Juri: I primi anni di vita


Volendo ogni anno ricordare Juri con uno scritto, si è pensato questa volta di raccontarne l’infanzia a partire dalla voce di suor Rodolfa Ricca, morta il 27 dicembre 2013, che fu per lui una presenza materna, solare, affettuosa,  capace di infondergli la gioia di vivere. Si aggiungono le testimonianze di familiari, amici, conoscenti che portano Juri nel cuore e in lui percepiscono, oggi più che mai, il sorriso di Dio.

Nasce a Ivrea

                Giovanni e Clara desiderano un figlio che tarda a venire. Decidono allora per l’adozione di Marco e, pochi mesi dopo, Clara rimane incinta. Il 15 febbraio 1970 nasce Juri Gastaldo Brac. Subito dopo il parto, il ginecologo comunica alla mamma: «Lo sa che ha dato alla luce un mostro?». La notizia, espressa in modo così brutale, provoca un trauma a Clara e a Giovanni, tra le cui braccia viene adagiato un bambino idrocefalo, con la testa enorme e un corpicino quasi invisibile.
Ma proprio in quel corpicino così provato la Trinità pone la sua dimora con il Battesimo e Dio farà del bambino un prodigio di grazia.
                Juri viene trasferito all’Ospedale pediatrico Regina Margherita di Torino, dove tentano di drenare il liquido dal cranio, purtroppo senza alcun esito, diagnosticandogli non oltre sei mesi di vita. Il bimbo è costretto a rimanere nella culla, immobile, perciò gli rimarrà per tutta la vita la forma piatta della testa nella parte posteriore. Ai genitori è consentito vederlo attraverso un vetro, solo dopo che sono passati tutti gli altri visitatori.
                Visto che Juri è destinato a morire, si procede a un consulto per tentare di introdurgli una valvola che dreni costantemente il liquido dal cranio. Alla richiesta di firmare il consenso per l’intervento il padre si rifiuta, perché esiste un elevatissimo rischio di meningite. Gli balza subito agli occhi l’immagine di un vicino di casa che, avendo contratto la malattia da piccolo, ne aveva portato gravi conseguenze per tutta la vita.
                Dopo sei mesi Juri viene dimesso dall’ospedale ed entra in famiglia, ma Clara e Giovanni non sono in grado di curarlo come si deve. Chiedono quindi aiuto e consiglio per trovargli una sistemazione adeguata.

L’accoglienza all’Istituto
S. Eusebio di Vercelli

                La richiesta di aiuto arriva all’arcivescovo di Vercelli, mons. Albino Mensa, da pochi anni trasferito dalla sede di Ivrea nella diocesi eusebiana. Apprendendo la storia di quella famiglia tanto provata, si fa carico della situazione e, alla prima occasione, la illustra alla madre generale delle “Figlie di S. Eusebio” di Vercelli, suor Maria Vittoria Paleari, supplicandola di accogliere il bambino in istituto; e sottolinea che avrebbe considerato l’eventuale risposta positiva come un grande favore alla sua stessa persona. La Provvidenza comincia a tessere la sua storia.
                Il 16 ottobre 1971 Juri entra all’Istituto S. Eusebio di Vercelli. È suor Rodolfa Ricca, responsabile del reparto dei minori, con suor Maria Colomba, suor Danila e, a partire dal dicembre dello stesso anno, suor Tiziana, a descriverne l’accoglienza: «È arrivato un bambino che durerà pochi mesi, si mormorava in casa. Vedo l’ambulanza e mi sembra ancora più grande, sproporzionata rispetto al corpicino di Juri, che non riesce a reggere il testone. Ha un anno e otto mesi.
                Non volendo lasciarlo nel letto, studiamo tutti gli accorgimenti per stimolarlo. Non appena possibile, gli procuriamo una carrozzella senza ruote, per evitargli il rischio di cadere. Scherzando, ci diciamo: se non riesce a camminare, affiggiamo al soffitto un congegno che muova la carrozzella… A ispirarci sono le antenne del filobus…
                Lo nutriamo con il biberon, medichiamo con delicatezza piaghe e cicatrici del cranio. Ci accorgiamo subito che il bambino è molto sensibile, sveglio, intelligente e curioso. Si ingegna per sollevare la testa con le mani e osservare ciò che gli accade intorno. La pediatra Paola Cerruti ci suggerisce di procurargli delle scarpette ortopediche per evitare deformazioni ai piedi. Così Juri riesce a mettere i piedini a terra e a girare per il reparto con la sua “carrozzina” senza ruote improvvisata da noi».

E impara a parlare cantando

                «Ha quasi tre anni - prosegue suor Rodolfa - quando cade dal letto e, battendo la testa sul pavimento, comincia ad avere crisi epilettiche. La professoressa Cerruti è impagabile nel curarlo. Per tre giorni lo teniamo sdraiato al buio assistendolo 24 ore su 24. La madre, suor Maria Vittoria, viene continuamente a fargli visita e, per confortarlo, comincia a cantargli una filastrocca:  “Cavallino, cavallino…”, facendo danzare le dita sul suo addome. Così Juri impara a parlare proseguendo il canto e rivelando segni di ripresa. Ha una voce bianca, intonatissima; il suo repertorio si amplia di giorno in giorno: lodi liturgiche, musica leggera (Parlami d’amore Mariù), canti popolari (Romagna mia, Gioebi di Capusin). Da tutti ascolta e impara; a tutti, con il canto, comunica un’amicizia contagiosa e gioia di vivere. Perché Juri canta e vive la vita, la gioia, la gratitudine, la ricchezza interiore; canta e vive il bene dell’altro. In tono fresco, spontaneo, disarmante, conquista suore, ospiti, frequentatori della casa e la città.
                Gli procuriamo del materiale didattico per imparare a leggere e scrivere – ricorda suor Rodolfa con tenerezza materna – Lui memorizza tutto immediatamente e lo dimostra, ripetendo quanto è stato letto e girando le pagine al momento opportuno, grazie alla sua straordinaria memoria visiva.
                Con il passare del tempo provvediamo a fargli cambiare la carrozzina, adattandola allo sviluppo graduale del suo corpo e sostenendo la testa, il cui peso non gli consente ancora di reggersi in piedi. Così Juri comincia a frequentare con gli altri bambini la scuola materna speciale interna all’istituto, con suor Damiana e suor Maria Rinalda. Quando rientra in reparto ha un sacco di cose da raccontare con brio ed entusiasmo».
                Juri attira e risveglia bontà attorno a sé. Dona molto a tutti e chi lo avvicina per aiutarlo a sviluppare i talenti di cui Dio lo ha arricchito non può che manifestare profondo stupore. Suor Costantina, in servizio al refettorio delle suore, nonostante l’avanzata età e l’artrosi diffusa, ogni domenica, dopo i Vespri, sale al terzo piano per dedicare il suo tempo libero a Juri. Lo fa sedere sulle sue ginocchia e gioca a “cavallino al trotto”. Poi, aiutata dalle consorelle del reparto, appoggia il testone di Juri sulla sua spalla e prolunga la ginnastica delle sue gambette a penzoloni, simulando una sempre più veloce pedalata in bicicletta.
                Frequenta regolarmente il reparto dei bambini anche la mamma di una compagna di scuola di suor Tiziana, Amelia Traversari, che ha un nipotino disabile, Carluccio.  Come volontaria guida la ginnastica dei bambini, particolarmente di Juri. Mentre il signor Tassistro (per tutti  «il nonno»), che segue Gianni, un piccolo down, volentieri si offre per imboccare Juri, che  fatica a inghiottire il prosciutto, incoraggiandolo con paterna simpatia: «Dài mangia! Non sai che il prosciutto è la coscia del maialino?».

Gli amici dei bambini

                L’articolo di Ilde Lorenzola sul “Corriere eusebiano” del 10 marzo 2012 è un inno al sorriso della vita che continua a illuminare il cuore di chi ha conosciuto Juri, piccolo scrigno di Dio: «Juri aveva un cognome: Gastaldo Brac, ma non gli è mai servito per identificarsi, a parte nei documenti anagrafici. Perché Juri era Juri. In quel nome incarnava se stesso. E il suo cuore palpitante era abitato da Dio fin dal primo, timido battito dentro il grembo di sua madre… “Era bello come il sole”, esclamano convinte tre amiche, oggi spose e mamme, che negli anni settanta, insieme ad altri giovani, sbarcano da ragazze in quel reparto al terzo piano, tra idrocefali e sindromi di down, spastici ed epilettici, per fare un’esperienza di volontariato, animate dall’ardore adolescenziale, e scoprono un mondo popolato di sentimenti profondi e di affetti sinceri, di dono gratuito e di tenerezza infinita, di accoglienza fraterna e di fiducia innocente. “Non avevamo ancora incominciato e già ci sentivamo ricche, felici. Juri aveva due anni e mezzo, indossava una tutina di spugna e stava dentro un porta-enfant con le gambine penzolanti all’esterno. Aveva una voce melodiosa, una sensibilità inconsueta. Ci conquistò subito”. 
                Quel bambino che sembrava non dovesse avere lunga vita sbalordì tutti, nel giro di qualche anno, cominciando a stare seduto su una carrozzella, fatta realizzare apposta per lui a Torino, munita di schienale e poggia-testone. Poi cominciò ad alzarsi in piedi. Poi a camminare. Poi ad andare a scuola. La forza dell’amore».
                Alla fine della messa funebre, Ilde e Gianni Brunoro, che si sono conosciuti proprio al S. Eusebio, affermano pubblicamente: «Con Juri se ne va un pezzo della nostra vita. Germogliata in questo istituto quando eravamo ancora giovani, ci ha portati, prima come amici, poi come famiglia, a scelte di accoglienza. Da Juri abbiamo imparato a cantare, da Luigi ad esprimerci in silenzio con il sorriso, da Massimiliano, Emiliano, Davide, Ambrogino, Luigino e Tassistrì ad abbandonarci teneramente all’amore. Per tutto questo possiamo solo dire grazie e ricambiare, in qualche modo, lasciando che la nostra vita, ancora oggi illuminata da quei bambini, continui a dare frutti».
                «Caro Juri, ti scrivo, così mi distraggo un po’ - esordisce Cesare Daneo, parafrasando una famosa canzone di Lucio Dalla e trattenendo a stento la commozione – mi distraggo dal dolore per la perdita di un angelo, chiamato alla vita terrena per dare testimonianza di bontà e di gioia di vivere a ciascuno di noi… Da oggi ci sentiamo più adulti: tu, infondendoci amore, hai fatto crescere l’amore che è in noi… L’amore non è dire, è dare. Dare la vita. E tu sei stato, sei l’esempio… Con te, Gabriella ed io abbiamo scoperto la ricchezza dell’amore umano. Con te, un pezzo di paradiso è dentro di noi».
                «Io sono un volontario di Ivrea che viene qui ad animare momenti di festa e cantavo spesso con Juri – si presenta Gianni Coppo al funerale – Un giorno gironzolavamo cantando per Piazza Cavour e un vigile ci ha ripresi: “Disturbate la quiete pubblica”. Juri ha risposto con naturalezza: “Io canto perché sono allegro”».  Poi con la sua bella voce calda, Gianni ha intonato il salmo di commiato: un arrivederci all’amico perduto.
                Uscendo dalla cappella, dopo il funerale, conclude Ilde nell’articolo, «si coglie un sussurro all’orecchio (o forse al cuore). Se mi chiedessero: hai mai incontrato il volto di Cristo? Risponderei: sì, certo. La prima volta quando ho guardato Juri in quel porta-enfant. L’ultima, quando ho baciato la sua fronte prima dell’arrivederci in paradiso. E so che questo solco fecondo scavato dentro di me può far germogliare semi di bene in ogni stagione della vita, secondo il progetto di Dio».
               

Un’amicizia speciale

                Commuove ancora il ricordo di quella mattina del 1° luglio 1975, con il portone dell’istituto spalancato al limitare di Via Bodo: di fronte sosta il feretro di madre Daria, sorella della Fondatrice, per consentire a bambini e ospiti anziani di porgerle l’ultimo omaggio. Il giglio bianco, offerto da Juri, è il più eloquente, simbolico gesto di affetto e di riconoscenza a una persona speciale, che ha sempre desiderato che l’istituto fosse un’unica grande famiglia.
                Era consuetudine che, all’ingresso in istituto, prima di salire al terzo piano, ogni bambino sostasse nello studio di madre Daria per confondere un po’ le carte in tavolo e ricevere i primi calorosi complimenti. «Quando entra innocenza, entra Provvidenza», era solita ripetere, diffondendo all’intorno aria di famiglia. E i piccoli parevano intuire quell’affetto privilegiato, imparando presto la strada per andare piacevolmente a disturbarla.


La telefonata in paradiso

                A una decina di giorni dalla morte di madre Daria, una sera Juri afferra il telefono e, rivolgendosi al suo amico Gianni Brunoro, afferma in tono birichino: «Gianni, facciamo una telefonata a madre Daria in paradiso?». «Non abbiamo il numero!». Ma Juri risponde perentoriamente: “Sì, invece». E cita alcune cifre. Di fronte a quella insistenza non resta che improvvisare coinvolgendo, nel reparto attiguo, un’interlocutrice la cui voce richiama da vicino quella della suora defunta. Gianni compone il numero e Juri esplode con incontenibile entusiasmo: «Ciao, madre Daria! Come stai? Com’è il paradiso? Ti voglio tanto bene! Vengo anch’io?». Al colmo della gioia, intona spontaneamente un canto di lode: «Osanna nell’alto dei cieli: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore…».
La voce di un innocente canta con gli angeli e i santi una melodia di cielo.
                A un certo punto, però, Juri si interrompe per comunicare una notizia favolosa: «Madre Daria, sai che vado a Lourdes?». Poi: «Ti salutano tutti i bambini». La telefonata procede ancora a lungo, sulla scia di svariati canti… un’autentica serenata!
                Madre Daria e Juri si conoscevano e si intendevano alla perfezione. Spesso ella si intratteneva a chiacchierare e a giocare con lui. Purtroppo non ce la faceva ad accompagnarlo nel canto, perché il bambino la batteva senza riserve quanto a voce e a intonazione. La prima, lunga, reale telefonata di Juri a madre Daria risale all’8 giugno 1975: la raggiunge ad Andora (SV): già ammalata e a riposo, per dichiararle con tenerezza: «Madre Daria, ti voglio tanto, tanto, tanto, tanto, tanto bene!». Per Juri continua ad essere viva: ha solo cambiato residenza.

In braccio a Paolo VI

                Juri ha solo cinque anni quando, nel 1975, partecipa al pellegrinaggio di “Fede e Luce” a Roma, per il giubileo dei disabili di tutto il mondo.
                «Dorme in camera con me e suor Damiana - racconta suor Rodolfa - Dopo il viaggio decidiamo di non portarlo in nessun posto per non stancarlo. Desideriamo che sia in buone condizioni per il giorno del giubileo. E’ la prima volta che esce di casa. L’indomani eccoci in Piazza san Pietro, dove si scrive una pagina evangelica davvero commovente: è lo spettacolo delle Beatitudini proclamate con la vita. Da ogni angolo avanzano gli handicappati provenienti da tutte le parti del mondo, con i loro stendardi. In testa a ciascun corteo ci sono cardinali, vescovi, sacerdoti, accompagnatori; tutti cantano nella propria lingua il medesimo inno.
                In alto, sul palco, Jean Vanier, Italia Valle e altri animano l’atmosfera, accogliendo i piccoli in festa. A un certo punto Jean Vanier prende in braccio Juri e con lui continua a cantare e salutare i pellegrini che salgono la gradinata per entrare in basilica. Anche Juri, con la sua voce melodiosa, si fa “accoglienza” dei piccoli fratelli del mondo intero».
                «All’ingresso - aggiunge suor Maria Vittoria - le guardie non lasciano superare le transenne, se non ai soli disabili che devono incontrare il Santo Padre. Juri, passando in carrozzella, mi vede e comincia a chiamare:  “Madre, madre!” Non posso venire - rispondo - perché ci sono le transenne. Le guardie, colpite dall’insistenza del bambino, sganciano i cordoni e io posso seguire Juri fino all’altare della Confessione. La messa è molto partecipata. Cardinali, vescovi, fedeli, tutti si fanno piccoli con i piccoli. Accompagnano anche con i gesti, battendo le mani, sventolando nastri colorati, il canto del Gloria, del Sanctus, il segno della pace, per aiutare i disabili a entrare nel senso della celebrazione».
                «Al termine della liturgia – prosegue suor Maria Vittoria - Paolo VI scende in basilica sulla sedia gestatoria e parla a quei pellegrini speciali; poi mons. Monduzzi si avvicina a me, presso l’altare della Confessione, e mi dice:  “Madre, vada con il suo bambino dal Papa”. Prendo in braccio Juri e mi avvio verso la sede di Paolo VI. Juri si aggrappa al mio velo per trovare sicurezza. Passo davanti a un numero considerevole di cardinali e vescovi. Tutti osservano stupefatti: la testa di Juri appare ancora più enorme rispetto al corpo. Ha solo cinque anni. Mi viene incontro il segretario del Santo Padre, mons. Macchi, e mi invita a deporre Juri sulle ginocchia del Papa. Si leva in san Pietro lo scroscio di un applauso prolungato, che sembra tirar giù le volte della basilica. Il Papa mi chiede:  “Come si chiama?”. Glielo dico e mons. Macchi riecheggia: “Juri”.
                Il bambino, seduto sulle ginocchia del Santo Padre, che resta quindi alle sue spalle, guarda verso di me, chiedendomi con insistenza dove sia il Papa. Gli rispondo: gioia, sei già seduto sulle sue ginocchia! Juri tenta di girarsi ma, spaesato, vuole tornare in braccio a me. Paolo VI, vedendoselo sfuggire dal grembo e non riuscendo a trattenerlo, mi invita a prenderlo.  Nell’alzarlo con le braccia, il maglioncino rosso si solleva e la schiena rimane nuda. Allora il Santo Padre, passando la sua mano sulla pelle del bambino, scandisce: “Madre, dica alle sue Figlie che qui c’è Cristo!”».
«Percepisco ancora il tono della sua voce, cadenzata, sicura, convincente – conclude suor Maria Vittoria – quando il 4 ottobre 1959, divenuto nostro cardinale protettore, dall’ambone della chiesa della nostra casa madre, così ci esortava: “Cercate di pensare come pensava Gesù, di parlare come Lui parlava, di agire come Lui agiva, di avere i suoi stessi sentimenti. Gesù ha scelto la via dell’umiltà, del nascondimento, del servizio fino al dono della vita, per amore”. E concludeva con una frase, che ho conservato come perla evangelica nel mio cuore: “C’è sempre un posto disponibile per chi cerca l’ultimo posto!”».
  
La comunione con il cucchiaino

                 «Dopo la fatica del giubileo in san Pietro – riprende a raccontare suor Rodolfa – siamo decise: basta, Juri non lo muoviamo più. Ma il giorno seguente arrivano dei ragazzi nella nostra camera e insistono: “Andiamo, andiamo tutti dai Fatebenefratelli. Vogliono anche questo bambino!”.
                Sono un folto gruppo del Movimento “Fede e Luce”. Io mi siedo per terra e Juri sulle mie ginocchia: c’è tanta gente. Partecipiamo alla messa. Al momento della comunione passa il sacerdote: io mi comunico, Juri è ancora piccolo. Ma, a sorpresa, si rivolge al sacerdote: “E a me non lo dài Gesù?”. Nella sua richiesta c’è un immenso desiderio di ricevere il suo amico Gesù. Il sacerdote si allontana e poco dopo torna con il calice e un cucchiaino. “Chi voleva Gesù?”. Juri pronto risponde: “io!”. E riceve il Sangue di Cristo. Tornato a Vercelli. racconterà a tutti di aver fatto la comunione con il cucchiaino.
                Il giorno successivo si tiene l’incontro di “Fede e Luce” con Jean Vanier. I giovani immancabilmente vengono a prendere Juri per portarlo in piazza e Jean Vanier lo tiene in braccio per tutto il tempo dell’incontro.

A  Lourdes  le conoscenze aumentano

                «Durante la Settimana Santa - prosegue suor Rodolfa - Juri, suor Tiziana e io partecipiamo a un altro pellegrinaggio dei disabili a Lourdes, con il gruppo milanese di Fede e Luce;  sono presenti anche Jean Vanier e don Pierangelo Sequeri. Viviamo un’esperienza indimenticabile durante il Triduo Pasquale. Particolarmente commovente la lavanda dei piedi, che si prolunga per due ore. A Lourdes tutti vogliono intrattenersi con Juri. Anche se non partecipiamo a ciascuna funzione in programma (sarebbe troppo faticoso), Juri trova le occasioni per stringere nuove conoscenze e, tornato a Vercelli, riceve cartoline dalle più svariate parti del mondo, persino dalla Cina, dal Giappone. A volte sulla busta c’è scritto solo: Juri – Vercelli – Italia, ma nessuna va persa. E lui diventa strumento nelle mani di Dio per tessere una rete mondiale di comunione».

La prima Comunione

                Durante il pellegrinaggio dell’Anno Santo, Juri ha già sperimentato la gioia di ricevere il Sangue di Gesù ma, ufficialmente, non ha ancora fatto la prima comunione.
                I ricordi di suor Rodolfa si susseguono nitidi e commoventi: «Lo preparo alla prima Confessione. All’ora stabilita va in chiesa e la sacrestana lo fa accomodare su una sedia in presbiterio, accanto all’altare della Madonna d’Oropa; sull’altra sedia prende posto don Pietro che inizia con il segno della croce. Subito, a voce alta, Juri confessa: «Io voglio sempre essere il primo!», Non sa ancora che i peccati si confessano sottovoce.

Alla scuola elementare

                Viene approvata la legge che prevede l’inserimento dei disabili nelle scuole normali. Si parla con il preside e le insegnanti della elementare “Rosa Stampa” di Vercelli per  inscrivere Juri. Docenti e famiglie si spaventano all’idea di avere in classe un bambino con la testa grossa e si augurano di non finire  proprio lì. Finalmente Gianna Taddei accetta di accoglierlo, esclamando con gioia: «Sono contenta! Solo… non ho figli, temo di non essere capace». Chiede di portarlo a scuola mezz’ora prima delle lezioni e di venirlo a prendere mezz’ora dopo, per evitare qualsiasi protesta da parte dei genitori. Nel pomeriggio del primo giorno, però, sente già il bisogno di venire all’istituto per comunicare di non essere in grado di gestirlo. Le rispondiamo: “Signora, se lei non ci avesse detto questo, non avremmo creduto che Juri si trovasse proprio nel posto giusto. E’ normale che lei abbia delle preoccupazioni, ma Juri ce la farà. Qualunque difficoltà incontri, venga da noi”. Così avviene. Juri, in poche parole, diventa come suo figlio. E cosa non è disposta a fare per lui…
                Da parte sua, il bambino sa ricambiarla con le più delicate attenzioni. Appena entra in classe, percepisce se la maestra non sta bene o ha qualche preoccupazione e invita i compagni a un discreto silenzio: «Sss! La maestra ha mal di testa, facciamo i bravi!».
Andrea Cherchi, oggi, testimonia che Juri era il primo tra loro: «Non perché attirasse la nostra compassione per la sua disabilità, ma perché era davvero il migliore. Da lui abbiamo imparato la bontà e l’amore reciproco».
Juri è “missionario” nella sua classe: di sua iniziativa invita a pregare e insegna agli amici a ringraziare il Signore di tutto, quando a scuola non è più consentita ufficialmente la preghiera. La maestra può solo testimoniare il suo rispetto per la spontanea solidarietà spirituale degli alunni, non programmata da lei. Nasce una tale unità tra i ragazzi da meritare, come classe, il Premio di bontà e tutti concordano nell’affidare il riconoscimento a Juri, che lo custodisce nella sua cameretta, con gioia ed entusiasmo. Ora è un prezioso ricordo nelle mani del suo papà.
                Un giorno accade un fatto increscioso. Una bambina ha una crisi di commozione e cade a terra. Attribuisce la colpa al fatto di aver visto quel bambino. A noi subentra la paura che non lo tengano più a scuola. Ne parliamo alla dottoressa Cerruti, la quale conclude semplicemente: «Dite alla mamma di portare la bambina da me». Dopo averla visitata, si rivolge alla mamma: «Signora, ringrazi Dio dell’accaduto; sarebbe successo ugualmente, se avesse visto un incidente o qualcos’altro che la spaventasse. Se però la bambina vive in questa paura, conviene cambiarla di classe». Così avviene.
                In breve tempo Juri diventa amico di tutti. I genitori dei bambini vengono a trovarlo in istituto e gli portano regali. La maestra rivela «Non posso iniziare un argomento che Juri subito interviene. Sa tutto». Perché ha già dieci anni quando inizia le elementari, è acuto e non  gli sfugge niente. Anche a casa, quando i medici lo visitano e lo rassicurano con delicatezza prima di auscultargli il cuore,  lui pronto, ribatte: «Cos’è questo, il fonendoscopio?».

Le vacanze scolastiche

                Durante l’estate si prevede per Juri un periodo di vacanza fuori dal suo ambiente. E’ ancora suor Rodolfa a raccontare: «Un anno andiamo al mare, ad Andora in Liguria: Juri, suor Valeriana, la maestra Gianna, il piccolo Francesco di otto anni, fratello di suor Gabriella, e io. In spiaggia incontriamo Umberto Auricchio, che si presenta: “Sono il compagno di scuola di Juri”. E da quel giorno frequenta volentieri solo la nostra spiaggia. Un giorno suo padre porta i due bambini in barca e Juri, al rientro a casa, racconta ogni cosa per filo e per segno. E’ amato da tutti: bel testone!
Poi c’è il piccolo Francesco, che fa giocare Juri ed è un autentico spasso. Prepariamo i pasti per conto nostro in villetta e lui porta una carota, una cipolla, una patata, buttando il verde nell’orto, “così cresce ancora”. A tavola commenta con soddisfazione: “Oggi mangiamo il frutto del nostro lavoro”. Un giorno avverte: “Non comprare la frutta, ci penso io” e si fionda a raccogliere le albicocche dalla pianta del vicino, i cui rami sporgono sul nostro orto. Un’altra volta, fra i giocattoli, porta in spiaggia un innaffiatoio e irrorando a tutti le estremità esclama solennemente: “Signori, oggi si innaffiano le piante dei piedi!”».
                “Un estate - riprende suor  Rodolfa dopo aver preso fiato - porto Juri in vacanza a Camburzano nel biellese, dove trovo un valido aiuto in suor Damiana. Si occupa delle disabili adulte, che partecipano alla messa in istituto. Juri ed io, invece, andiamo di sera in parrocchia. Lui è un appassionato dell’Eucaristia: la sua prima attrazione è la chiesa; io cerco di uscire una mezz’ora prima per fermarci sul praticello a parlare e giocare. La celebrazione finisce sempre tardi, con mia grande preoccupazione, perché in istituto si cena presto e il tratto di strada da percorrere comprende una bella salita. Subito dopo la comunione, partiamo. Invito Juri a fare silenzio mentre camminiamo, per ringraziare Gesù che è venuto nel nostro cuore. Lui coglie subito il messaggio e ribatte:  “Ripeti con me: grazie, Gesù, del tuo amore”. Lo ripeto una volta, ma lui, ad ogni passo, mi sollecita: “Di’, ti sei già stancata? Ripeti: grazie, Gesù, del tuo amore!”. Juri si concentra su ciò che dice e fa sempre sul serio. Sin dalla fanciullezza si sente attratto da due amori: il Vangelo e l’Eucaristia, che sono il sole delle sue giornate. Al risveglio per prima cosa chiede: “Che vangelo c’è oggi?”. E durante la giornata richiama più volte la Parola che lo ha colpito di più e che lo fa crescere. Il suo anelito più grande è la messa, per ricevere Gesù. Non potervi partecipare è per lui una sofferenza, un vero sacrificio».
               
Alla scuola media

                Conclusi gli anni della scuola elementare, le suore incontrano il preside per inserire Juri alla media Avogadro di Vercelli. Risposta: «La legge dice di accoglierlo, ma io non sono d’accordo. Proviamo a inserirlo, ma se dovesse recare disturbo ai ragazzi, sappiate che non posso tenerlo. Venite tra due giorni e vi saprò dire come va».
«Mi metto a piangere per il timore di un esito negativo – confessa suor Rodolfa che, allo scoccare delle 48 ore, si fa trovare puntuale all’appuntamento - Il preside mi comunica: “Suora, non solo non ci sono problemi, ma Juri ha affascinato i professori, i ragazzi, le famiglie… Persino gli inservienti battono le mani e lo salutano quando passa”. I compagni di scuola vengono regolarmente a trovarlo in istituto.
                Con il preside Francesco Ottino Juri instaura un legame profondo, che si mantiene nel tempo e si impronta alla confidenza, quasi alla devozione per questo ragazzo, che sembra possedere un potere speciale sul cuore di Dio. Si può affidare a lui qualsiasi intenzione, con la fiducia di essere esauditi.
                La presenza di Juri lascia nel tempo una scia di luce duratura nei ragazzi e negli insegnanti. Ne è segno la significativa, commossa partecipazione della scuola media Avogadro ai suoi funerali: preside, insegnanti e ex allievi desiderano celebrare, con la loro presenza, un ragazzo solare, che continua a suscitare bontà in tutti».

La Cresima

                Nel convento francescano di Billiemme ci sono i pre-novizi con padre Sereno. Uno di essi, Franco Valente, chiede di visitare l’Istituto S. Eusebio per svolgere un servizio di volontariato e lega molto con Juri, che segue negli studi.
                A 15 anni il ragazzo riceve la Cresima nella parrocchia di sant’Agnese. Chiediamo a Franco di fargli da padrino. Nasce un’amicizia spirituale profonda, che durerà tutta la vita. Juri partecipa alla sua professione religiosa al Monte Mesma.
«Le sorelle vengono a prenderci - ricorda suor Rodolfa - Dopo la professione, padre Franco è trasferito a Gerusalemme per gli studi e vi resta vent’anni. La comunicazione continua per corrispondenza. Di ritorno dalla Terra Santa, il sacerdote torna nella comunità di Monte Mesma, continuando a far visita a Juri e a noi. Concelebra l’eucaristia del funerale e, nel primo anniversario della morte di Juri, porta la sua toccante testimonianza».
                Tra gli ospiti del reparto Madre Daria c’è Marco Boffa Tarlatta, nipote di Gianni Paronuzzi, a cui è morto il figlio nello tsunami del 2004. Le suore si rivolgono a Juri: «Hai 15 anni, sei cresimato, potresti fare da padrino a Marco». Lui si informa dal cappellano, don Pietro Bigliocca: «Cosa posso fare per Marco, per farlo crescere da buon cristiano?». È perfettamente  consapevole della missione che si assume e la sua sensibilità lo sollecita a fargli visita spesso, ad accarezzarlo, a tracciargli il segno di croce sulla fronte, benedirlo, perché Marco è immobile e non riesce a comunicare. Lo accompagna con la sua  delicata tenerezza fino alla morte.

Capace di grandi relazioni

                Durante il periodo della scuola media, Juri ha la gioia di conoscere numerosi amici. Particolarmente significativo il legame che si instaura tra lui e Gianni Coppo di Ivrea. Per anni, con il suo gruppo, viene a suonare e cantare per Juri e i suoi compagni, particolarmente nel giorno del compleanno. E tuttora torna regolarmente a rallegrare gli anziani in memoria dell’amico scomparso.
                Fin dai primi anni, vedendo Juri decisamente dotato e vivace, propone: «Suora, io lavoro alla Olivetti, perché non procurare una macchina da scrivere a Juri?». La madre generale prepara una lettera di richiesta all’azienda e il desiderio viene esaudito. E’ molto grossa, ma Juri non è attratto dalla dattilografia. Quando, invece, gli regalano una pianola, non smette di suonarla, accompagnando a orecchio le canzoni, senz’aver mai studiato musica.
                Tante altre persone fanno visita a lui e ai ragazzi del reparto.  «Un giorno arriva la signora Pina, macellaia di Via Foa. - rieccola suor Rodolfa pronta con i suoi ricordi stampati nel cuore - mi aveva telefonato per potersi sfogarsi un po’ con me. Nel salire le scale, incontra Juri, che spontaneamente esclama: “Oh, Pina, che piacere vederti!”. Lei scoppia in lacrime e lui la incoraggia: “Abbi fiducia e prega, vedrai che il Signore ti aiuterà!”. Quando Pina mi raggiunge, si limita a dirmi: “Guarda, non ho più bisogno di te. Juri mi ha detto cosa devo fare”. Lui sa vedere e intuire prima che l’altro parli, sa commuoversi e condividere le sofferenze di chi incontra. Quante persone si sono confidate con Juri e quante ne ha aiutate con la sua capacità di consolazione: un carisma ricevuto in dono dallo Spirito Santo».
                «Quanti giovani e non più giovani - continua suor Rodolfa - venivano in reparto e chiedevano di parlare con lui. Che cosa si dicessero non lo so, ma tutti testimoniano di aver ricevuto molto più di quanto pensavano di dare.
                Un giorno suor Tiziana, io e Juri andiamo dalla signora Scagnelli, titolare del negozio L’Emiliano, che gli vuole molto bene. Strada facendo, incrociamo due donne anziane che camminano tenendosi sottobraccio. Una di esse ha le gambe visibilmente storte, proprio ad arco, e fissando Juri esclama in piemontese: “Oh por masnà, che testa ch’a t’è!”. Suor Tiziana, dispiaciuta dell’inconveniente, risponde istintivamente: “Guardi piuttosto le sue gambe!”. E Juri, rivolgendosi a suor Tiziana, con dolcezza:  “Vero che volevi difendermi?”.
                La testa grossa è la sua croce: ne è ben consapevole, ma la sa portare con grande dignità. Particolarmente toccante, a questo proposito, il dialogo con Nelson Giovanelli, in visita all’istituto con Frei Hans. Juri afferma perentoriamente “La cosa più importante nella vita è fare la volontà di Dio”. Nelson: “Che cosa significa per te?”. Risposta: “Abbracciare ogni giorno la mia croce e seguire Gesù”. Nelson lo incalza: “Ma tu ce l’hai una croce?”. Juri lo guarda con mitezza e, indicando la sua testa, ribatte argutamente: “Perché, non si vede?”».
Un insegnante di scuola media aggiunge: «Juri ha saputo portare bene la sua croce ed ha aiutato molti altri a portare la loro».
                Sottoposto ripetutamente ad esami clinici al cranio, il neonato che sarebbe dovuto vivere sei mesi, stupisce ogni volta i medici: «Nella testa di questo ragazzo noi vediamo solo acqua, non vediamo il cervello». E la suora di rimando: «È giusto che voi facciate i vostri approfondimenti. Io non so spiegare come né perché, so soltanto che il ragazzo parla, canta, cammina, frequenta la scuola e sembra più dotato degli altri».

Non capisco questi trasferimenti

                Nel 1987 suor Rodolfa è destinata in una nuova comunità di Firenze. «Sto imboccando Miriam, una piccola idrocefala, e piango. Juri mi guarda bene negli occhi e si mette a cantare “Dormi, Firenze, sotto il chiaro della luna”. Evidentemente ha capito tutto e, dimentico di sé, si fa carico del mio doloroso distacco.
                Nel 1999, per il centenario della Congregazione, veniamo numerosi da Firenze per partecipare alla festa. Non appena mi vede, Juri non finisce di farmi i complimenti. Claudia, la presidente del consiglio pastorale, commenta: “Quanti versi per questa suor Rodolfa!”. E lui, battendo la mano sulla mia spalla, risponde: “Eh, suor Rodolfa è il sole della mia vita”. Lo racconterà a suo padre 15 giorni prima di morire.
                Suor Tiziana gli offre l’opportunità di telefonarmi a Firenze, in occasione delle feste, per il mio onomastico o il compleanno. Quando gli chiedo se io sono il sole della sua vita, allora suor Tiziana che cos’è per lui, dal momento che lo segue da più tempo di me, risponde: “Suor Tiziana è una goccia di miele!. Lo ripete anche a Ilde Lorenzola, poco prima di morire».
                Nel 1989, anche suor Tiziana viene trasferita e si prepara a partire per Moncrivello. Juri, molto triste, passeggiando sul terrazzo, con le mani dietro la schiena, continua a ripetere: «Io non li capisco proprio questi trasferimenti!»


Il mio amico Albino

                E’ commovente l’amicizia di Juri con l’arcivescovo  Albino Mensa. Per suo interessamento viene accolto in istituto. Entrambi sono originari di Ivrea e si sentono un po’ compaesani. Ogni volta che il vescovo entra al S. Eusebio, per qualsiasi motivo, non manca di fargli visita. Un giorno, a bruciapelo, il ragazzo gli chiede: «Posso chiamarti Albino? Non mi piace chiamarti arcivescovo». E mons. Mensa di rimando: «Certo! È il mio nome, noi siamo amici». Da allora, quando gli scrive una cartolina, si firma «il tuo amico Albino».
                In occasione della patronale, una suora accompagna Juri in duomo per il pontificale. Gli altoparlanti amplificano la voce del canto, facendogli vibrare il liquido in testa.  Juri sta male e piange. Non volendo perdere la messa, prendono due sedie e si portano all’ingresso della cattedrale, dove non ci sono altoparlanti. Quando il coro a più voci esegue un canto in armonia, senza amplificazioni, Juri esclama: «Senti? questo  è cantare! Non è necessario gridare quando si canta. Anche il vescovo canta troppo forte». E la suora a lui: «Solo tu puoi dirglielo». Al momento della Comunione il diacono Gianni Brunoro accompagna Juri all’altare; non appena si trova davanti all’arcivescovo che gli porge l’ostia, Juri sussurra: «Perché gridi quando canti?»: Lui non capisce, ma alla prima visita in istituto gli chiede spiegazioni e Juri ribadisce il concetto.
                In un’altra occasione, Juri passeggia con il suo amico Albino nel corridoio del reparto e gli propone: «Ti recito il salmo 62?». Lo conosce a memoria. Il vescovo lo proclama con lui e Juri, sorpreso: «Lo sai anche tu? Allora cominciamo da capo».
                Un anno è in vacanza ad Andora, con il suo amico vescovo, ospite della casa delle Figlie di S. Eusebio, convalescente da un intervento chirurgico. Ogni giorno Juri gli fa visita in sala da pranzo, per augurargli buon appetito e per raccontargli gli avvenimenti della giornata. Un giorno gli narra di due donne che, impressionate, hanno esclamato a bruciapelo: «Che testa grossa!». «E tu cos’hai risposto?», chiede Il vescovo, incuriosito. «Ce l’ho e me la tengo!». «Bravo! Hai risposto bene».

La salute comincia a vacillare

                Arriva un momento in cui Juri viene assalito da ricorrenti crisi epilettiche, ricoverato all’ospedale di Vercelli, poi trasferito a Novara per ulteriori accertamenti. Durante la degenza è seguito amorevolmente da papà Giovanni.
                Tornato a casa, durante un breve periodo di convalescenza, si alza dal letto per recarsi da solo in bagno e cade improvvisamente a terra, con grande spavento di tutti. Supera anche questa crisi, ma gli rimane un’angoscia che non riesce a superare. Continua a ripetere con forza, come in un singhiozzo: «La vita è un dono di Dio! Nessuno può farmi del male, nessuno mi può distruggere». Qualche commento inopportuno, durante la degenza ospedaliera, l’ha fatto  molto soffrire, ma Juri non lo ammette: non critica mai nessuno e soffre in silenzio.
                Già adulto, anche se la sua freschezza resta sempre quella di un bambino, presenta seri problemi al cuore. «Nel reparto di cardiologia dell’ospedale di Vercelli - racconta suo padre - si tenta di convincerlo ad affrontare un intervento, ma lui non vuole firmare. E’ un fifone. Siamo costretti a una messa in scena: io fingo di essere il medico e suor Tiziana l’infermiera. “Juri, vuoi guarire?”, gli chiede lei. “Sì”. “Allora, quando viene il dottore e ti chiede se vuoi essere operato, tu devi rispondere sì, altrimenti ti rimandano a casa ammalato”. A quel punto entro io, nella veste di medico: “Juri, vuoi essere operato?”. Lui, mi interrompe obiettando: “Scusi, dottore, ma al paziente si dà del  lei”. Poi, facendosi coraggio, mi chiede: “Cosa mi fate?”. “Ti tagliamo qui” e con il dito indico il suo cuore. “No, no, no, no, no!”».
«Trasportato all’ospedale di Novara per l’intervento - prosegue papà Giovanni - finisce per conquistare tutti. Agli infermieri che si alternano al suo letto ripete: “Scusate per il disturbo”. A fine operazione lo portano in terapia intensiva. E’ venerdì. Il professore mi rassicura: “Tutto a posto”. L’indomani ritorno con zia Olga. Il professore precisa: “Solo uno per volta”. La fa entrare per prima e osserva il monitor per verificare l’effetto dell’incontro. Juri fa un cenno con la mano e, per la prima volta, con un filo di voce la chiama: “Mamma Olga!”. E bisbiglia: “Mi hanno già operato?”. Il professore stesso gli prende la mano e gliela passa sul petto, rassicurandolo: “Senti tu stesso”. “Allora sono guarito”. Da quel momento non chiede più niente, non si lamenta, non ha alcuna complicazione».

A Veruno per la riabilitazione

                Superata la fase acuta, viene trasferito a Veruno per la riabilitazione. «Verso la fine della cura - ricorda il padre - l’elettro-cardiogramma rivela qualche problema. Juri lo percepisce e si chiude subito nel silenzio. Non è facile per lui comunicare i sentimenti. Mi chiedo cosa pensi, perché il suo cervello è sempre in funzione. Sente e capisce tutto, ma sta zitto per non dare disturbo a nessuno. Finalmente riesco a farlo parlare. Mi confida: “Ho paura di non tornare più a casa”. Perché la sua casa è Vercelli, dalle suore.
                A questo punto mi chiede di chiamare il medico e i carabinieri. Ci troviamo con le forze dell’ordine da una parte, il dottore dall’altra; io sto ai piedi del letto. Rivolgendosi al militare dell’arma, Juri denuncia: “Il dottore non mi lascia andare a casa!”. Intervengo: “Ma io cosa c’entro?”. “Tu devi sentire quello che dico e farmi da testimone”.
                Rassicurato sulle prospettive della sua prossima dimissione, un giorno mi dice: “Domani portami una rosa”. Di proposito, non la porto: voglio prima sapere che cosa ne vuol fare. Al mio arrivo esclama: “E la rosa?”. “A che ti serve?”. “Voglio donarla a mamma Olga per quello che mi ha fatto qui all’ospedale”. Mamma Olga vive con Juri momenti molto intensi, lo aiuta a camminare. Un giorno lo accompagna vicino alla finestra (al secondo piano) e lui la invita ad aprirla; poi, come il Papa all’Angelus della domenica, si affaccia e comincia a benedire tutti quelli che passano nel cortile, quasi avesse davanti la folla di Piazza san Pietro.
                Durante il viaggio di ritorno da Veruno a Vercelli, Juri è seduto sul sedile posteriore accanto a mamma Olga, silenzioso. Decido di provocarlo: “Stai bene? Perché non parli?”. Ribatte pronto: “Non si parla al conducente!”.
                Arrivati all’istituto, suono il campanello e mi dirigo alla macchina per scaricare le valigie. Juri scende e, di corsa, sale al primo piano: finalmente è a casa! Quando raggiungo il reparto con mamma Olga, è già a tavola.
                Ogni volta che gli faccio visita a Vercelli, parla volentieri con mamma Olga, commentando la cronaca, su cui si tiene informato attraverso la tv. Ma quando si accorge della mia presenza silenziosa, mette la sua mano sulla mia, come per rassicurarmi: “Guarda che non ti trascuro!”. E mentre ascolta con attenzione chi conversa con lui, non gli sfugge il passo di suor Tiziana che si avvicina: sa di poter contare su di lei, è la sua sicurezza!».

Nel suo raggio di luce

            In un mondo che mette in dubbio l’intangibilità della vita umana, Juri è stato testimone e cantore della sua sacralità, dal timido fiorire nel grembo materno alla naturale conclusione. L’ha fatto con forza e convinzione, fino a commuoversi. Parlava per esperienza personale. Pochi, come lui, hanno saputo ringraziare ogni giorno il Signore per il dono della vita, pur sperimentando la sofferenza nella carne e nello spirito: quanta solitudine affettiva, quante rinunce, quanti distacchi! Tuttavia continuava sempre a ripetere: «Oggi sono felice e domani spero di esserlo ancora di più. Ringrazio il Signore per i tanti benefici con cui ha arricchito la mia vita!».
                «Ogni volta che ci mettiamo in comunione con Juri – spiega la madre generale, suor Antonia Cuffolo - sentiamo di avvicinarci a una terra santa, divina. Un raggio di luce, un richiamo di cielo, penetra dentro di noi. La sua bontà, la sua sensibilità, la sua gioia di vivere, la sua attenzione agli altri, la sua benedizione continuano a irradiarsi su tutti coloro che si aprono al suo sorriso e al suo canto e chiedono oggi il suo aiuto. La sua pasqua parla al cuore, perché ha conosciuto il dolore e lo ha trasformato in dono d’amore.
                Juri continua ad avere un messaggio importante da comunicare al mondo intero».
               
               










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