insegnato come vivere gli esercizi spirituali  e il discernimento degli spiriti, così Chiara ha avuto la grazia di offrire alla chiesa strumenti della spiritualità di comunione.
            Quello di cui la sorella ha parlato adesso, Chiara lo chiama “comu-nione d’anima”. Mettiamo in comune come va la vita spirituale, come comprendiamo le grazie, le luci, le prove… Ci sono però delle prove di cui è meglio parlare al confessore o nel colloquio personale, altre prove invece si possono condividere, soprattutto quando sono un po’ risolte o avviate verso la soluzione, per non tirarsi giù a vicenda. Certe cose bisogna dirle con amore, con umiltà, per non buttarle addosso agli altri.
            C’è poi la “comunione delle esperienze”. E’ dirci questi piccoli tratti di storia di salvezza, che avvengono anche attorno a noi. Non è il racconto degli sforzi, dei passi, dei superamenti che abbiamo fatto noi. Bensì dirci come abbiamo creduto, come abbiamo amato, come abbiamo aderito, come ci siamo lasciati guidare, muovere dalla Parola. Ma poi dirci anche come ab-biamo esperimentato che Dio risponde, che Dio agisce, che c’è il Dio vicino.
            Io l’ho sperimentato oggi con voi. Mi sentivo sprovveduto  perché ho avuto pochissimo tempo per prepararmi e mi vergognavo: come si fa a presentarsi così a delle sorelle che si preparano al capitolo? Mi preoccupa-vo… tuttavia le circostanze erano queste, ho cercato di fare il mio meglio. Quindi dovevo avere l’umiltà di accettare e amare il mio limite.
            Sperimento che Dio sta conducendo le cose e sono molto contento perché mi rendo conto che Dio agisce sul mio nulla, sulla poca prepara-zione, però messa nelle sue mani. Queste cose succedono tutti i giorni. Ce le dobbiamo dire, ce le dobbiamo donare a vicenda. E non solo a vicenda, ma donarle anche agli altri. Raccontando le esperienze, noi possiamo toccare gli altri.
            La nostra presidente, Emmaus (Maria Voce), durante questo anno in cui abbiamo approfondito la Parola di Dio, ha insistito molto sulla comunione delle esperienze. Perché rischia sempre di venir meno a causa di uno strano senso di pudore, che non è sano. Certi timori non vengono da Dio ma da un altro, il quale ha tutto l’interesse di impedirlo, perché è meglio che non circolino troppo le cose di Dio.
            Diceva Emmaus: “di fronte al relativismo, che rende oscuro e insi-gnificante ogni tentativo di spiegazione teorica o di dimostrazione logica della verità, lo Spirito Santo sembra averci suggerito l’unico annuncio che non ammette discussioni: l’esperienza vissuta!”. Può essere com-presa o meno, suscitare simpatia o rivolta, attrarre o respingere, ma non può essere messa in dubbio. Se dico: a me è successo questo: è un fatto! L’al-tro mi può dire: non mi va, non mi piace, sto alla larga… ma il mio è un fatto.
            Recentemente abbiamo vissuto insieme un incontro come collega-mento con tutto il movimento nel mondo. Avviene normalmente ogni due mesi e ogni volta si comunica anche un pensiero di Chiara. Nell’ultimo incontro, l’invito era di chiederci ad ogni occasione: sto evangelizzando? Noi eravamo immersi nel lavoro di stesura di questo libro, rinchiusi giorno e notte. Mi sono detto: sì, evangelizzo anche così, però ho pochi contatti diretti con le persone. Vivevamo insieme una giornata di ritiro: ci siamo incontrati e poi, per non fare sempre le stesse cose, perché bisogna porre attenzione anche a questo: che la nostra vita non diventi mai una routine, ci siamo detti: andiamo a prendere il caffè al bar, invece di prenderlo a casa.
            Ci siamo seduti in un angolo, abbiamo bevuto il caffè, stando semplicemente insieme. Quando sono andato a pagare, la signorina mi ha detto: stanno arrivando nuovi preti giovani? Ho risposto: ma voi cosa pen-sate dei sacerdoti? Tanti sono anziani, stanchi, perché la vita oggi è molto complicata, non solo per noi preti, anche per voi, non è così? Si corre dal mattino alla sera… siamo sollecitati da tutte le parti: cellulare, e mail, que-sto o quest’altro… non è facile.
            Sentivo che dovevo darle qualcosa, intanto si erano aggiunti altri due del bar. Mi dico: ci sono due paroline che possono aiutare molto a rovesciare le situazioni: vivere l’altro! Non ricordo più esattamente che cosa ci siamo comunicati. Ma attorno al vivere l’altro ho raccontato due o tre fatti. Gli operatori del bar, non so se sono credenti o no, ma sono rimasti colpiti. Sono bastati cinque minuti, abbiamo ringraziato e siamo usciti. E’ passato qualcosa attraverso la via dell’esperienza.
            “Il mondo è di chi lo ama di più”: se vogliamo evangelizzare oggi, è meglio dargliene prova anche attraverso il racconto delle esperienze.

*          Evangelizzare è mostrare la verità bella -  Facciamo un ulteriore passo. Dicevamo: il mondo cerca i fatti, cerca l’autenticità. Un altro aspetto è che il mondo di oggi non sembra cercare la verità: non la vogliono sentire, non vogliono essere ammaestrati, anche se Gesù ha co-mandato di andare e ammaestrare tutte le genti. Gli uomini non cercano la verità, ma la felicità. Cercano la “verità bella”, la verità attraente. Il nostro compito è mostrare la verità bella, “una verità vestita a nozze”, una verità che innamora, perché è bella. Ricordo quando lavoravo con il cardinal Van Thuan per gli esercizi al Papa: lo aiutavo a raccogliere il materiale, scrivevo in computer ripetute stesure… lui si è fatto raccogliere delle citazioni, le aveva inserite in computer… con la forbice tagliava, incollava, scriveva un pezzo… Un giorno, sorridendo, mi dice: noi lavoriamo con forbici e colla, in realtà fa tutto il Signore. Ricordo che certe volte gli dicevo: adesso va bene… la meditazione c’è… ne doveva produrre  22 in poche settimane per il Papa e per la curia. Insistevo: adesso questa c’è, andiamo avanti… no, no, diceva, non è ancora bella… era giusta, ma non ancora bella. Doveva diven-tare bella, doveva affascinare: la verità bella. Veramente noi siamo fortunati perché Dio è bello, Dio Amore è bello.

°          Una sorella interviene: quando abbiamo ristrutturato la cappella degli ospiti in casa madre, ci siamo dette: non possiamo non fare bella anche la casa del Signore. Volevamo un qualcosa di bello che attirasse. Ogni membro dell’impresa ha messo del suo… alla fine il pavimento era bello, ma era grigio. Si è detto: abbiamo fatto tutto bello, non possiamo lasciare il pavimento di questo colore, occorre un pavimento bello, dobbiamo rispar-miare da un’altra parte, ma non qui. Effettivamente la cappella è riuscita non solo bella, ma attraente. Chi passa si ferma ed è attirato dal Signore.

*          Si vede il bello nella vostra casa, ovunque si gira. Mi è piaciuta la cappella qui a fianco e anche questa sala. Questa mattina, quando sono entrato, mi sono detto: non c’è niente di straordinario, però è bello. Questi tavolini chissà da quando li avete. Non li avete buttati via. Con niente avete rifatto questo ambiente… purtroppo ci sono poche case religiose così. A volte negli istituti religiosi c’è un grande freddo: è tutto giusto, essenziale, ma non c’è il bello. Oppure è così bello, così ricco che sa di vetrina. Quando sono entrato, mi sono detto: è essenziale, però è bello, è armonioso, mi dice Dio, mi dà Dio, il Dio bello, il Dio donato… il Dio non ricco… mi attira e mi dice qualcosa.
            Quanto stiamo dicendo entra nel tema: “il mondo è di chi lo ama” sono i fatti che parlano. Dice la gente: vogliamo vedere Gesù. Vogliamo vederlo, non solo sentirne parlare. E lo vogliono vedere da come ci vestiamo, come ci muoviamo, come arrediamo la nostra casa. Perché Dio è bello, è armonia. Il vangelo è bello. Le parabole sono dei capolavori. Forse siamo abituati a sentirle e non ce ne rendiamo conto. Diceva Von Balthasar, teologo svizzero: “solo l’amore è credibile!”. E’ una frase bellissima, dimostra la verità. Non ti seguono?Ama e convincerai.
            Che cos’è l’amore? Vi propongo un testo che mi sfida sempre: mi sento tanto indietro su questo, devo sempre incominciare di lì. E’ il testo del patriarca Atenagora, vero profeta del nostro tempo, promessa di unità, che un giorno arriverà. E’ un’intervista con Olivier Clément:

            “Disarmarsi” - “Bisogna riuscire a disarmarsi. Io questa guerra l’ho fatta per anni e anni. E’ una guerra, un combattimento con se stessi. E’ stata terribile. Ma ora sono disarmato. Non ho più paura di niente, perché l’amore scaccia la paura. Sono disarmato dalla volontà di spuntarla, di giustificarmi alle spese degli altri. Non sono più allerta, gelosamente ag-grappato alle mie ricchezze. Accolgo e condivido. Non tengo partico-larmente alle mie idee, ai miei progetti. Se me ne vengono proposti altri migliori, o anche non migliori, ma buoni, li accetto volentieri. Lo sapete, ho rinunciato al comparativo.
            Ciò che è buono, vero, reale, dovunque sia, è sempre il migliore per me. Perciò non ho più paura. Quando non si possiede più niente, non si ha più paura. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Ma se ci disarmiamo, se ci spogliamo, se ci apriamo al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose, allora è Lui a cancellare il passato cattivo e a restituirci un tempo nuovo, dove tutto è  possibile”.
           
            Il Risorto, che vive fra noi e che vuole operare fra noi, ha bisogno di questo nostro saperci disarmare. Disarmarci con Dio forse è un po’ più facile, disarmarci l’uno nei confronti dell’altro, reciprocamente, è più difficile. Si tratta di non essere sulle difese, di non avere il mio regno… alle volte assomigliamo agli animali che hanno il loro recinto.
            Anche noi rischiamo di recintare le nostre idee, il nostro compito, le nostre ragioni, le nostre vedute. E lì sono i nostri fallimenti, lì sono i luoghi dove siamo ben poco altri Gesù. Lì sono i luoghi dove non siamo scintille di Dio Amore, che non si è recintato, che si è abbassato, che si è messo sotto tutti, che si è mescolato a tutti. Nell’eucaristia si mescola con tutti… non guarda in faccia alle persone, non dice: questa è stata brava, questa no, oggi sì, oggi no: si dà. E’ disarmato. Gesù nell’eucaristia è veramente il Dio di-sarmato. Tanto è vero che lo mettiamo in cassa forte chiuso a chiave… però lui esce e si dà. Voglio leggere con voi una testimonianza del cardinal Van Thuan, una esperienza che dice bene questo disarmarsi e aprirsi a tutti. L’ho sentita a viva voce, prima degli esercizi al Papa. Lui era veramente così, an-che quando era in curia e  quando era cardinale. Era disarmato, per questo era disarmante.
            Racconta: “Il 1 dicembre ’76, alle ore 9 della sera, viene riunito un gruppo di prigionieri. Incatenati l’uno all’altro, a due a due, ci caricano su un camion. Un breve viaggio ci porta a Tankan Newport, il nuovo porto militare, aperto pochi anni prima dagli americani. Davanti a noi vediamo una nave, oscurata affinché la gente non si accorga di quanto sta avve-nendo.
            Veniamo imbarcati verso il nord del Vietnam, un viaggio di 1700 Km. Assieme agli altri prigionieri, mi portano nella stiva della nave, dove si carica il carbone. C’è solo una piccola lampada al petrolio. Per il resto regna il buio totale. Siamo 1500 persone, in condizioni indescrivibili. Nella mia mente si scatena una tempesta: fino a questo momento ero nella mia diocesi, ma ora andrò a finire chissà dove… Trascorro quella notte nell’angoscia.
            All’indomani, quando un po’ di sole filtra nella stiva della nave, scorgo attorno a me i volti tristi, disperati degli altri prigionieri. C’è un’aria da funerale. Uno di loro ha tentato di impiccarsi con un filo di ferro. Gli altri mi chiamano. Gli parlo. Alla fine mi presta ascolto. Due anni fa – rac-conta lui al Papa e alla curia – in un incontro interreligioso in California, ho rivisto quell’uomo. Pieno di gioia è venuto verso di me. Mi ha ringra-ziato e ha mostrato le cicatrici che porta tuttora sul collo.
            Quando i prigionieri sentono che c’è il vescovo Van Thuan, si accostano per comunicargli le loro angosce. Passano le ore, e per tutta la giornata mi trovo a condividere le loro sofferenze e a confortarli. La seconda notte, nel freddo dell’Oceano Pacifico, in dicembre, comincio a capire che inizia una nuova tappa della mia vocazione. Trascorro i tre giorni di viag-gio sostenendo gli altri prigionieri e medito sulla Passione di Gesù. Avevo organizzato in diocesi svariate iniziative per l’evangelizzazione dei pagani. Ora si tratta di andare con Gesù alle radici dell’evangelizzazione. Gesù è morto ‘extra muros’, fuori dalle mura della Città santa, fuori dalla porta della città – dice la Lettera agli Ebrei – fuori dalla vigna, cioè dalla comu-nità d’Israele.
            Durante il viaggio verso il nord del Vietnam, per tre volte sono stato incatenato con un non cattolico, parlamentare, conosciuto come fonda-mentalista buddista. La vicinanza nella stessa sorte incide nel suo cuore. Più tardi vengo a sapere che dopo la sua liberazione ha raccontato volentieri di questo fatto. Si è sentito onorato. Ha sempre cercato di essere incatenato con me.
            Sulla nave, dopo, nel campo di rieducazione, ho avuto l’occasione di instaurare un dialogo con le persone più varie: ministri, parlamentari, altre autorità militari e civili, autorità religiose, persone di varie denominazioni: protestanti, battisti, metodisti… Nel campo sono stato eletto economo, per servire tutti, distribuire il cibo, cercare l’acqua calda, portare sulle spalle il carbone per riscaldare durante la notte, perché gli altri mi consideravano un uomo di fiducia.
            Gesù crocifisso fuori dalle mura di Gerusalemme, alla partenza da Saigon, mi aveva fatto capire di dovermi ingaggiare in una nuova forma di evangelizzazione. Non più come vescovo di una diocesi, ma fuori dalle mu-ra, come missionario ad extra, ad vitam… per tutta la vita, ad summum… fino all’estremo, verso fuori, per tutta la vita, fino al massimo delle mie capacità di amare e di donarmi. Ora si apriva ancora un’altra dimensione: ad omnes… per tutti.
            Nell’oscurità della fede, nel servizio, nell’umiliazione, la luce della speranza ha cambiato la mia visione. Ormai questa nave, questa prigione, era la mia più bella cattedrale. E questi prigionieri, senza alcuna eccezione, erano il popolo di Dio affidato alla mia cura pastorale. La mia prigionia era ‘Divina Provvidenza’. Era volontà di Dio!”.

*          L’arte di amare -  Chiara spiega così l’arte di amare: amare tutti, senza distinzione, amare per primi, prendere l’iniziativa, vedere Gesù nell’altro… L’amore evangelico ha caratteristiche sue, non va secondo sim-patie, antipatie… chi lo merita, chi non lo merita… non distingue… come il Padre fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Prende l’iniziativa, non perché l’altro risponda: io lo amo…l’amore è gratuito, a fondo perduto… come Gesù che ha dato la vita per noi, quando eravamo ancora peccatori. E lo fa, lo può fare perché sa che dagli altri la risposta non sempre arriva, ma nel-l’altro c’è Gesù! E Gesù mi risponde… mi risponde per altre vie, ma ris-ponde… Poi Chiara propone altri punti: amare i nemici… L’arte di amare è servizio, è “farsi uno”, è “vivere l’altro”, immedesimarsi con l’altro, secon-do un’espressione indiana: è camminare nei mocassini dell’altro, è entrare nella sua vita.
            “Il mondo è di chi lo ama e di chi meglio sa dargliene prova”: questo è un bellissimo programma. La Chiesa è ricca di persone che, come voi, danno la vita per amare, per amare concretamente. Questo è un tesoro della chiesa: che ci siano persone così. E’ una grandissima chance per la chiesa e per il mondo.
            Giovanni Paolo II, nella NMI, insiste su questo. La carità è davvero il cuore della chiesa, come aveva ben intuito santa Teresa di Lisieux, che ha voluto proclamare Dottore della Chiesa, come esperta della “scientia amo-ris”. “Capii – dice Teresa – che la chiesa aveva un cuore e che questo cuore era acceso d’amore. Capii che solo l’amore faceva agire le membra della chiesa. Capii che l’amore racchiudeva tutte le vocazioni, che l’amore era tutto. E allora esclamai: nel cuore della chiesa, mia madre, io voglio essere l’amore!”. Non c’è cosa più grande. Non c’è cosa che più prometta per il futuro.
            Voglio concludere con un testo di Chiara, molto bello. E’ una pre-ghiera, che penso vi piaccia, perché è molto vicino alla vostra vita. Dice Chiara:
             “Signore dammi tutti i soli, le persone sole. Ho sentito nel mio cuore la passione che invade il tuo per tutto l’abbandono in cui nuota il mondo intero. Amo ogni essere ammalato e solo. Chi consola il loro pianto? Chi compiange la loro morte lenta? E chi stringe al proprio cuore il cuore disperato? Dammi, mio Dio, di essere nel mondo il sacramento tangibile del tuo amore. Di essere le braccia tue, che stringono a sé e consumano in amore tutta la solitudine del mondo.  Dammi tutti i soli”.
            “Missione”: il segreto della missione è questo amore, che viene dal cuore di Dio. E solo l’amore è credibile. L’amore che innamora. Il mondo di oggi è pazzo nella ricerca d’amore. Ma noi dobbiamo innamorarlo questo mondo! Che la vita sia un innamorarvi.

Dialogo per crescere insieme …

*          Chiara ci ha insegnato l’arte di amare, ma non ci ha mai detto di dirci: ti amo… se mai lo diciamo a Dio, ma di volerci veramente bene, di vero cuore e con cuore puro. Quello che Chiara ci ha raccomandato di dirci ogni tanto è:  io sono pronto a dare la vita per te. Questo è inequivocabile.
            Oggi dobbiamo trovare modi che esprimano bene questa realtà. Dare la vita è la misura estrema. Ma dare la vita è: cedere un pensiero, fare una cosa che non ti piace per l’altro, morire a te stesso, fare una cosa quando non ti è possibile o ti arriva a sproposito. Diceva madre Teresa: amare fin che fa male! Non è sentimentalismo l’amore cristiano, sono fatti. Per questo, quando Chiara lo deve tradurre in vita, parla dell’arte di amare, delle carat-teristiche dell’amore evangelico. L’amore cristiano è servire.
°          Anche san Vincenzo de’ Paoli, alla sua giovane postulante, ha detto: i poveri non sono facili, ti faranno soffrire.
°          Alcuni giorni fa, alle sera tardi, hanno bussato alla porta. Chi è a quest’ora? Un odore forte di grappa: era un giovane ubriaco. Non lo conoscevo. L’istinto era di chiudere la porta. Mi ha chiesto un lenzuolo, per coprirsi nella notte. Tutta la mia preoccupazione era stata: cosa faccio? dove lo metto? chissà chi è? Lui invece mi chiede solo un lenzuolo. Domando: dove vai a dormire? Vado vicino alla chiesa. Gli do un lenzuolo, lui mi abbraccia e continua a ripetere, grazie, grazie.
*          Dopo, lei che cosa ha sentito?
°          Sono stata contenta. Abbiamo condiviso questo avvenimento in comunità. A lungo mi ha bruciato dentro la tentazione di voler chiudere la porta in faccia.
°          Quando sono andata in Brasile con le sorelle che hanno aperto la prima comunità, la gente aveva percepito che eravamo cinque suore. Mi sono fermata là un mese e mezzo. Si trattava di ripartire. La gente ha vissuto l’impressione che un membro di comunità incominciava già ad andare via. Mi hanno chiamato. Fuori di casa c’erano tutti i poveri della rua, piangevano. Mi hanno regalato una statuetta della Madonna Aparecida. Tutti hanno voluto baciarmi. Li ho accarezzati in volto… poi in fretta ho dovuto recarmi a messa prima di partire per l’aeroporto. In chiesa sentivo l’odore dei poveri di sao Manoel e non vedevo nessuno. Mi sono accorta che l’odore proveniva dalle mie mani. Non sono stata mai più felice di quel giorno di ricevere l’eucaristia nelle mani, perché erano le mani che avevano toccato i poveri.
°          La nostra casa è circondata dal giardino e c’è un tratto di strada per arrivare al cancello. Tante volte mi hanno fatto osservare: perché non metti il telecomando? Invece di venire fin qui, puoi aprirci da casa. Al contrario, lungo il tragitto ho la possibilità di prepararmi a incontrare le persone. Invoco lo Spirito Santo perché mi renda disponibile. Magari sto mangiando, e uno capita al momento meno opportuno. Dentro, lo Spirito mi suggerisce: è il Signore alla porta, vai e accoglilo in quella persona. In quel momento la mia preghiera è mettermi in collegamento con lo Spirito per dispormi ad amare. Mi sento molto bene interiormente, in armonia con lo Spirito.
*          Questa è un’esperienza mistica, quando nell’incontro noi ci disar-miamo davanti all’altro, togliamo i diaframmi, anche quando ci costa. E’ una morte a se stessi, ma poi entriamo in un modo nuovo in Dio e Dio entra in un modo nuovo in noi. Queste barriere che noi spostiamo nei rapporti reciproci, in realtà sono le barriere che tengono Dio fuori di noi. Quante volte succede che, quando abbiamo amato sul serio, morendo a noi stessi, trascendendoci, dopo sentiamo una nuova presenza di Dio.
°          Giorni fa c’è stato un problema tra me e un’altra sorella, un malinteso, senza volerlo né da parte sua né da parte mia. Questa piccola rottura ci dava fastidio. Come riuscire a ritornare come prima? Ci rispetta-vamo, andavamo d’accordo, non c’erano problemi, non è mai successo nien-te. Sapevo che non era facile la riconciliazione. Mi sono detta: comincio a pregare, perché non so quale può essere la reazione. E’ passato un giorno, sono passati due, ho preso la decisione: adesso la incontro e le parlo. Subito la sorella mi risponde: pensa, ho pregato tanto, perché anch’io volevo fare la stessa cosa. E’ stato molto bello, perché da quella volta si è risolto tutto nella pace. Il Signore è intervenuto.
*          Vi leggo un messaggio che ho trovato oggi, via e mail, di due sacer-doti che vivono ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Mi ha toccato, perché succe-de così anche a me. Un sacerdote tedesco e un sacerdote svizzero sono lì in Africa insieme. Uno di essi mi scrive: ho tante volte l’impressione di essere un peso per l’altro. Lui è magnifico e non me lo fa notare. Ma ogni tanto sente la necessità di impartirmi degli insegnamenti, di ammaestrarmi. Allora può succedere che io mi agito. Un momento così è avvenuto ieri sera, a tavola. Mi sono alzato e mi sono ritirato nell’ufficio della parrocchia. Ci sono stato a lungo senza accendere la luce. Poi mi sono detto: adesso accendo la luce ed esco. Attraverso la finestra vicino alla porta ho visto che il cortile era nel buio. Ho acceso la luce nella stanza, ho aperto la porta e mi sono accorto che il cortile era illuminato. L’altro, allo stesso tempo, aveva acceso la luce e veniva a cercarmi. Ci siamo incontrati nella luce.
            E’ avvenuto così perché i nostri caratteri sono quello che sono. Ma sono proprio quei momenti in cui possiamo ‘lasciarci macinare’ e diventare chicchi di grano, macinati, che fanno l’unica ostia, che è Gesù. Questo non può avvenire se non ci lasciamo macinare. Come il grano si macina e diventa ostia, così anche noi dobbiamo lasciarci macinare. La vita insieme, il carattere dell’altro, le situazioni, i pesi, le sfide, sono tutte occasioni per lasciarci macinare e diventare questo pane unico che poi è il corpo di Cristo. Senza macinarci nei nostri caratteri, nella nostra personalità, nelle nostre idee, nei nostri gusti, non viene fuori Gesù, quel Gesù che vogliamo donare.
            Quando lavoravo ancora con i seminaristi, una volta Chiara, spiegando loro il sacerdozio comune, ha detto: il sacerdozio è l’amore, perché l’amore è sempre una vittimazione. Se ami sul serio non rimani intatto, l’amore ti macina, però è proprio lì che si vive il sacerdozio. Lì noi diventia-mo portatori di Dio. Lì esce lo Spirito. Perché Gesù potesse effondere lo Spi-rito sul mondo, ha dovuto morire. Dal cuore trafitto è uscito sangue e acqua, e dalla piaga dell’abbandono interiore è uscito lo Spirito.
            “Il mondo è di chi lo ama e meglio sa dargliene prova": alla fine, l’icona di questo è Gesù in croce. E’ questo amore che cambia il mondo. Pensate a padre Damiano: è morto quando l’ultimo si è convertito. Adesso viviamo di nuovo un’epoca di martiri. Però c’è un altro martirio, che è quo-tidiano, quello dei nostri rapporti con gli altri, tante volte a cominciare fra noi, perché ci maciniamo. Il nostro sacerdozio è offrirci ogni giorno sull’al-tare dell’amore reciproco. L’amore veramente fecondo è l’amore dove c’è un po’ di sangue dell’anima.
°          Personalmente mi è più facile nelle situazioni molto grosse aiutare e chiedere aiuto, disarmarmi, che non nelle piccole cose del quotidiano.
*          Ma quando lo facciamo, la vita comincia a risplendere. Il vantaggio delle piccole comunità è che non puoi aggirare l’ostacolo, a un certo punto devi fare i conti con l’altro. Il martirio quotidiano è una lotta continua: siamo cristiani tutti i giorni, non a tempo determinato. Nella vita reciproca ci si macina.
°          Ho sempre ammirato la testimonianza della sorella della nostra fondatrice. Aveva la consuetudine di non lasciar tramontare il sole sulle si-tuazioni conflittuali. Quando si andava da lei per ricostruire il rapporto che si era rotto, diceva: ti aspettavo, se non venivi tu, venivo io. Non andava a dormire se non aveva risolto la situazione.
*          Gesù fra noi è un sole. Quando si rompe la carità, il sole tramonta e noi siamo nel buio.
°          Viviamo di Dio, ma non sappiamo comunicare l’esperienza di Dio: non siamo state formate a questo. In questi ultimi tempi è diventato ormai esperienza viva. Occorre coraggio e forza di farlo. Quando si tenta di fare un incontro di comunità scambiando le nostre esperienze, si nota che tutte sono contente e desiderano ritrovarsi più sovente. Tuttavia non è facile, per-ché quando arriva il giorno stabilito, si trovano mille scuse per rimandare. Anche leggere insieme la documentazione della nostra famiglia religiosa, si gusta di più.
*          Sono cose che tirano su il clima comunitario. Alle volte ci raccon-tiamo la cronaca della giornata, parliamo delle attività, ma non comuni-chiamo l’anima, l’esperienza di Dio in tutto questo.
°          Andando nelle famiglie per il nostro servizio agli ammalati, incontriamo molte realtà che riportiamo in comunità e diventano occasioni di riflessione comunitaria. Realmente la gente ci dà lezioni di carità, di sopportazione, di pazienza. Il nostro servizio ci aiuta a crescere.
°          Il fatto di avere una Parola di vita ogni mese, la stessa che riceviamo in tutte le comunità,  un po’ alla volta la Lectio Divina ci porta  a che que-sta Parola diventi vita.
            L’esperienza dei 40 giorni di deserto di Lectio Divina che ho vissuto in Etiopia, come grande dono, insieme a una consorella, è stato un allen-amento all’esercizio suggerito da Chiara che mi ha particolarmente colpito e che ho imparato come un segreto: fatto – frase – frutto. Partire da una si-tuazione di vita, illuminare con la Parola e il frutto diventa la commu-nicatio.  Un’altra cosa bella è aver fatto l’esperienza insieme alla consorella, abituandoci ad una communicatio profonda sulla Parola. Al nostro ritorno ci siamo aiutate a credere alla potenza trasformante della Parola. Un po’ alla volta, senza accorgerci, la nostra condivisione non era più solo un dirci quello che facevamo, ma quello che Dio compiva. Ci comunicavamo anche le fatiche e questo ha fatto crescere tutta la comunità. Anche adesso che siamo lontane, c’è questa comunione profonda.
°          Lavoro in una struttura per anziani. Faccio l’infermiera. Un parente di un’ospite, anticlericale, mi prende sempre in giro perché sono una suora. Dopo il convegno delle famiglie, a Milano, ha criticato il Papa perché ha detto una parola buona per i divorziati, ma non ha parlato dei preti pedofili. Voleva provocarmi. Gli ho risposto: la pedofilia non è un problema solo dei preti, la maggior parte dei casi riguarda le famiglie, parenti. Ha tentato di spostare il discorso sul seminario di Vicenza. Ho tagliato corto, ho preso l’apparecchio della pressione e mi sono avvicinata all’ammalata. Subito dopo mi ha chiesto: la misureresti anche a me? Con molta gentilezza l’ho invitato a sedersi e gliel’ho misurata. Era un po’ bassa. Allora mi sono interessata a lui, gli ho dato qualche consiglio. Ha ringraziato. E’ rimasto colpito dalla mia disponibilità. Dobbiamo amare anche quando è difficile, anche quando l’altro ci provoca. Ho ringraziato il Signore che in quel momento mi ha dato la forza di farlo.
*          Grazie di quanto avete comunicato. E’ bello. Quanta vita, quando si mette in circolazione. Sono ammirato di sentirvi parlare così. Se lo potete fare è perché vi sentite accolte dalle altre. Tante volte infatti non parliamo perché abbiamo paura del giudizio altrui.
            Voi avete accolto tante cose del carisma di Chiara, ma siete voi stesse. E’ importante accogliere i carismi. Paolo VI diceva: “Andiamo verso la civiltà dell’amore!”.
            Oggi si parla di fusione dell’esperienza tra la storia della chiesa e la storia dell’umanità. E’ importante sentirsi in rete. E’ una chance per vivere a corpo mistico. Questo apre nuovi campi ai nostri messaggi. Dobbiamo porre attenzione perché possiamo essere più individualisti della società civile.


La forza del “due o più” …

            Unità per la missione: si parte dall’unità, ma non ci si rinchiude nel cenacolo. L’unità,  vissuta nell’intimità del cenacolo, ci apre al cenacolo che è vasto quanto il mondo. Lo Spirito ci apre all’unità più grande. La via per portare questa luce, questa verità bella, è l’amore. Nell’amore si trasmette Dio che è amore. Si diffonde la civiltà dell’amore. Dilaga la civiltà dell’amo-re, dilaga il cielo sulla terra. Siamo chiamati ad essere testimoni di luce, a portare fuoco sulla terra. Il fuoco di Gesù ha bisogno di noi come combu-stibile che si lascia bruciare dall’amore.
            Oggi mettiamo a fuoco il tema: “La forza del due o più”, la dimen-sione comunitaria.
            Il Signore mandò i discepoli a due a due. La Parola mette in luce subito dimensioni nuove. Quando manda a due, i due, di sicuro, sono diversi. Uno pensa in un modo, l’altro in un altro. Uno farebbe una cosa, l’altro un’altra. Non possono fare quello che vogliono. L’andare a due, li porta a uscire da sé, dal proprio modo di pensare e di agire. Li porta a chie-dersi insieme: cosa vuole Gesù? Che cosa ci dice lo Spirito? Diversamente riduciamo Gesù ai nostri progetti e ai nostri modi di fare. L’altro ci può dare fastidio, ci può mettere i bastoni tra le ruote. I bastoni tra le ruote rom-pono i raggi dell’uomo vecchio, i raggi dell’io. Già, umanamente parlando, mandarli a due, li porta a uscire da sé, a far spazio al fratello, alla sorella, li fa diventare più atti ad aprirsi a tutti, più adatti alla missione.
            Giovanni Paolo II, in un incontro con i sacerdoti del movimento, ha parlato della spiritualità comunitaria come aspetto costitutivo della voca-zione cristiana. Non siamo chiamati a una missione individuale, ma ad una sequela personale che è inscindibilmente comunitaria. Questo vale per tutti i cristiani. Vale ancor di più per gli apostoli e i loro successori: i vescovi e i sacerdoti, ma vale anche per i 72 discepoli, vale per tutti.
            La chiesa, icona della Trinità, è sacramento di comunione, perché il mondo possa credere (Gv 17). La comunione è il segno primario per la fede degli uomini. Essere uno in Cristo è la prima forma di evangelizzazione. E’ quello che voi chiamate “in missione permanente”: è un modo d’essere, è essere uno in Cristo! E’ la prima e permanente forma di evangelizzazione. Il nostro tempo esige una nuova evangelizzazione: formare in Cristo un cuor solo e un’anima sola.
            La nuova evangelizzazione esige una robusta spiritualità di comu-nione, coltivata nella preghiera, nell’impegno ascetico, morire-risorgere, nel tessuto delle relazioni quotidiane, tra noi e con tutti, relazioni che non pos-sono mai essere all’acqua di rose. Tra voi vi macinate bene. Nel quotidiano si coltiva una robusta spiritualità di comunione.
            Dove ci porta la missione? Ci porta al manifestarsi di una nuova primavera dello Spirito, di una nuova pentecoste. I rapporti rinnovati sono lievito del popolo di Dio e dell’intera umanità.
            Gesù li mandò a due a due: nuova evangelizzazione e spiritualità di comunione sono strettamente legati.
            Vi riporto un’esperienza dell’ ’89, quando tra noi sacerdoti abbiamo avuto il coraggio di guardarci in faccia e di rifarci al patto iniziale: io sono pronto a dare la vita per te, io per te, io per te… Ci siamo detti: non fa male a dichiararcelo, ad andare l’uno dall’altro e dirci: sono pronto a dare la vita per te. Subito ti viene la tentazione del giudizio altrui. Dichiararlo ti impe-gna. Dopo averlo fatto, abbiamo visto subito, il giorno dopo, che la nostra vita aveva subito un salto di qualità, con una presenza più forte di Gesù tra noi, con un amore più grande, quello di Gesù, che ci conduce fino a dare la vita.
             Nell’estate siamo andati in vacanza. Facevamo piccole spese in un negozio. Alla fine la signora ci ha dichiarato: solo al vedervi, mi avete rove-sciato l’anima. Perché c’era Gesù tra noi. Ha sentito di dover incominciare una vita nuova. Questo ci dice che cosa può fare l’andare a due a due. Si tratta di credere alla potenza dell’andare a due a due, entrando l’uno nell’altro, perdendosi.
            I Padri della chiesa hanno sottolineato molto questa parola del van-gelo: “dove due o tre sono riuniti nel mio amore, io sono in mezzo a loro”. Tertulliano afferma: “dove due o più sono uniti nel nome di Gesù, lì è la chiesa”. Giovanni Paolo II ha fatto sua questa espressione: “Due o più uniti nel nome di Cristo, sono chiesa in miniatura”.
            La chiesa è Dio in mezzo al popolo. Ha certo bisogno anche di edifici e di ministeri, ma l’essenza è Dio in mezzo: “Io sono il vostro Dio e voi siete il mio popolo”. Bastano due o tre per essere chiesa: due o tre operai, due o tre studenti, una piccola comunità religiosa, una famiglia piccola chiesa, dovunque due o più si lasciano macinare, consumare in uno, dalla Parola e dall’Eucaristia, lì c’è la chiesa.
            Bonhoeffer si chiede: che cos’è la chiesa? “La chiesa è Cristo esi-stente come comunità”. E’ l’Uno nei molti, che sono un cuor solo e un’ani-ma sola. Lì si realizza la chiesa. Lì si vede la Trinità in persone umane. Lì la chiesa è icona della Trinità.
            Don Pepe è stato richiesto per un ritiro al seminario di Fano. Abbiamo fatto un’esperienza di ritiro predicato in due: ogni conversazione la facevamo insieme. Il rettore era un po’ perplesso. Alla fine abbiamo fatto una condivisione di tre ore. Un seminarista ha esclamato: adesso ho capito perché siete venuti in due. Perché da soli non si può testimoniare la Trinità. Come fai a testimoniare da solo Dio Trinità? La gente attende questo. Questo lo mangia. Qui con voi lo posso fare, perché facciamo insieme.
            Un mio compagno di scuola, presso i benedettini, lo avevo perso di vista. Nel 40° di matrimonio, la moglie voleva fargli un regalo. Mi ha tele-fonato: il regalo sarebbe lei. Le pago il biglietto di viaggio da Roma in Germania. Lo ritrovo dopo 25 anni. Non era più credente. Era un ateo felice. Un giorno mi ha chiesto: cosa stai facendo di bello? Sto occupandomi di studi sulla chiesa, come rapporti trinitari, rapporti nuovi. Rapporti in cui coincide libertà e comunione: sei te stesso, ma non sei solo, sei con gli altri ma non appiattito. Questo è il miracolo che fa Gesù. Tutti vogliono essere liberi, ma non vogliono essere soli. Stiamo elaborando una nuova visione di chiesa. Mi ha chiesto: scriverete un libro su questo, in modo che possa capirlo anch’io? E’ incredibile! La gente cerca questo. Cerca la chiesa-Gesù, icona della Trinità
            Per alcuni anni siamo andati con i seminaristi al mare, in spiaggia, senza fare nulla. Solo la domenica celebravamo la messa. Si è creato un giro di persone. Alla fine abbiamo celebrato una messa di addio e ci siamo orga-nizzati per mangiare qualcosa insieme. L’anno successivo è stata la gente a organizzare un buffet. Nasceva una comunità, solo vivendo. Abbiamo co-minciato a mandar loro la Parola di vita.
            Questa è la forza del due o più. E’ la forza del lievito che fermenta la massa. Insieme facciamo un po’ di matematica, di fisica, di chimica.
            La matematica dice: 1 + 1 = 2. Se però due persone non si rapportano bene: 1 + 1 =  0. Uno può annullare l’altro.
            La chimica dice: prendiamo due elementi, li mescoliamo insieme, per esempio olio e aceto. Che fatica per amalgamarli insieme! A  e  B  me-scolati: un po’ di me, un po’ di te, fanno fatica a mescolarsi insieme. Ma se abbiamo due elementi che si combinano tra loro per esempio: 
             H  e  O     =     viene fuori una realtà nuova  H2 O    
             H2O          =      è  lacqua
             A  e  B    =   C   Questo avviene di noi, quando viviamo la carità come l’ha vissuta Gesù. Allora non ci mescoliamo, ma ci combiniamo. Da
            A   e   B    viene fuori  C = Cristo!
            E’ una cosa incredibile: se accettiamo di vivere il comandamento di Gesù, di amarci, pronti a dare la vita l’uno per l’altro, tra due finiti scatta l’infinito, si spalanca il cielo! ovunque siamo. Quando ho scoperto questo, sono diventato dipendente da questa verità, volevo solo questo. Cercavo con chi potevo combinarmi perché si aprisse il cielo ovunque, sempre, il più possibile.
            Con un mio compagno ci trovavamo al mattino, andavamo a scuola insieme, pregavamo lungo la strada. Eravamo di Dio. Volevamo essere un tabernacolo per le strade del mondo, con Gesù tra noi. Andavamo ovunque, anche al ballo, per portare questa atmosfera anche lì. E questo attirava. Ricordo uno studente che si sentiva attirato e si sedeva vicino a me, anche se eravamo agli antipodi.
            La fisica - la calamita: non si possono unire due poli positivi. Due suore piene di sé, magari piene di Cristo, sono due suore piene, non fanno unità. Così, se due dicono di essere nulla, non possono fare ciak! Due poli negativi non si attirano. Anche fra noi ci vuole il polo positivo e il polo negativo.
            Se io parlo, voi dovete fare il vuoto, se no siete piene delle vostre idee, di quello che avete approfondito voi, di quello che dovrete fare, e non passa niente. Se non si fa il vuoto, non passa niente.
            Se voi vi svuotate, per essere amore, carità, la corrente passa. Lo sto sperimentando ora: voi avete tirato fuori da me tante cose, che sono dentro, ma non erano in primo piano. Sono venute fuori perché c’era accoglienza.
            Ma anche voi avete parlato: è un segno della nostra fraternità. An-che quando l’intervento interrompe la mia conversazione, se in quel mo-mento cerco di fare il vuoto davanti a chi parla, senza preoccuparmi di perdere il filo del discorso, voi entrate dentro di me e io vi voglio bene. In quello che avete detto, vi siete donate, avete donato ciò che Dio opera in voi. Lì viene fuori Gesù. Per vivere la vita trinitaria ci deve essere il polo posi-tivo e il polo negativo tra noi.
            Giovanni della Croce aveva scoperto: davanti a Dio dobbiamo essere il “nada” per riempirci di Dio. Costa essere nulla, è duro, ma ti riempie di Dio. Chiara aggiunge: questo “nulla” non lo devi vivere solo davanti a Dio, nell’Eucaristia, in preghiera, ma anche davanti a Gesù presente nel fratello. Svuotati, perché il fratello possa entrare, e poi donati. Questo sta diven-tando ormai “il pensiero della Chiesa”.
            Nella NMI 43, si parla della spiritualità di comunione. Sentire il fra-tello di fede nell’unità del corpo mistico, come uno che mi appartiene. Il fra-tello è me, io sono lui: è un abitare uno nell’altro. Io non vivo solo me, vivo il corpo mistico, vivo con gli altri dentro di me. Spiritualità di comunione è saper condividere le gioie e le sofferenze dei fratelli, per offrire loro una vera e profonda amicizia. Per accogliere l’altro come dono, devo fare il vuoto.
            Spiritualità di comunione è vedere ciò che di positivo c’è nell’altro, come dono per me oltre che per il fratello che lo ha ricevuto. E’ saper far spa-zio al fratello, portare i pesi gli uni degli altri. Si tratta di respingere le tentazioni dell’individualismo: competizione, arrivismo, diffidenze, gelosie. Saper far spazio al fratello è saperci fare vuoto davanti a lui e poi, al mo-mento opportuno la situazione cambia: nel vuoto ti accolgo, tiro fuori da te il meglio, ascoltandoti fino a tirarti fuori lo Spirito Santo.
            Questo capitava a Chiara quando parlava con le persone, con un vescovo: ad un certo punto scattava qualcosa di più profondo. Si era fatta a tal punto “vuoto” da tirare fuori il meglio dell’altro. Dopo, anche tu potrai donarti. Cambiano i poli, è come la corrente alternata, è la corrente dello Spirito Santo che circola tra noi. E’ lo Spirito Santo. E’ la vita trinitaria.
            Don Silvano diceva: “dove due o più sono riuniti nel nome di Gesù, sono una cellula trinitaria ”. Queste cellule dobbiamo metterle dappertutto: nelle comunità, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro… Queste cellule vive stanno dilagando. Si tratta di immetterle in ambienti laici. E’ stata questa la testimonianza di due signore impiegate nella biblioteca di un ginnasio di Budapest. Si sono proposte l’amore reciproco tra loro. Hanno cercato di ri-cominciare sempre. Sono state creative nello Spirito. Sono diventate l’anima della scuola. I colleghi, dapprima indifferenti, sono diventati protagonisti.
            Anche noi, tutti, siamo chiamati ad essere anima del mondo. Il segreto di ogni riuscita è la profonda unità tra noi e i nostri amici. L’attore creativo dei nostri progetti non siamo noi, ma Gesù, vivo fra noi, se ci amia-mo reciprocamente. E’ Lui che vogliamo mostrare a chi ci sta intorno. Crisostomo scrive: “Il fratello, aiutato dal fratello, è come una città forte”. Don Silvano era appassionato di questo. Diceva: la realtà cristiana, la legge di Dio è la legge dell’universo. Tutto diventa paragone.
            Nell’estate 2008 abbiamo tenuto la nostra assemblea in Svizzera. E’ stata viva, molto bella, realizzata in piccoli gruppi, piccoli focolari. Non è stata una adunata, ma una vita di famiglia, concreta. Si è stabilita una presenza speciale di Gesù. Eravamo ospiti di un collegio di suore. C’era un bel parco. Una sera, passeggiando, sentivo grande armonia dentro. Percepi-vo che Gesù è centro del creato. Quando tra noi c’è Gesù, anche la natura assume un altro aspetto.
            Paolo lo dice: tutta la creazione geme e attende la liberazione dei figli di Dio. E per essere figli di Dio non basta solo essere battezzati. Sono figli di Dio coloro che vivono la vita trinitaria. Se viviamo da figli di Dio, si risana anche la creazione. Dio è sposo anche della creazione. Quando c’è amore tra noi, lo sposo arriva nella sua creazione. Quando c’è armonia tra noi, anche tutto il resto si ricompone. L’unità è Gesù, Gesù in mezzo. Io vi--vo in Gesù, vivo la sua vita. L’altro vive in Gesù, vive la sua vita. Quindi è lo stesso Gesù.
            L’intesa di fondo, nella Parola, fa superare i malintesi. Di fronte alla persona che reagisce, l’unica strada è entrare nell’altro. Gesù suggerisce l’atteggiamento giusto.       Siamo chiamati a dare spazio al Risorto. Il Risorto c’è dove c’è stato anche il passaggio della morte.
            Riporto un’esperienza dell’essere mandati a due a due. Alla reda-zione della rivista Gen’s, siamo vari sacerdoti a lavorare. Recentemente è entrato un sacerdote nuovo, un autentico ecclesiastico. Abbondava in cita-zioni. Mancava però il soffio. Un altro suo collaboratore era un uomo di vasta cultura, un po’ ridondante, però mancava di semplicità evangelica. Ora questi due sacerdoti lavorano insieme. Si stanno macinando. Quando è uscito l’ultimo numero, ho avvertito che, insieme, avevano acquisito uno stile semplice, essenziale. Si sono ripuliti a vicenda. Hanno accettato la sfi-da. Mi sono detto: qui c’è lo stile di Gesù. Il risultato non era frutto dell’u-no più l’altro, ma del loro combinarsi in unità.
            Nella redazione dell’ultimo libro, eravamo in cinque a lavorare insieme. Non avevamo la percezione dell’insieme. Il tempo stringeva. Alla fine abbiamo riletto tutto e cambiato pochissimo. Mi ha commosso. Facevamo tutto d’accordo, perdendoci l’uno nell’altro. E’ stato Gesù a com-porre, Lui l’unico che conosceva l’insieme del progetto.
            Gesù è una persona viva. E noi, quando ci consumiamo l’uno nell’altro, diamo vita a Gesù. Gesù c’è. Però può parlare, scrivere un libro, organizzare una casa per anziani, può condurre una congregazione, può animare una parrocchia, solo se noi lo lasciamo entrare.         In questo senso, ge-neriamo Gesù in mezzo. Solo con noi, Gesù prende corpo, prende visibilità, diventa efficace. Gesù è presente nella Chiesa, ma prende incidenza quando noi viviamo profondamente la sua vita. Questo è sperimentare che il sogget-to di un’opera di Dio è il Risorto!
            Abbiamo bisogno di bravi sacerdoti, ma abbiamo ancor più bisogno di imparare tutti a far spazio al Risorto. Non abbiamo bisogno di sacerdoti factotum, ma di cristiani che danno vita a Gesù. Anche nel quotidiano, an-che nel lavoro, possiamo dar vita a Gesù. Vedevo dall’alto del vostro terraz-zo una suora che scopava il cortile: pregava, lo faceva con amore, era espres-sione di un corpo, che siete voi. Ciò che ciascuno fa, non è lui che lo fa, ma lo fa come membro del corpo mistico.
            Sono io che muovo la mano, ma deve essere Gesù che muove me. E’ Gesù corpo che muove ciascuno di noi. Può darsi che una sorella sappia fare solo lei una cosa, ebbene deve lasciare che sia l’unico Gesù risorto a fare quella cosa attraverso di lei. Anche le cose più ordinarie, allora, diventano sacre. Anche mettere le posate a tavola in un certo modo, non va bene, per-ché non esprime Gesù. Devo dirmi: adesso esprimo Gesù, incontro Gesù. E’ Lui che si esprime in questo, in quello… E’ importante esprimere Gesù in tutto quello che faccio e vivo.
            Si può anche soffrire e morire come parti di un corpo, in cui ciascuno fa la sua parte. In chi soffre, noi tutti siamo sull’altare. Ho visto sacerdoti soffrire e morire come corpo di Cristo.
            E’ importante non rinchiudersi nella sofferenza. Una sorella, anche limitata nel corpo, nell’amore fa tanto, genera la nostra unità. Anche dopo la morte viviamo la stessa realtà: Gesù tra noi. Lo stesso Gesù di qui e di là.
            Noi viviamo, nel Risorto, in una realtà che trascende le distanze, il tempo, l’età. Trascende il cielo, trascende la terra. Unisce cielo e terra. Tra-scende le culture… Quando c’è questa realtà, non c’è più né giudeo né gre-co, non c’è più né libero né schiavo. Siamo tutti una sola persona. Unico soggetto della comunità e di ciascuna persona è Gesù. La nostra vita sia questo esprimere sempre più Gesù, che noi siamo insieme. Perché noi siamo il suo corpo, il Cristo Totale.
            Nei vostri scritti di famiglia religiosa, ho colto che, sottostante, c’è un collettivo, un soffio.  A e B = C.  C’è Gesù in mezzo a voi, c’è un salto di qualità.
            Il 1975 era per noi l’anno della realtà di “Gesù in mezzo” alla comu-nità che vive il suo comandamento d’amore: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.
            Chiara, a Loppiano, nel dare una serie di risposte, così si è espressa: “Gesù in mezzo: è Gesù, è una persona. Noi non lo vediamo con gli occhi, ma Lui c’è. Immagino che sia in tutti. Se qui siamo in 700, in realtà siamo 701, perché Lui c’è. Questa presenza mi fa quasi paura, pensando che parlo mentre Lui mi ascolta. Ma poiché è sua volontà che io parli e Lui mi conosce bene nella mia umanità, lo faccio con semplicità.
            Proprio ‘come Gesù’ egli è in mezzo a noi. Per lui bastano poche co-se, bastano due o tre. Questa luce ha suscitato in me una passione immensa, di costruirgli mille, mille, milioni, milioni di chiesa, fatte di due o tre. Vedo così l’invasione di un mondo ateo, perché tutte le realtà ritornino a Gesù, attraverso questi due o più. Mi dà alla testa l’idea di poter costruire milioni di chiese, fatte di due o più”. Per me la luce è:
                                            1  +  1                      =   Infinito
                                     finito  +   finito               =   Infinito
Se viviamo nella grazia, sostenuti dalla Parola e dall’Eucaristia, finito più finito è uguale a Infinito: qui è la vera novità.
            Nello stesso anno ’75 vivevo nella casa dei seminaristi. Alla fine il vescovo mi ha chiesto: come è andata? Ho risposto: ho avuto la sensazione di vivere l’esperienza di Gesù con gli apostoli. Non avevamo nulla da invi-diare agli apostoli. E’ vero loro hanno anche visto Gesù. Però anche noi spe-rimentiamo il passaggio suo, che ci sazia, ci fa sentire vicini, ci fa sentire famiglia, fratelli e sorelle.
            Mi sembra che stiamo insieme già da tanto tempo. Viene fuori anche la bellezza della realtà genuina: giovani, anziane, chi sta in Italia, chi in Brasile… Questo è il miracolo! La realtà che viviamo tra noi siamo chiamati ad estenderla a tutti. Questo è vivere  l’unità per la missione.


    Gesù-crocifisso-abbandonato:
                            … il mistero pasquale …


            L’unità è Gesù, è il Risorto! Non è una cosa umana. Non basta dire: adesso ho capito come si vive l’unità… si fa così… e così… Non funziona. L’unità è Dio. Entriamo in Dio. E’ la vita di Dio. Solo Lui sa fare di noi, che siamo molti, siamo distinti, siamo diversi, solo Lui sa farci ‘uno’. E, nel-lo stesso tempo, ciascuno è se stesso, ancor più se stesso, come nella Trinità. Dio è Uno, ma in tre Persone. Il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo sono di-versissimi e sono Uno. L’unità è un dono! E’ sempre un miracolo!
            La nostra parte è amarci, metterci in gioco fino in fondo. Poi deve arrivare l’unità come dono dall’alto. E questo dono è Gesù, in cui noi en-triamo e che, come Risorto, diventa Vita della nostra vita. Il Risorto è sempre il Crocifisso. Il Risorto è la manifestazione della vera realtà del Crocifisso, che è amore massimo. E’ il dono fino all’abbandono. Anche noi dovremmo amarci fino all’abbandono. Sembra che, amare così, uno si perde, cade nel nulla. Si apre una voragine, quella del peccato, voragine nella quale Lui si identifica. In realtà lì il lavoro è più grande. Lì più che mai Gesù è Dio: quando sembra il verme della terra. Questo si manifesta nella risurre-zione.
            Questo è l’essere della chiesa. Non dobbiamo concentrare lo sguardo sulla chiesa, ma su Gesù crocifisso. Egli si è unito ad ogni uomo già nell’in-carnazione. Ma, sulla croce, si unisce anche al peccato, alla parte deteriore dell’umanità, di noi, di tutta la storia. Sposa questa umanità, ne sperimenta come uomo le conseguenze. Sperimenta la rottura: rottura fra gli uomini e rottura con Dio. Perciò grida: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abban-donato?”. E, proprio così, è con ogni persona umana, in qualsiasi situazione si trovi: lontana da Dio, o in un abisso di dolore, ridotta al nulla da una malattia, dalla demenza… Gesù ha sposato questa persona umana e l’ha colmata d’amore, l’ha colmata di Spirito Santo.
            Il Risorto ci manifesta che l’amore non muore. Tutte le realtà sono abitate dal Crocifisso-Risorto, dal suo Spirito: tutto il mondo, tutta la sto-ria. Non è facile credere che tutto è inzuppato dello Spirito del Signore. Anche se non lo vediamo, in realtà tutto è già raggiunto dal Crocifisso Ri-sorto. E lo Spirito rinnova la faccia della terra. E’ lo Spirito del Risorto che abbraccia le suore e l’umanità, com’è raffigurato nella lunetta d’ingresso della vostra chiesa.



 La vita della chiesa è la vita di
                   Gesù-crocifisso-abbandonato-risorto

            La Chiesa, sposa di Cristo, è quella parte di umanità che ha risposto a questo sposalizio. E’ la sposa fedele. Questa sposa è come lo  Sposo. E Lui è amore fino all’abbandono, ma amore che poi risorge. Questo è come il DNA della chiesa.
            Nel N.T. la schiera degli eletti è costituita da quelli che sono passati dalla grande tribolazione, da coloro che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. Sono coloro che seguono l’Agnello ovunque vada. La loro umanità è passata attraverso il mistero pasquale.
            Così è la chiesa che cammina lungo la storia: spesso crocifissa e a volte grida l’abbandono. Allora è chiamata, proprio lì, a riconsegnarsi sem-pre al Padre, come Gesù crocifisso abbandonato. E così può risorgere sempre di nuovo. Questo lo vediamo in tutta la storia. Ci sono alcuni squarci che lo rivelano in modo più manifesto. E’ l’esempio delle persecuzioni nei primi secoli. Le persecuzioni hanno spinto la chiesa a unirsi più profondamente a Cristo, a vivere il suo passaggio pasquale. E’ il segreto di una diffusione inarrestabile: il sangue dei martiri diventa seme di nuovi cristiani. Questo avviene anche ai nostri tempi.
            Pensiamo anche ai peccati dei membri della chiesa. E’ una grande piaga. Siamo noi, con i nostri peccati, che oscuriamo la chiesa. Siamo noi che non la facciamo vedere come Cristo Totale. Ma Gesù si è fatto peccato per noi. Così anche la chiesa è chiamata a portare la debolezza dei suoi componenti. Anche noi siamo chiamati ad accettare, nelle nostre piccole comunità, di essere chiesa fatta di santi e di peccatori. Lutero diceva: “ se tu sei una rosa, non inorgoglirti. Devi abitare in mezzo alle spine ”.
            Come Cristo si è fatto carico di tutte le nostre cose, così tu devi farti carico anche del peso dei peccati dei tuoi fratelli. Così la chiesa è chiamata a portare la debolezza dei suoi componenti, anche se spesso ne rimane sfi-gurata. Nel Cantico dei Cantici leggiamo: “Externe nigra sum, sed intus formosa”. Fuori sono bruna, ma dentro sono bella. Tante volte anche le nostre comunità sono così: fuori sono un po’ brune, ma dentro sono abitate dallo Spirito Santo, sono abitate da Gesù, sono belle. Ci sono le divisioni. La chiesa una, che vive divisa, è la chiesa crocifissa, però dentro di sé custodisce il Risorto, il dono dell’unità.
            Oggi poi c’è la scristianizzazione: è la chiesa che grida “Dio mio, Dio mio, perché mi abbandoni?”. Perché non riesco più a comunicare alle persone quella vita che tu mi hai mandato a portare? C’è sempre questo paradosso nella vita della chiesa e della nostra comunità. Qui sulla terra non c’è il paradiso terrestre. Non è visibile. Il paradiso terrestre ha sempre la veste del Crocifisso-Risorto, cioè il Risorto nascosto sotto il velo del Crocifisso. Tanto che Chiara ha potuto dire: io sono assetata di tutto questo: “Ho un solo Sposo sulla terra. In lui è tutto il paradiso con la Trinità, perché lì c’è l’amore, come nella Trinità, fino all’abbandono, fino al dono totale. In Lui c’è tutta la terra con l’umanità, con tutte le disgrazie, i pro-blemi… perciò il suo è mio. Perché anch’io ho il mio paradiso, ma nel cuore dello Sposo mio!”.
            In un modo speciale Gesù crocifisso e abbandonato è forma della chiesa, anche nel senso che lui è il segreto dei nostri rapporti. Se la chiesa è questa vita trinitaria, però noi non siamo capaci di viverla, cioè è difficile per noi viverla, il segreto è Gesù crocifisso e abbandonato. Da lui impariamo questo. E’ in virtù di lui, è solo in lui che diventiamo capaci di vivere la vita trinitaria.
            Nell’esperienza luminosa dell’estate ’49, Chiara parla della vita della Trinità. Dice che Gesù abbandonato è la pupilla dell’occhio di Dio. La piaga dell’abbandono di Gesù è la pupilla. E’ un vuoto, attraverso il quale noi possiamo guardare dentro Dio e Dio guarda noi. Guardando lui, vediamo com’è la vita della Trinità. E da lì, Dio guarda l’umanità. La pupilla però rovescia le immagini. Dio rovescia tutto, attraverso questa piaga dell’ab-bandono.
            Contemplando la Trinità, Chiara scrive: tre persone formano la Trinità ma sono Uno. Ognuna di esse, non è, perché l’altra sia. Quando non è, in realtà è, perché è tutta amore. Quando io mi privo di qualcosa e mi dono, cioè “non sono per amore”, allora ho amore, allora “sono”. Nell’amo-re io mi dono, quindi perdo, ma così divento ricco solo di amore. Questo è il paradosso di Dio. Il Padre, nel generare il Figlio, si svuota, perché gli dona tutto. Se il Padre non si ritira, non si annulla, non ci potrebbe essere il Figlio. Quindi il Padre non è, perché il Figlio sia. Si dona, “non è”: però proprio così “è Padre del Figlio”. “Non è”: “è”. Essendo dono totale di sé, l’amore trinitario unisce il non essere con la dimensione dell’essere.
            Anch’io trovo la mia identità, la mia realizzazione, proprio nel dono di me. Siamo fatti a immagine della Trinità. Senza dono di sé, Dio non è Padre. Anche noi abbiamo dentro questa legge dell’amore. Non puoi realiz-zarti nell’affermarti. E’ la grande illusione del tempo di oggi. E’ la visione dell’uomo centrato su se stesso. E’ un uomo che si sta collassando, che sta implodendo, perché, cercando se stesso, diventa sempre più piccolo. Invece, donandosi, diventa sempre più grande:  è un paradosso.          Proprio per questo ‘non essere’ dell’ ‘essere’, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre per-sone che fanno spazio l’uno all’altro. Ciascuno è Dio tutto intero, eppure sono un solo Dio. Questo lo fa solo l’amore.
            Chiara contempla questa realtà attraverso la pupilla dell’ab-bandono. Gesù in croce è la chiave del dare. Del dare tanto. Del dare tutto. Gesù abbandonato, proprio perché non è, è. Proprio perché ha perso tutto, ha sposato tutto, ha fatto suo tutto, proprio perché è caduto in questo abisso: “è”. Da lì nasce la nuova umanità. Mai Gesù è stato immagine così viva di Dio. Lì si vede l’amore.
            Paolo in Filippesi 2 parla di kenosi. Nell’inno cristologico, che ha già trovato nella comunità cristiana, parla della discesa di Gesù fino alla morte e alla morte di croce. Paolo dice: “ecco la regola della comunità!”. Il testo comincia così: ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. “Con tutta umiltà”: svuotandosi, ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, il proprio tornaconto. E poi continua:  “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”. Cioè l’uno verso l’altro, abbiate tra voi quel modo di essere che era in Cristo Gesù: “il quale, pur essendo di natura divina, svuotò se stesso”. Questa è la regola della comunità: lo svuotamento reciproco!
            Devi svuotarti anche della tua realtà. Anche di Dio. Se anche hai una grande esperienza di Dio, una luminosa comprensione del vangelo, devi considerare l’altro superiore a te. Non nel senso di dire: io sono niente, non valgo niente, l’altro è più bravo, l’altro è più capace… non è questo. Devo riconoscere che io sono fatto per amare, quindi per donarmi, per servire. L’altro è il padrone. Questo è il modo di essere di Dio: fa dell’altro il suo centro! “Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio per noi”. Siamo noi il centro per Dio. Siamo noi il centro per Gesù, che dà la vita per noi, anche quando siamo peccatori. E’ la regola della comunità: fare dell’altro il proprio centro!
            Viviamo a 50 anni dal Concilio, con questa visione di chiesa: quale segno e strumento di unità, cioè di vita trinitaria, per tutto il genere umano. Oggi si parla tanto di comunione, ma talvolta è una parola svuo-tata. Manca la chiave. Non è chiara la regola della comunità: lo svuota-mento reciproco. La comunione non è mai a basso prezzo. La comunione non sta nel fraternizzare un po’. Forse comincia da lì, si esprime anche umanamente, però questo solo non basta a tenere insieme persone di culture diverse, di carattere diverso, di idee diverse, di doni diversi, di età diverse. La comunità, la comunione, come la intende Gesù, non è una unione di diversi, nel senso di tenerli in qualche modo insieme, in pace, nella tolleranza reciproca. La comunità, la comunione, come la intende Gesù è: “essere l’uno nell’altro”. Compenetrarci, perché così è la Trinità. E questo non è possibile se non muoio, se non mi svuoto di tutto, anche di quanto ho di più sacro.
            Questa mattina ho vissuto un fallimento in questo senso. Lavoravo al computer. E’ arrivata una sorella, mi ha salutato con un bel ‘buon giorno’. Io ero tutto preso dal mio lavoro. Avrei dovuto lasciare tutto, svuotarmi, essere lì per la sorella. Quando mi sono accorto, la sorella era già dietro l’angolo. Mi sono rimesso in Gesù crocifisso e ho ricominciato subito. Mi sono accorto troppo tardi. Ho perso un’occasione, dove “finito + finito = Infinito”.
            Si tratta di accogliere subito l’altro, poi si va avanti. Dopo non siamo più uguali. Si tratta di cogliere il più delle occasioni possibili, svuotarci anche delle nostre belle idee. Di fronte all’altro che ti porta un problema, ti viene subito da rispondere: fai così, così… no, non è questo. Prima lascio entrare l’altro in me e io entro in lui. Questo è cristianesimo.  E’ la vita di Dio in carne: è la regola della comunità!
            Dovrebbe regolare tutti i rapporti nella chiesa: tra sacerdoti e laici, tra i membri di una comunità, tra i carismi, tra le chiese. Abbiamo bisogno di sacerdoti capaci di mettersi anche sotto i piedi dei laici, capaci di essere servi, come voleva Gesù. Viviamo una cristianità divisa. Come possiamo dire al mondo la Trinità, se arriviamo a pezzi? Dio non è a pezzi. Come mettiamo insieme i pezzi? Dobbiamo imparare a svuotarci l’uno di fronte all’altro. Non posso dire: io sono cattolico, ho tutta la verità, sono a posto, adesso vedo se posso farti fare qualche passo… Così non si farà mai l’ecumenismo. Viceversa, l’altra chiesa non può accusare: voi non vivete il vangelo…
            Chiara diceva: Gesù per fare questo, cioè per far arrivare a noi lo Spirito, lo ha dovuto togliere da sé. Perché Gesù dice: ho sete? Perché sente l’abbandono? Perché dona lo Spirito, quindi ne sente la privazione. E’ que-sta la sua piaga. E se noi vogliamo effondere lo Spirito, se noi vogliamo dare lo Spirito, se noi vogliamo costruire la comunione, anche noi dobbiamo essere piagati, accettare di avere questa piaga, sentirci nel buio.
            Quante volte, in questo periodo mi succede un fatto strano, eppure mi sembra un’opera di Dio. Tante giornate passano tra continui contrat-tempi: non riesco a fare quello che pensavo di dover fare… e non sono cose stupide, ma cose che sento di dover fare. Tra un contrattempo e l’altro, la giornata passa e arrivi a sera. Invece, questo è un lavoro di Dio: mi piaga! E proprio così mi rende più canale dello Spirito. Lì posso dare. Lì posso costruire. Lì divento capace: che lo Spirito mi possa prendere, mi possa unire agli altri e mi possa distinguere! Cioè esco dalla mia forma troppo rigida. Lì diventiamo capaci di innestarci l’uno nell’altro, nel ‘Corpo Mistico’.
            Quando Pietro, a pentecoste, fa la sua predica, che cosa succede? “Le persone si sentirono trafiggere il cuore”. Li piaga! Anche gli apostoli sono passati attraverso questa esperienza, quando Gesù è morto in croce come un maledetto, come un escluso, un rifiutato da Dio. Vivere questo li ha piagati! Lì, hanno incominciato a mettersi più profondamente insieme. Pietro dichiarava a Gesù: io sono pronto a morire per te, io sarò sempre con te… io… io… Un altro apostolo diceva: Maestro, chi è più grande fra noi? Non capivano, finché: lì, si sono innestati l’uno nell’altro! Lì, è nato il polo positivo e il polo negativo, la capacità di svuotarsi e di accogliere l’altro, poi di donarsi all’altro, perdendosi…
            Se siamo così,  diventiamo veramente visibilità di Dio! Diventiamo corpo. Se non avessi il corpo non mi vedreste, non mi sentireste. Il corpo ci rende presenti l’uno all’altro. E’ l’incarnazione! Il nostro essere Corpo di Cristo, quindi vivere la sua vita, incorporarlo, impersonarlo, incarnarlo, lo rende presente nel mondo, lo rende efficace. Tanto che Chiara usava un’e-spressione molto bella: “Così siamo l’ariete della luce!” L’ariete è uno strumento usato dagli antichi per assediare una città. E’ un tronco d’albero con punta di metallo per sfondare la porta di ingresso alla città.
            Gesù può sfondare nel mondo, se noi siamo uniti! La sua luce che c’è, la sua grazia che c’è, avvolge l’universo, permea tutta la realtà, però rimane a fianco delle persone, non le tocca, non entra. Quando invece le persone incontrano chi vive così, Gesù può sfondare. Sentono una pressione su di loro, sentono che c’è qualcosa… come è avvenuto a quella signora del negozio, che ha esclamato: ma voi mi avete rovesciato, cambiato! Ditemi: chi siete?
            Anche questo è chiave della missione. La stessa realtà, che viviamo all’interno della comunità, va vissuta verso fuori, verso la realtà. Però se non la viviamo prima fra noi, non siamo capaci di viverla fuori. Questo è molto difficile per la chiesa oggi. Anche per tanti ecclesiastici è difficile capi-re che, per portare Dio nel mondo, la via è quella di farci piccoli, non gran-di, non potenti, farci piccoli, svuotarci, cioè avere l’amore più grande. “Il mondo è di chi lo ama!”.
            Paolo ha vissuto questo in modo molto forte. Parlando del popolo di Israele, così si esprime: “Vorrei io stesso essere anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli ebrei”. Vorrei piuttosto andare io all’inferno, che non vedere loro rifiutare Gesù. In 1 Cor 9 dice: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnare il maggior numero. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli. Mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Mi sono fatto senza legge con i senza  legge…”. Cosa vuol dire per un ebreo, appartenente al popolo eletto dell’alleanza, uscire fuori, dove non c’è Dio, in mezzo ai pagani, e farsi senza legge con i senza legge? Non vuol dire diventare trasgressori dei comandamenti, ma mescolarsi con loro, uscire dal recinto sacro, per stare in mezzo a loro. Essere uno di loro.
            Nella lettera agli Ebrei si dice che il primo a fare questo è stato Gesù. E’ andato fuori dalle mura della città santa. E’ stato crocifisso fuori dalla città santa, nell’ambiente non di Dio. Fuori. Perché la città santa era il luogo dell’alleanza. E Gesù: fuori! Espulso! Lì muore! Ma nel morire lì, porta Dio lì e dice che non c’è più luogo senza Dio. Dio è andato dove non c’è Dio. Lo diciamo nel credo: discese agli inferi, cioè è andato dappertutto. Non c’è più luogo fuori di Dio.
            Allora anche noi, proprio perché salvati, ripieni dell’amore di Dio, con la comunità alle spalle, che vive la vita di Gesù, siamo invitati, siamo chiamati: esci fuori, vai incontro all’umanità. Vai là dove Dio non c’è. Chiara ci invita a fare dell’unità tra noi un trampolino per andare dove non c’è unità. Siamo chiamati a lanciarci costantemente verso chi vive nella lontananza, nell’oscurità. E’ difficile, quando stiamo con queste persone, mescolarci con loro. Però, facendo così, noi facciamo vedere Gesù, l’amore trinitario, con la vita. Poi magari arriva anche l’annuncio… Chiara l’ha espresso così: “Ho un solo Sposo sulla terra… tutto ciò che mi fa male è mio. Mio il dolore che mi sfiora nel presente. Mio il dolore delle anime accanto. Questo è il mio Gesù… Perciò andrò per il mondo cercandolo in ogni attimo della mia vita…”.
            Siamo chiamati a uscire fuori. Anche i vostri fondatori lo hanno fatto: hanno lanciato le vostre suore chissà dove, anche rischiando… nelle famiglie, dove poteva capitare di tutto: questa è la missione! E’ Gesù che esce fuori, fuori dall’ambito sicuro, fuori dal luogo di Dio. Ed è proprio così che riempie tutto di Dio. Non c’è più nulla fuori di Dio. Tutto è già abbrac-ciato. Se è così, quando andiamo fuori dal recinto sacro, cosa troviamo? Co-sa ci attende? Ci attende una umanità nella quale, per la creazione, ci sono tanti semi del Verbo, e per la redenzione ci sono tanti germi della risurre-zione. Sotto, sotto, in ogni cuore c’è il Risorto! E’ lì, sotto le ceneri. E’ lì come un seme, forse ancora chiuso, però c’è. E’ così in ogni realtà, dapper-tutto. Tutto è ormai raggiunto dal Risorto. Lui ha sposato tutto, ha fatto suo tutto, ha abbracciato tutto.
            Allora possiamo dire: andando verso il mondo, la chiesa non si proietta verso il nulla, ma verso il suo Sposo. Corre, come la sposa del Can-tico dei Cantici, a cercarlo e scoprirlo ovunque. In questo modo fa sì che l’Abbandonato, Gesù che è già lì, però non conosciuto, non visto, non ama-to, quindi abbandonato… fa sì che l’Abbandonato non sia più abbandonato, non sia più nascosto e quasi seppellito nel mondo. Fa sì che possa sprigio-nare il suo Spirito e manifestarsi come Risorto. Quando arriva la sposa, lo Sposo può mostrarsi! Quando arriva la sposa che siamo noi, noi che andia-mo verso la realtà con questa fede, con questo amore, allora può mostrarsi il Risorto. Può mostrarsi come l’uomo nuovo, che ricapitola in sé tutta l’uma-nità e il cosmo intero.
            Questo avviene particolarmente in due ambiti, il primo dei quali vi è molto congeniale. L’istinto evangelico della chiesa è di andare là dove c’è dolore, là dove c’è sofferenza, là dove c’è notte. E cerca, abbraccia il suo Sposo lì, nella povertà, in tutto quello che voi fate per i poveri e anche nel-l’economia di comunione. Anche questo è un andare incontro allo Sposo, tirare fuori la sua vita dall’umanità. Nelle sofferenze fisiche: ospedali, ini-ziative caritative, le vostre case per anziani. Nell’ignoranza: le scuole, l’uni-versità. Nelle comunicazioni, in tutto quello che si fa in campo sociale e nelle ingiustizie contro la chiesa…
            Nello stesso tempo, andando verso l’umanità in tutte le culture, la chiesa si incultura. Tira fuori da tutte le culture i semi del Verbo. Tira fuori quello che il Risorto ha già messo in quella cultura: africana, brasiliana, peruana… Questo noi lo sperimentiamo negli incontri con gli indù e i bud-disti. Andando in mezzo a loro, lasciamo che possa venir fuori quello che Dio ha già messo in loro fin dalla creazione, e quello che il suo Spirito continua a operare in segreto. Su questo, poi, si può annunciare, si può portare una luce in più.


Gesù crocifisso e abbandonato …

            Vi presento il video di un simposio che abbiamo tenuto con gli indù. Un professore indù, persona finissima, si pone un interrogativo forte: voi parlate di Gesù in croce, parlate di Dio che soffre: questo non è possibile. Chiara gli risponde. Dal video possiamo constatare le cose belle che lui dice e contemporaneamente percepire che tutto ciò che è stato comunicato in quel simposio, aveva agito in lui, per cui, l’impossibile, grazie all’amore inter-corso fra noi, è diventato possibile, fino a proporre la piena verità e portare tutto l’annuncio cristiano.
Simposio con gli indù …

*      Intervento del professore indù  –   Carissimi amici, sono qui non per fare una domanda o per confessare qualcosa. Sono qui semplicemente perché desidero illuminare me stesso. Le parole ascoltate hanno suscitato in me alcuni pensieri. Stiamo usando espressioni come: amore e sofferenza... Gesù abbandonato... Questi termini hanno fatto nascere nella mia mente alcune idee, che vorrei esporvi, perché io stesso le capisca meglio e non per farvi un discorso.
            Amore e sofferenza: queste due parole fanno parte del nostro dizionario, del nostro linguaggio. Quando si ha fede in Dio, quando sei uno con Dio, Dio si rivela amore. L’amore è beatitudine e la beatitudine non porta la sofferenza. L’idea di Dio, associata alla sofferenza, mi sembra una contraddizione. Dio è solo amore e quando c’è amore, c’è gioia, persino il sacrificio diventa gioia. Noi pensiamo che ci sia la sofferenza, ma l’uomo per sua natura è alla ricerca della gioia. Non solo l’uomo, ma ogni essere. Per nostra natura noi cerchiamo la felicità.
            La mia domanda è questa: è possibile che un essere umano scelga il dolore? Questo va contro la natura umana. E per questo la parola che usiamo, quando ci riferiamo all’esperienza di Dio, non è gioia o felicità, neanche si può tradurre solo con beatitudine, ma è “stato di beatitudine”, non esiste un termine contrario. Allora, una volta che siamo in Dio, siamo in una visione beatifica e attraverso quella beatitudine siamo sostenuti e alla fine della nostra vita ritorniamo all’Uno con quella beatificazione.
            Dobbiamo dire che i santi non hanno sperimentato quello che noi chiamiamo la sofferenza, che non sarebbero rimasti nel dolore, perché è contro la natura umana. Ma una volta che hanno trasceso la natura umana, una volta che sono andati al di là del piano umano, sono arrivati dove non esiste dualità, ma dove c’è unità, pienezza.
            Chiedo scusa a quelli di voi che sono cristiani, perché non sono uno studioso della Bibbia. Ma l’espressione “Gesù abbandonato”  l’ho ascoltata tante volte e mi sono sentito un po’ a disagio. Forse mi sbaglio, vi chiedo scusa, ma come ci può essere l’espressione “Gesù abbandonato”? Un Dio che è stato abbandonato? Dio non può abbandonare. Non è nella sua na-tura abbandonare. Perché Dio dà le sue grazie a tutti, sempre, incessante-mente, senza distinzioni. Siamo noi che rifiutiamo la sua grazia. Siamo noi che abbandoniamo Dio. Non è Dio che abbandona noi. Se uno tiene la sua ciotola rovesciata, anche se piove forte, la ciotola rimane vuota. Rovesciamo la ciotola verso Dio e la ciotola traboccherà. Il sole manda sempre la sua luce, ma se teniamo le finestre chiuse, non lo vedremo. Apriamo le finestre e allora la grazia di Dio entrerà.
            Scusate, forse voi avete altri elementi, ma non mi piace molto l’espressione “Gesù abbandonato”. Nel momento in cui dice: “non la mia, ma la tua volontà sia fatta”, in quel momento diventa il Cristo. E’ lì il pas-saggio dalla mortalità alla divinità, dal finito all’infinito.
            Questo è ciò che volevo dire. Non so se ha un senso quello che sto dicendo, ma vi ho detto quello che sento, quello che ho sentito profondamen-te. Sono sicuro che il cuore di quelli che hanno fatto l’esperienza di Dio bat-te con il mio”.

*          Intervento di Chiara  -  “So che questa mattina è stato spiegato un po’ Gesù crocifisso abbandonato. Non ho seguito gli interventi, perché assente. Però vorrei dire, dal nostro punto di vista di cristiani, che cosa significa “Gesù abbandonato”.
            Bisogna partire dalla visione cristiana delle cose. E noi tutti crediamo che Dio è amore e che lui ci ha creati per amore. Però crediamo che lui non ama soltanto fuori di sé, ma è amore anche in se tesso. Per questo noi crediamo che, pur essendo perfettamente certi che Dio è uno solo, in lui avviene però un fenomeno d’amore. Cioè ci sono tre divine persone che si amano. Il Padre che ama il Figlio, il Figlio che ama il Padre e questo loro amore è lo Spirito Santo.
            Noi crediamo che, ad un dato punto, Dio ha pensato di fare qualcosa per noi, per risolvere la situazione di peccato in cui eravamo. In unità, le tre divine persone hanno deciso che il Figlio, il Verbo, la Parola di Dio, si incar-nasse, venisse sulla terra e assumesse la natura umana. Hanno deciso che si facesse uomo come te, come me. Lui però, assumendo la natura umana, ha assunto anche tutti i difetti della natura umana, i nostri sbagli, i nostri peccati, le nostre divisioni, tutto quello che di brutto avevamo, pur non essendo lui peccatore, perché lui era santo.
            Si è caricato di tutti i nostri peccati. E perché ha fatto questo? Ha fatto questo per offrirsi a Dio al posto nostro, quasi come vittima d’amore per noi. Il Padre, vedendo in terra il Figlio suo incarnato, l’ha visto coperto di peccati, pur non essendo lui peccatore. E allora ha permesso che Gesù, il Verbo incarnato, provasse quello che gli uomini dovevano provare, cioè l’abbandono di Dio. E Gesù, non tanto come Dio, perché come Dio era sem-pre uno con il Padre, ma come uomo ha avuto la sensazione che Dio lo abbandonasse. E ha gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abban-donato?”.
            Però, proprio per la forza del fatto che lui era Dio, è riuscito a superare questo immenso dolore, questo baratro, in cui era caduto al posto nostro, al posto di noi uomini. E ha detto: “Nelle tue mani, o Padre, racco-mando il mio spirito”: mi butto in te, anche se ho avuto il senso di essere abbandonato. E l’ha fatto. Così facendo, ha pagato, per così dire, la sua risurrezione e ha pagato per tutti i nostri debiti. Per cui noi siamo stati tutti beneficati dal dolore di Gesù.
            Il dolore di Gesù nell’abbandono, è il più alto dolore di Gesù in croce. Gesù ha sofferto le piaghe, la corona di spine, la flagellazione, la crocifissione. Ma il dolore più grande è stato il sentirsi abbandonato dal Padre. Ora, che cosa succede? Succede che, quando noi sentiamo qualche dolore dentro di noi, diciamo per esempio: siamo separati, abbiamo peccato, abbiamo sbagliato, ci ricordiamo di lui e diciamo: sono un po’ come te. Però facciamo come lui e diciamo: proprio perché mi sento lontano da te, io mi butto in te, mi abbandono in te.
            E dopo che cosa succede? E’ la nostra esperienza quotidiana: si passa immediatamente dal dolore alla gioia. E’ come la risurrezione che entra dentro di noi. Intanto è la nostra risurrezione spirituale, alla fine sarà la risurrezione di tutto il nostro essere, anche del nostro corpo. Perciò bisogna affermare che Gesù ha veramente sofferto. Lui non poteva dire una bugia, era il Verbo di Dio. Quindi ha veramente sofferto, in quanto uomo, perché lui era uomo-Dio, Dio-uomo, era il Dio incarnato. E’ colui attra-verso il quale noi passiamo, è lui che ci dà la grazia.
            Anche voi avete qualche volta questo pensiero. Si diceva ieri: il “guru” è colui attraverso il quale arriva la grazia. Per noi è uno solo: è Gesù, che ci porta al Padre. E’ la porta attraverso la quale noi dobbiamo passare per arrivare al Padre. Ecco, questa è la visione cristiana delle cose, che non nega la sofferenza, perché tutti abbiamo delle sofferenze, e non la nega neanche in Cristo, in quanto uomo. Però chi la porta ha la gioia, ha la felicità. Per cui la finale è sempre la felicità. Non è che la sofferenza entra in Dio. Dio rimane Uno. Gesù ha detto: “Io e il Padre siamo una cosa sola” ed è rimasto così. Ma in quanto uomo ha veramente sofferto.

*          Secondo intervento del prof. indù  -  Ho capito benissimo. Ti ringrazio della spiegazione, Chiara. Perché non riuscivo ad esprimere quello che tu hai detto in modo così semplice. Sono ancora un uomo e devo quindi ancora passare attraverso la porta che è Gesù, attraverso Dio-guru, per arrivare a Dio. Ti sono grato perché hai capito il mio silenzio e le mie parole. Ti sono veramente grato di questa spiegazione. Grazie, Chiara, grazie.
Dialogo per crescere insieme…

°          Abbiamo rivisto volti conosciuti: eravate tutti incantati. Ci ha col-pito come il prof. indù ascoltava.
*          Dio prepara queste persone. Questo professore è un personaggio.
°          Ho ammirato anche Chiara. Lo Spirito Santo l’ha aiutata a trovare in quel momento le parole giuste, che hanno convinto un fratello, il quale non aveva mai percepito questa realtà. Lo stupore di un professore indù mi richiama la freschezza di chi accede per la prima volta a una scoperta. E’ un invito ad accostarci sempre a questa realtà come i bambini, in modo nuovo.
*          Chiara chiamava questo: “annuncio rispettoso”. Dopo che ho accolto l’altro, che l’ho lasciato esprimere, che ho fatto il vuoto, allora posso anche dare… offrire… offrire…
°          Nel pubblico si notava un grande ascolto, un grande vuoto.
*          Mi ricordo, ero lì… ti faceva colpo. Perché ti veniva da dire: se ades-so lui si blocca su questo, chissà che cosa succederà del simposio? Era un momento da vivere disarmati.
°          Mi ha colpito la centralità della persona di Gesù. E’ questa la novità che lui ha portato. Da qui tutto si illumina: la vita personale, la vita comunitaria, la chiesa.
°          E’ un’esperienza di fede. Per Gesù umanamente è stato un momen-to di sospensione. Si trattava di abbandonarsi all’azione di Dio nel buio. Dio in certi momenti permette il buio per continuare a credere e sperare. E’ difficile essere disarmati e non impaurirsi.
*          In questo svuotarsi, disarmarsi, in questo amarci fino all’abban-dono, l’altro, in quel momento, distrugge la tua comprensione, la tua visio-ne, la tua spiritualità. Si tratta di accogliere, lasciar entrare, sicuri che poi lo Spirito agirà.
°          E’ una nuova creazione! Una nuova pentecoste!
*          E’ questa profondità che siamo chiamati a dare ai nostri rapporti. Non è sempre facile.
            Vi comunico un’esperienza vissuta con un teologo evangelico. Da qualche anno era nato a Roma il nostro Centro Studi, la Scuola Abba. Durante l’estate mi hanno chiamato dalla Germania, dicendomi: bisogne-rebbe che tu scrivessi una presentazione di questa realtà per i paesi di lingua tedesca, poiché tu conosci meglio la loro mentalità. E’ bene che cominciamo a pubblicare qualcuno dei nostri lavori.
            Subito mi veniva da dire: in Germania la metà della popolazione è evangelica. Da poco era entrato nel nostro Centro Studi un focolarino evangelico. Lui viveva in Germania, mentre io da tanti anni sono in Italia. Dicevo tra me: sarà meglio che propongo di scrivere questo contributo insieme a lui. Una voce in me diceva: ma se fai una cosa insieme con un evangelico, stai attento, ti metti nei guai. Però sentivo che era Dio che me lo chiedeva. Allora ho comunicato la mia proposta: vi dispiace se scriviamo insieme questo contributo? No, anzi, ancor meglio, benissimo, è un’ottima idea.
            Ci siamo messi d’accordo, abbiamo incominciato. Io ho detto: se vuoi comincia tu. Mi ha risposto: no, adesso non posso, comincia tu. Ho scritto tre punti, una prima linea. Poi invece ha avuto tempo lui di conti-nuare il lavoro e lo ha fatto. Ha steso quattro punti, però dei miei tre punti non c’era quasi più niente. E soprattutto mi sembrava che non rispecchiasse bene il nostro Centro Studi, perché lo vedeva troppo secondo la visione degli evangelici. Da  secoli l’eucaristia per loro è un punto dolente, mentre per noi l’eucaristia è il patto, è centrale. Mi dicevo: no, lui ha scritto molto bene. Per la Germania sarebbe andato benissimo. Però non è giusto, non rispec-chia bene, sa troppo di evangelico. Ma adesso come faccio a dirglielo? Qui rischio tutto. Però non posso neanche fare sconti sulla verità per comodità. Devo avere il coraggio di dirglielo. E l’ho fatto: guarda, sono cose belle, però mi sembra che mancano delle cose essenziali e ci sono delle cose che non c’entrano.
            In quel momento ci hanno chiamato. Eravamo in un corso, nella fase finale molto festosa, dovevamo rientrare. Fuori era tutto una efferve-scenza, ma io ero nel buio. E adesso, come si fa? Io avevo la mia visione, lui la sua, non combaciavano. Adesso, come ne veniamo fuori? Ormai ci siamo impegnati. E poi come mantenere un buon rapporto fra noi? Lì mi è venuto proprio da dire: questo è Gesù abbandonato! Questo buio, questo non sape-re, questo stare in croce, è Lui. Quindi lo voglio amare, mi devo buttar fuo-ri, forte di Lui, a vivere il momento più festoso con gli studenti del corso. Eravamo agli inizi dell’Università Sophia. I corsi estivi si chiamavano allo-ra: Istituto Superiore di Cultura.
            Alla sera, dopo cena, il mio amico mi ha detto: vuoi che ci troviamo? Dico: sì, troviamoci. E lui aggiunge: non sarà bene che ricominciamo da zero? Ho sentito subito dentro di me: sì, dobbiamo ricominciare da zero, però stai attento, dicevo a me stesso, di ricominciare davvero da zero, non pensando di ritirare fuori i punti di prima. Devo veramente ricominciare da zero, avendo perso tutto. In tre quarti d’ora abbiamo abbozzato il nostro contributo, in nove punti. Non so come abbiamo fatto in così poco tempo.
            Il mio amico, aveva del tempo, mentre io ero impegnato in quei giorni. Ha cominciato lui a scrivere. Ha sviluppato i primi quattro punti. Me li ha inviati. Mi sembravano belli, ma io dovevo continuare. Quello che avevo davanti andava benissimo, però era diverso da come io avrei fatto. Quindi facevo molta fatica a entrare. Ho dovuto fare un lavoro su di me, svuotarmi, per lasciar entrare questa realtà in me e io entrare dentro questa realtà. E da lì continuare la stesura. Sono riuscito. In un primo momento mi veniva da rifiutare e dire: è più facile rifare. Invece ho finito di scrivere il resto. Gli ho mandato tutto. Mi ha telefonato: va benissimo, cambierei solo qualcosa in due o tre punti. Insieme abbiamo cambiato. Così è stato pubbli-cato. Qualche mese dopo, quando ho riletto il testo, mi sono detto: questo l’ho scritto io? Anche lì è stato Gesù che ha agito. Il testo andava molto bene anche per la Germania. E’ stato molto apprezzato. In questo caso i nostri rapporti erano più scientifici, ma è soprattutto nel quotidiano che dobbiamo vivere questo. L’altro diventa buio per te, certe volte ti getta nell’oscurità. E tu accetti di lasciarti gettare nell’oscurità, accetti con amore e lasci che Dio faccia la nuova creazione. Oppure vuoi tu salvare il salvabile?
°          Riuscire a dare spazio al fratello, alla sorella, non è facile. Se per tanto tempo si lavora soli, quando si deve condividere il lavoro con un altro, fare spazio è molto difficile. Devi accogliere la persona, vedere come pensa, come agisce.
             Il mondo vuole sentire la verità vestita a nozze. La verità è un vestito a nozze, ma comporta anche pena e sofferenza, perché non sai come verrà accettata.
*          Dire una verità amore, una verità bella. Però il bello tante volte vie-ne dal buio. I bei fiori, i bei frutti di un albero nascono dalle radici: sotto terra, nel buio, nello sporco.
°          Quando parlava la sorella, avevo la sensazione di vedervi sot-tostante il mistero pasquale. Perché l’abito di sacco si trasforma in abito di gioia nella misura in cui uno accetta di passare attraverso questo buio, perché nasca la vita. Allora lì avviene la risurrezione, lì diventa abito di nozze.
°          A volte si fa fatica a comunicare una cosa che tu senti vera. Questo succede anche nelle cose più ordinarie e pratiche del quotidiano. Allora, per il quieto vivere, o l’altro non parla o io non parlo. Sono questi screzi che fanno soffrire.
*          E’ importante tener calcolo di tutto questo. Cioè non fare una bella teoria della comunione, che prescinde da queste reali situazioni, perché sono queste che viviamo. Dobbiamo sapere che attraverso queste situazioni avviene il miracolo della comunione. La comunione nasce nelle piccole cose. Per questo ci vuole questa radice del mistero pasquale. In Gesù, nel suo mistero di morte-risurrezione siamo chiamate a con-morire, con-risorgere con Lui. E non una sola volta nel battesimo, ma nel quotidiano, nei rapporti di ogni giorno.
            Adesso vi state avviando verso il Capitolo. Dovrete considerare tante situazioni. Avrete certamente idee diverse, esperienze diverse. Nella pausa di questa mattina, bastava sentire le sorelle del Brasile o del Perù: è un mondo così diverso da quello dell’Italia. Certamente avrete sensibilità e visioni diverse, ma è lì che si vedrà che cosa Gesù ci ha potuto dire in questi giorni e anche questa mattina. Cioè se siete capaci in quel momento di diventare tutte brasiliane in quella sorella che parla, svuotandovi, rima-nendo indifese, disarmate, perché l’altra entri e dopo, donare con libertà un pensiero. Ma non un pensiero che avevo già prima e che non è morto, per cui aspetto soltanto che la sorella finisca di parlare per poi dire il mio pensiero. Ma donare un pensiero che nasce dall’aver saputo amare fino all’abbandono. Così, solo dopo, dono il mio e la sorella fa lo stesso.
            Recentemente abbiamo avuto un ritiro di tre o quattro giorni del nostro consiglio generale. La nostra presidente, Emmaus, chiedeva a cias-cuno di parlare del proprio campo. Prima toccava a noi sacerdoti, la presi-dente ce lo ha detto solo cinque minuti prima. Dal programma sembrava che dovevamo fare una specie di relazione annuale. Eravamo quattro rappresen-tanti diversi. Emmaus ha precisato: no, non fate una relazione, dite la vostra esperienza in questo campo. Eravamo un po’ al verde. Non c’erava-mo potuti preparare, né accordare. Tanto che abbiamo detto: tiriamo a sorte a chi tocca parlare prima e a chi dopo. Emmaus ha invitato tutti così: in questo momento siamo tutti sacerdoti. C’era un tale ascolto che ci ha aiutato a tirar fuori le cose più profonde. Dopo, tutti erano contenti, perché si erano fatti “noi”,  tutti uno.
            Nelle prossime settimane, e poi quando sarete in Capitolo, ci sarà certamente una grazia speciale di Spirito Santo e una presenza speciale dei vostri fondatori. Incomincia adesso il momento di saper vivere queste cose, cioè di sapervi fare tutte “uno” con ogni sorella, tutte “uno” con il Brasile, con l’Italia, con il Congo, con il Perù…
            E questo cosa fa? Fa sprigionare lo Spirito! E il carisma dei vostri fondatori si attualizzerà. Capirete chiaro. In certi momenti sarete nel buio, perché direte: se è come dice la sorella, allora deve cambiare tutto, allora crolla tutto, allora come si fa?  Si tratta di accettare che tutto crolli, che venga messo in questione tutto, lasciarci ferire, lasciarci piagare… perché venga fuori lo Spirito Santo. Questo è ciò che Dio vi propone.
            Dal Capitolo verrà fuori: né quello che ha pensato una sorella, né quello che avete già scritto. Forse quello che il Consiglio ha fatto non passerà tutto, ma è contenuto in ciò che emerge di nuovo. E’ la nuova Pentecoste… non un compromesso. Tutti parlano nelle varie lingue… e si capiscono…
 Conclusione…

            Questo è un incontro conclusivo di queste giornate formative. Domani è per voi una giornata importante. Nell’ascoltarvi a vicenda, chissà cosa verrà fuori? Certamente qualcosa che nessuno immaginava. Mi colpi-va, allo steso tempo la solennità odierna: ci voleva Giovanni Battista, oggi. Dio ha voluto venire sulla terra, ma ha voluto anche che qualcuno gli preparasse la strada. Quindi non è indifferente quello che facciamo noi. Dobbiamo fare tutto, però poi saper dire: non sono io.
°          Anche lei ci aiuta a preparare la strada e poi scompare.
*          C’è l’ha detto Gesù. Anche per me è stato  un rituffarmi in certe realtà. Sentirle vivere, considerarle, mi impegna, ma soprattutto mi appassiona, ci appassiona.
°          Chiara ha parlato di migliaia, milioni di piccole chiese e ha concluso: questo mi appassiona…
*          Diceva Chiara: non sarà che da qui verrà il futuro del mondo? Que-ste cellule, sono come il granellino di senapa, sembrano niente, ma poi …

* * *
            Non vorrei affrontare un nuovo tema. Ho pensato semplicemente  di prendere un testo di Chiara, un po’ poetico, ma molto profondo. E’ dell’anno 1949. Dopo un’estate piena di luce, Chiara era tornata a Roma. Nell’ottobre ha scritto questo testo. Dice la sua esperienza in questa città e come Dio le fa comprendere di vivere in questa città.
            Quello che Chiara ci dice di Roma, noi lo possiamo applicare a ogni luogo, a ogni realtà nella quale viviamo. Forse questo testo, oggi, è ancor più attuale di quando è nato. Porta il titolo: “Risurrezione di Roma”, un testo sulla nuova evangelizzazione, sulla missione. Lo ascoltiamo e lo consideriamo insieme. Scrive Chiara.

 Risurrezione di Roma …

            “Se io guardo questa Roma così com’è, sento il mio Ideale lontano come so-no lontani i tempi nei quali i grandi santi e i grandi martiri illuminavano attorno a loro con l’eterna Luce persino le mura di questi monumenti che ancora s’ergono a testimoniare l’amore che univa i primi cristiani.
            Con uno stridente contrasto il mondo con le sue sozzure e vanità ora lo domina nelle strade e più nei nascondigli delle case dov’è l’ira con ogni peccato e agitazione.
            E lo direi utopia il mio Ideale se non pensassi a Lui che pure vide un mondo come questo, che lo circondava e al colmo della sua vita parve travolto da ciò, vinto dal male.
            Anch’egli guardava tutta questa folla che amava come se stesso, egli che se l’era creata ed avrebbe voluto gettare i legami che la dovevano riunire a lui, come figli a Padre, ed unire fratello a fratello.
            Era sceso per ricomporre la famiglia: a far di tutti uno.
            Ed invece, nonostante le sue Parole di Fuoco e di Verità che brucia-vano il frascame delle vanità sotterranti l’Eterno che è nell’uomo e passa fra gli uomini, la gente, molta gente, pur comprendendo, non voleva capire e rimaneva con gli occhi spenti perché l’anima era oscura.
            E tutto perché li aveva creati liberi.
            Egli poteva, sceso dal Cielo in terra, risuscitarli tutti con uno sguardo. Ma doveva lasciare ad essi – fatti ad immagine di Dio – lasciare la gioia della libera conquista del Cielo. Era in gioco l’Eternità e per l’Eternità intera essi avrebbero potuto vivere come figli di Dio, come Dio, creatori (per partecipazione d’Onnipotenza) della propria felicità.
            Guardava il mondo così come lo vedo io, ma non dubitava.
            Insaziato e triste per il tutto che correva alla rovina, riguardava pregando di notte il Cielo lassù ed il Cielo dentro di Sé, dove la Trinità viveva ed era l’Esser vero, il Tutto concreto, mentre fuori per le vie camminava la nullità che passa.
            Ed anch’io faccio come Lui per non staccarmi dall’Eterno, dall’In-creato, che è radice al creato e perciò la Vita del tutto, per credere alla vittoria finale della luce sulle tenebre.
            Passo per Roma e non la voglio guardare. Guardo il mondo che è dentro di me e m’attacco a ciò che ha essere e valore. Mi faccio un tutt’uno con la Trinità che riposa nell’anima mia, illuminandola d’eterna Luce e riempiendola di tutto il Cielo popolato di santi e d’angeli, che, non asserviti a spazio ed a tempo, possono trovarsi raccolti tutti con i Tre in unità d’amore nel mio piccolo essere.
            E prendo contatto col Fuoco che, invadendo tutta l’umanità mia donatami da Dio, mi fa altro Cristo, altro uomo-Dio per partecipazione, cosicché il mio umano si confonde col divino ed i miei occhi non sono più spenti, ma, attraverso la pupilla che è vuoto sull’anima, per il quale passa tutta la luce che è di dentro (se lascio viver Dio in me), guardo al mondo e alle cose; però non più io guardo, è Cristo che guarda in me e rivede ciechi da illuminare e muti da far parlare e storpi da far camminare. Ciechi alla visione di Dio dentro e fuori di loro. Muti alla Parola di Dio che pure parla in loro e potrebbe da essi esser trasmessa ai fratelli e risvegliarli alla Verità. Storpi immobilizzati, ignari della divina volontà che dal fondo del cuore li sprona al moto eterno che è l’eterno Amore dove trasmettendo Fuoco si viene incendiati.
            Cosicché riaprendo gli occhi sul di fuori vedo l’umanità con l’occhio di Dio che  TUTTO CREDE  perché è Amore.
            Vedo e scopro la mia stessa Luce negli altri, la Realtà vera di me, il mio vero io negli altri (magari sotterrato o segretamente camuffato per vergogna) e, ritrovata me stessa, mi riunisco a me risuscitandomi – Amore che è Vita – nel fratello.
            Risuscitandovi Gesù, altro Cristo, altro uomo-Dio, manifestazione della bontà del Padre quaggiù, Occhio di Dio sull’umanità. Così prolungo il Cristo in me nel fratello e compongo una cellula viva e completa del Mistico Corpo di Cristo, cellula viva, focolare di Dio, che possiede il Fuoco da comunicare e con esso la Luce.
            E’ Dio che di due fa uno, ponendosi a terzo, come relazione di essi: Gesù fra noi.
            Così l’amore circola e porta naturalmente (per la legge di comunione che v’è insita), come un fiume infuocato, ogni altra cosa che i due posseggono per rendere comuni i beni dello spirito e quelli materiali.
            E ciò è testimonianza fattiva ed esterna d’un amore unitivo, il vero amore, quello della Trinità.
            Allora veramente Cristo intero rivive in ambedue ed in ciascuno e fra noi.
            Egli uomo-Dio, con le manifestazioni più svariate umane intrise di divino, messe a servizio del fine eterno: Dio con l’interesse del Regno e – dominatore del tutto – dispensatore d’ogni bene a tutti i figli come Padre senza preferenze.
            E penso che, lasciando vivere Dio in me e lasciandolo amarsi nei fratelli (da Gesù a Gesù), scoprirebbe se stesso in molti, e molti occhi s’illuminerebbero della sua Luce: segno tangibile che egli vi regna.
            Ed il Fuoco, distruttore del tutto a servizio dell’eterno Amore, si diffonderebbe in un baleno per Roma a risuscitarvi i cristiani ed a far di quest’epoca, fredda perché atea, l’epoca del Fuoco, l’epoca di Dio.
            Ma occorre avere il coraggio di non badare ad altri mezzi, per suscitare un po’ di cristianesimo a far eco alle glorie passate – o di metterli, gli altri mezzi, almeno in sottordine.
            Bisogna far rinascere Dio in noi, tenerlo vivo e traboccarlo sugli altri come fiotti di Vita e risuscitare i morti.
            E tenerlo vivo fra noi amandoci (e per amarsi non occorre strepito: l’amore è morte a noi – e la morte è silenzio – e vita in Dio – e Dio è il silenzio che parla).
            Allora tutto si rivoluziona: politica e arte, scuola e religione, vita privata e divertimento. Tutto.
            Dio non è in noi come il Crocifisso che sta alle volte quasi amuleto su una parete d’un’aula scolastica. E’ in noi vivo – se lo facciamo vivere – come legislatore d’ogni legge umana e divina, ché tutta è fattura sua. Ed Egli dall’intimo detta ogni cosa, ci insegna – Maestro eterno – l’eterno e il contingente ed a tutto dà valore.
            Ma non capisce questo se non chi lo lascia vivere in sé vivendo negli altri, ché la vita è amore e se non circola non vive.
            Gesù va risuscitato nella città eterna ed immesso dovunque. E’ la Vita e la Vita completa. Non è solo un fatto religioso… E’ questo separarlo dalla vita intera dell’uomo una pratica eresia dei tempi presenti, ed un asservire l’uomo a qualcosa che è meno di lui e relegare Dio, che è Padre, lontano dai figli.
            No, Egli è l’UOMO, l’uomo perfetto, che riassume in Sé tutti gli uomini ed ogni verità e spinta che essi possono sentire per elevarsi al proprio posto.
            E chi ha trovato quest’Uomo ha trovato la soluzione d’ogni problema umano e divino. Egli lo manifesta. Basta che lo si ami”.

* * *
            E’ una sintesi. E’ Dio in noi che trabocca sugli altri. Dio fra noi che poi raggiunge gli altri, risveglia in loro quella presenza di Gesù che c’è già, ed è solo sotterrata. Durante gli ultimi mesi in cui Chiara stava ancora bene, parlava della “cultura della risurrezione”, proprio alla luce di questo testo. In seguito parlava pochissimo, solo a mezze frasi.
            Anche Chiara ha subito tante prove, persino da parte della Chiesa, come i vostri fondatori. Ha visto anche il rischio dello scioglimento dell’Opera. Si diceva: parlano tanto del vangelo… sono protestanti. Parlano di unità… sono comunisti. Parlano di amore… e sono uomini e donne: chissà cosa succederà… Arrivavano denunce a Roma e Roma se ne occu-pava. Erano cose molto forti.
            In quegli anni Chiara diceva: “la Chiesa è Madre”. Parla di questo nel libro “Il Grido”. Un libro toccante, che dice come la misura dei rapporti nella chiesa è proprio l’amore di Gesù abbandonato. Scrive Chiara: “la Chiesa era madre e impediva che noi nascessimo prima del tempo, prima di essere completi.”. Essendo sotto studio, in realtà eravamo anche protetti e altri non ci potevano mettere le mani.

Dialogo per crescere insieme …

°          Siccome veniamo da realtà in cui quotidianamente abbiamo a che fare con i poveri, con situazioni di bisogno, viene spontaneo chiedersi: qui l’immagine di Dio dov’è? Vedere l’immagine di Dio nei poveri, là dove è più sfigurato, è cultura di risurrezione. I poveri sono la pupilla di Dio. Anche i nostri fondatori avevano questa visione evangelica di vita.
°          Stupisce che Chiara parli di Roma atea già nel ’49.
*          E’ essere profeti. Tu sei circondato da una realtà che sembra essere quella che è. Invece devi cogliere quello che Dio è in questa realtà. Cogliere la realtà più profonda. Vedo l’altro, fatto com’è fatto, con le sue partico-larità. Non vedo subito in lui l’immagine di Dio, devo credere che c’è. Sia-mo chiamati ad avere questo sguardo più profondo e puntare lì, trattare l’al-tro da Gesù,  allora la sua immagine emerge.
            A Roma, un giorno ci siamo trovati a preparare un incontro per alunni seminaristi. Si era fatto un po’ tardi. Ci dicevamo: dobbiamo man-giare qualcosa. Dico: andiamo a comperare un panino. Eravamo seduti fuori da un bar. Un altro dice: no, prendiamo una pizza. Ci siamo accordati. Abbiamo cominciato a camminare e non abbiamo trovato alcuna pizzeria rustica aperta. Siamo arrivati vicino al Vaticano. Ad un certo punto vediamo un forno con la serranda mezza chiusa. Uno di noi dice: proviamo a cercare lì. Siamo entrati e abbiamo chiesto la pizza. Ci siamo fermati a mangiare e abbiamo cominciato a parlare con questo signore, che aveva un braccio un po’ paralizzato. Lui ha cominciato a confidarsi. Penso che ave-vamo veramente Gesù in mezzo a noi, in quel momento. Più che un parlare con noi, era un dialogo da Gesù con lui. Lui diceva: vorrei morire…  non vale la pena vivere… non riesco più a credere… Ad un certo punto, da sotto il banco, tira fuori un foglio, dicendo: ho fatto anche un patto con il dia-volo… l’ho scritto con il sangue… Aveva scritto una mezza frase, senza finirla. Così ci ha aperto l’anima, ci ha detto la sua disperazione. Gli abbia-mo assicurato: noi viviamo per lei, preghiamo per lei, ma lei non faccia più patti con il diavolo.
            Il giorno dopo gli abbiamo mandato qualcosa. Ci sono andato altre volte da lui e lui ha proposto: dobbiamo trovarci, vi invito per una cena, qui al Borgo Pio. In quella circostanza è venuto anche p. Brendan. Ci siamo seduti all’aperto. Era bellissimo… Quest’uomo ha cominciato a parlarci della sua vita. Parlava male della chiesa. Era stato a scuola dai gesuiti. Ha rovesciato tutta la sua ribellione per oltre due ore. Eravamo in tre o quattro, siamo rimasti solo ad ascoltare, senza dire alcuna parola. Dopo due ore è giunto a dire: in fondo tutto questo è colpa mia. Perché ero in ospedale a causa di questo braccio. Ho avuto un problema cerebrale e dovevo ancora rimanere. Invece ho voluto uscire e non sono guarito. Pian piano si rovesciava tutto. Ha aggiunto: quel giorno in cui voi siete venuti da me, non è stato un caso: c’era qualcun Altro che vi ha mandato. Si è conclusa così la serata.
            Abbiamo continuato a tenere rapporti con lui. Si è ammalato. Ha avuto la leucemia ed è stato in ospedale per alcune settimane. Noi siamo partiti per l’estate, quindi non potevamo raggiungerlo: eravamo all’estero. E’ morto nella pace. Durante il periodo della disperazione era così inacidito, che anche la moglie lo aveva lasciato. Non voleva sapere più niente di niente. Toccato da Gesù, da Gesù fra noi, sia la prima volta, sia la seconda volta, senza dire niente, Gesù gli parlava dentro. Vedendo questa immagine di Dio in lui, veniva fuori tutto, anche il bello della sua vita, era come sepolto.
°          E’ molto più facile incontrare Dio nel povero, nel malato, nel bisognoso, in chi non ha nessuno o è emarginato. L’ho esperimentato in terra di missione. Con queste persone mi sento molto a mio agio.
°          Chiara aveva una vita profonda già da giovane. Sapeva tirar fuori da ognuno il meglio.
*          Può essere la vita anche di ciascuno di noi, al di là del movimento. Sono realtà universali, che vengono dal vangelo. Quando Gesù dice: “l’avete fatto a me”: questo voi lo vivete. Paolo dice: “L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori…”. Allora quell’amore che noi doniamo, non siamo solo noi a donarlo, è Dio in noi.
°          Chiara non avrebbe mai immaginato che la sua Opera si sarebbe diffusa in tutto il mondo. E’ stato Dio.
*          Agli inizi, suo fratello era comunista, partigiano. Chiara gli diceva:  quello che voi fate qui, noi lo vogliamo fare in tutto il mondo. Voi affrontate il problema sociale di Trento, noi vogliamo abbracciare tutto il mondo. Siamo poche, piccole, povere, ma Dio è con noi: vediamo chi arriva primo…
            Noi ora viviamo questa spiritualità. Ma non ci possiamo appoggiare su di lei, su dove lei è arrivata, se no muore tutto. Adesso dobbiamo dirci: viviamo noi questo! Vivo io questo! Lei ha dato la spinta, ha aperto una strada, che si è concretizzata anche in un movimento. La spiritualità di comunione è una strada anche per il tempo di oggi. Forse p. Brendan vi avrà già parlato dei tre millenni:
#          Nel primo millennio si è sottolineato di più l’amore di Dio, la scelta radicale di Dio solo. Era il tempo in cui i monaci andavano nel deserto.
#          Nel secondo millennio si è sottolineata di più la carità: Gesù nel fratello… è  Francesco che bacia il lebbroso…
#          Oggi, il terzo millennio è il tempo dell’amore scambievole, il tempo di costruire non solo il castello interiore, ma anche, e insieme, il castello esteriore. Questa realtà non è solo per il movimento dei focolari. E’ per tutti. Il castello esteriore è la chiesa, che è quello che deve essere, cioè piena di Dio. Quello che Maria era come singola persona, la chiesa è chiamata ad esserlo insieme: piena di grazia, madre di Dio, madre che genera, madre che fa essere Dio nel mondo.
            Se oggi, in tanti, nei nostri paesi occidentali, tramonta il senso di Dio, la chiesa è chiamata, e noi in essa siamo chiamati a essere ‘madri di Dio’, nel senso di farlo essere, renderlo presente. Perché se Dio è tra noi, se non è solo nel tabernacolo, se non è solo trascendente in cielo, ma prende carne in noi, allora Dio torna!
            Padre Lombardi, negli anni ‘50, quando andava alle prime mariapoli, parlava sempre del ‘ritorno di Dio’. Una volta, una delle prime focolarine, Graziella, parlava di Gesù in mezzo. Lui era seduto dietro. Lei lo sentiva piangere. Alla fine ha detto: questo è il ritorno di Dio! Questo nuovo avvento di Dio deve uscire dalla nostra intimità, dal nostro rapporto personale con lui. Deve diventare quella divina atmosfera di cui parla Paolo: in Lui siamo, ci muoviamo, esistiamo. Lo Spirito Santo ci avvolge. E’ una vita spirituale non vissuta più solo dal singolo, ma tra noi insieme: da lì poi parte per raggiungere tutti.
            L’ultima tappa dell’opera di Chiara è stata la nascita delle così dette ‘inondazioni’. L’ideale, come spirito, ma anche come dottrina, entrava nei vari campi: cultura, economia, politica, arte, mezzi di comunicazione… E’ lo Spirito che dilaga. E’ la vita trinitaria che diventa l’anima del mondo. C’è tutto, ci sono tutte le realtà. E’ il lievito nella pasta, ci vuole chi dia l’anima a tutte queste realtà. Perché le strutture ci sono, nella chiesa e nella società. Ci sono gli ospedali, ci sono le case per anziani… ma ci vuole l’anima! Perché le persone anziane vogliono venire da voi e non nelle altre case, forse più attrezzate? Perché c’è l’anima!
°          A proposito dei millenni, mi veniva spontaneo applicare alla nostra storia: sant’Eusebio del primo millennio, i fondatori del secondo millennio, e noi figlie di sant’Eusebio, chiamate ad essere figlie dell’Amore, nel terzo millennio.
*          E’ vero. Il cenobio di Eusebio non so fino a quando è esistito (fin verso il VI – VII secolo). Mi colpisce che sia rinato in voi. Quindi, il carisma c’è. Mi ha commosso, in questi giorni, essere qui nella terra di Eusebio. Ero contento per lui. Mi dicevo: qui hai creduto, qui hai vissuto, qui ti sei speso, qui hai pagato anche di persona, con l’esilio… E fiorisce, dopo 15 secoli, una realtà nuova, nata da quella radice.
            Anch’io, con voi, in questi giorni mi sono un po’ riconvertito. La nostra branca dei sacerdoti focolarini, in Europa, ha un’età media di 65 anni. Nella zona di Torino, i sacerdoti hanno l’età media di 70 anni. Quando ho scoperto questo, mi sono spaventato e ho detto: dobbiamo fare qualcosa. Attraverso varie circostanze, specialmente leggendo la vostra relazione al incontro pre-capitolare, ma anche vivendo con voi in questi giorni, sono giunto a dire: no, no, non bisogna fare le cose troppo all’uma-na. L’importante è che ci sia il seme giusto, lo spirito giusto. Non è que-stione se le sorelle sono anziane o giovani. Quello che conta sono i vostri rapporti. Mi ha colpito quanto avete scritto nell’ultima relazione: il punto decisivo è che non si sia felici nella comunità.
            Nel mio piccolo, di questi cinque anni, da quando ho preso in consegna da don Silvano una realtà costruita da lui e da altri, con una vita come la sua, con un amore e una dedizione incredibile, constatare l’elevarsi dell’età media mi dice: che c’è bisogno di rinnovarsi, di ripartire, a comin-ciare dal nostro Centro. Io ero il più giovane, avevo 53 anni, dopo di me uno aveva 60 anni e poi avanti negli anni… Ero responsabile… Bisogna rinno-varsi, trovare anche persone nuove.
            Ho fatto questa esperienza: è Dio che ti fa andare avanti. Senti che devi intervenire… vedi davanti a te come un abisso… tu devi intervenire… Dio ti porta lì sull’orlo dell’abisso e ti dice: devi fare un passo, non hai scu-se. Nel momento in cui fai quel passo lui interviene, non prima. L’ho speri-mentato quando cercavamo i responsabili per la nostra scuola a Loppiano. Era veramente una disperazione. Mi dicevo: qui crolla tutto. Poi nel mese di maggio, in un momento in cui è difficile convincere un vescovo che ti dia dei preti, perché stanno facendo o hanno già fatto i loro piani, proprio in quel momento viene la soluzione.
°          E’ l’abbandono a quello che Dio potrebbe fare. Noi non sappiamo che cosa lui vuole veramente fare, sicuramente qualcosa di nuovo e di creativo, ma non secondo le nostre vie e le nostre attese.
°          Credere che Lui c’è in ogni situazione, in ogni persona, è una cosa molto grande, ci dà molta speranza.
*          Veramente devo ringraziarvi di aver potuto vivere con voi un po’ della vostra realtà: vedere questa fede, questa vita, questi germi nuovi. Qualcosa che porterò con me come un tesoro prezioso, che cambia un po’ il mio modo di vedere e di lavorare su questo tema nella chiesa.
°          E noi la vogliamo ringraziare, perché ci ha aperto orizzonti nuovi, ci ha aiutato ad avvicinarci, proprio in questo pre-capitolo, alla realtà della nuova evangelizzazione, in prossimità del Sinodo e dell’apertura dell’Anno della fede. Ci sentiamo anche noi chiamate a interrogarci e a sentirci protagoniste.
*          Tempo addietro, alla Congregazione dei religiosi si parlava della “ars moriendi”, cioè di come aiutare le famiglie religiose a morire bene. Il cardinal Joao Braz de Aviz questo non lo accetta. Insieme siete forti! Un pezzo del vostro futuro ce l’avete nel cuore. Anche chi non parla dà il contributo con il suo essere.






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